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Complottisti e no-vax sono convinti che un farmaco per cavalli curi il Covid

L’ivermectina è un farmaco antiparassitario per il bestiame. Adesso i complottisti di tutto il mondo sono convinti che sia una cura miracolosa contro il Covid, tenuta nascosta dalle case farmaceutiche

Soumyabrata Roy/NurPhoto via Getty Images

“Non siete cavalli. Non siete mucche. Sul serio, gente. Smettetela”. In un tweet amaramente ironico, il 21 agosto la Food and Drug Administration, l’ente statunitense che si occupa tra le altre cose di regolamentare i prodotti farmaceutici, ha pregato gli americani di non credere alle voci secondo cui l’ivermectina, farmaco usato nei Paesi occidentali principalmente in campo veterinario, proteggerebbe dal Covid-19.

Questa teoria è ampiamente diffusa, soprattutto online, tra il fitto sottobosco di gruppi che negano l’effettiva pericolosità del coronavirus, che si oppongono ideologicamente alle vaccinazioni o che semplicemente guardano con enorme sospetto all’istituzione della scienza, e ha trovato ampio spazio nei media di destra, in primis Fox News negli USA. Il ragionamento su cui si basa è che la verità sull’ivermectina sarebbe stata tenuta nascosta dalle istituzioni per convincere le persone che l’unica soluzione per rallentare la pandemia sia vaccinarsi, mentre sarebbe possibile automedicarsi.

In Italia, l’idea ha cominciato a circolare ampiamente, condivisa su Whatsapp e Facebook, a inizio agosto – riprendendo un articolo d’opinione di due economisti affiliati a think tank conservatori pubblicato sul Wall Street Journal. A spingere l’idea che sia possibile curarsi a domicilio con l’ivermectina nel nostro Paese è soprattutto IppocrateOrg, un’associazione creata durante la pandemia da Massimo Rango, un personaggio che sembra non essere un medico o uno scienziato di alcun tipo ma che continua a trovarsi al centro di messaggi virali estremamente fuorvianti su com’è possibile curare il coronavirus. 

Al di là delle battute sul fatto che sia una medicina per cavalli, quando se ne fa uso appropriato l’ivermectina non è un farmaco particolarmente pericoloso: come trattamento antiparassitario è in uso dagli anni Ottanta, è inserito nella lista delle medicine essenziali dell’Organizzazione mondiale della sanità e svolge tuttora un ruolo fondamentale nei Paesi in via di sviluppo, dove l’incidenza di malattie pericolose causate da parassiti, come la cecità fluviale e la filariosi linfatica, è molto più ampia. Proprio per aver contribuito a ridurre queste malattie nell’uomo i ricercatori che hanno scoperto la famiglia delle avermectine, da cui deriva l’ivermectina, hanno vinto il Nobel per la Medicina nel 2015. 

Il problema non è, insomma, che l’ivermectina è di per sé pericolosa per l’essere umano. Il problema è che, interpretando a piacimento alcune deboli evidenze su studi svolti in vitro in laboratorio, c’è un crescente numero di persone che stanno spacciando l’ivermectina come cura funzionante contro il coronavirus, il cui successo sarebbe stato nascosto a favore della campagna vaccinale. Il tutto nonostante istituzioni sanitarie come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’Agenzia Europea per i medicinali (EMA) e i National Institutes of Health (NIH) degli Stati Uniti abbiano più volte spiegato che al momento non c’è evidenza che il farmaco possa essere usato per curare il Covid – una cosa ribadita pure dalla casa farmaceutica che commercializza l’ivermectina, il Merck Group.

E questo mette in pericolo, in più di un modo, sia chi ci crede che la collettività: d’altronde, chi si medica con farmaci alternativi potrebbe essere convinto di non essere più soggetto al rischio di contrarre o diffondere il virus e comportarsi di conseguenza.

Era già successo con l’idrossiclorochina, farmaco antimalarico spacciato come cura al Covid-19 da personaggi della destra statunitense fino ad arrivare all’ex presidente Donald Trump, che affermava di prenderne una pasticca al giorno per proteggersi dal contagio. In quel caso, a diffondere il mito dell’idrossiclorochina con un video virale lanciato dalla piattaforma di estrema destra Breitbart News, era stata la dottoressa Stella Immanuel dell’organizzazione ultraconservatrice American’s Frontline Doctors – la stessa Stella Immanuel che in precedenza si è detta convinta che problemi come endometriosi, cistiti e impotenza siano una conseguenza dei rapporti sessuali con demoni, che la medicina tradizionale usi “DNA alieno” per curare le persone e che aborto e matrimonio gay siano degli strumenti degli Illuminati per distruggere il mondo. 

Anche nel caso della disinformazione relativa all’ivermectina c’è lo zampino degli American’s Frontline Doctors: attraverso il loro sito, per il modico prezzo di 90 dollari, migliaia di americani hanno ottenuto un appuntamento di telemedicina per farsi prescrivere il farmaco antiparassitario, descritto come “trattamento sicuro ed efficace” contro il Covid-19. Tra gli sforzi di questi ciarlatani, il sostegno di opinionisti di destra estremamente popolari, e l’esistenza di un numero non indifferente di persone che si fidano più dei loro consigli che della campagna vaccinale, la media di ricette che prescrivono ivermectina negli Stati Uniti è salita da 3600 a 88mila alla settimana nell’arco degli ultimi mesi. E, cosa più preoccupante, i casi di overdose di ivermectina sono schizzati alle stelle.

Oltre a finire per acquistare medicinali intesi esclusivamente per cavalli e altro bestiame, che contengono dosi molto diverse da quelle consigliate per il corpo umano, le persone che decidono di affidarsi all’ivermectina tendono ad assumere una quantità enorme di questi farmaci. Questo perché si affidano principalmente a uno studio del 2020, svolto su delle colture cellulari in laboratorio e non su degli esseri umani – dimostrerebbe che delle dosi molto elevate di ivermectina inibirebbero il SARS-CoV-2. Tradurre il dosaggio utilizzato in laboratorio per uccidere il coronavirus nel mondo reale porta alcuni ad assumere dosi molto più alte di quelle che sono considerate sicure negli esseri umani.

Come spiega anche l’Agenzia italiana del farmaco in una pagina dedicata alla questione, insomma, “studi di laboratorio hanno mostrato che ivermectina potrebbe bloccare la replicazione del SARS-CoV-2 (il virus che causa COVID-19), ma a concentrazioni molto più elevate rispetto a quelle raggiunte con le dosi attualmente autorizzate. Gli studi clinici hanno prodotto risultati diversificati: alcuni non hanno dimostrato alcun beneficio, mentre altri hanno indicato un beneficio potenziale. La maggior parte degli studi esaminati dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA) era di piccole dimensioni e presentava ulteriori limitazioni, tra cui regimi posologici differenti e ricorso a medicinali concomitanti. L’EMA ha pertanto concluso che le evidenze attualmente disponibili non sono sufficienti a supportare l’uso di ivermectina per COVID-19 al di fuori degli studi clinici”. Per questo, in tutta l’Unione europea attualmente non è autorizzata la prescrizione di medicinali a base di ivermectina per curare il Covid-19. Chi ci vede una valida alternativa ai vaccini, però, potrebbe finire per mettersi in serio pericolo, ignorando le indicazioni ufficiali: gli effetti collaterali dell’ivermectina assunta nel genere di dosi che sono “consigliate” contro il Covid sono infatti nausea, vomito, diarrea, gonfiore del viso e degli arti, gravi eruzioni cutanee che possono richiedere il ricovero, danni al fegato e neurologici, tra cui serie allucinazioni e convulsioni.