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Viaggio nella Milano della musica bloccata dal coronavirus

I gestori di locali e circoli culturali chiedono una strategia per un settore che rischia la crisi. E domandano: «Perché si può entrare in un bar affollato del centro in pausa pranzo e non in un club per un concerto?»

Foto: Lukas Bato on Unsplash

Di giorno, vagare per la Milano del coronavirus dà la straniante sensazione di vivere una sorta di fast-forward a un agosto particolarmente freddo: poca gente in giro, molti bar e negozi chiusi (soprattutto quelli gestiti dalla comunità cinese, che ha deciso di comune accordo di prendersi qualche giorno di pausa per mancanza di clienti), turisti ignari e autoctoni imbruttiti. Con il calare del buio, però, il fast-forward accelera di centinaia di anni, fino a trasformarla in una città post-apocalittica e spopolata.

Se i ristoranti sono aperti e semivuoti, i pub, i locali e i bar chiudono alle 18 – a meno che non facciano servizio al tavolo, nel qual caso ora è possibile entrare fino a esaurimento dei posti a sedere – i cinema hanno le serrande abbassate, qualsiasi raduno è vietato da un’apposita ordinanza. Soprattutto, i concerti sono stati annullati, e i locali dove si balla o si suona sono chiusi. Il che è un bel problema in quella che è ormai da anni la capitale musicale d’Italia: non solo per gli utenti, ma soprattutto per chi ha deciso di investire i propri risparmi e anni di lavoro e competenze in questo settore. Tra la fine della Fashion Week e l’inizio del Carnevale ambrosiano, in questi giorni sul territorio erano previsti centinaia di concerti ed eventi musicali, tutti giustamente cancellati o rimandati per ottemperare all’ordinanza comunale che li vieta per motivi di salute pubblica: è in vigore fino all’1 marzo, ma è probabile che venga rinnovata. Fino a quando non si sa. Ed è proprio per questo che ieri mattina i gestori di una lunga lista di bar, locali pubblici e circoli culturali hanno diffuso via social una lettera aperta al sindaco Beppe Sala, in cui si chiedono regole certe e l’approvazione di ammortizzatori sociali per un settore che rischia di essere messo in ginocchio.

Tra i primi firmatari della lettera c’è il Circolo Magnolia, storico polo di aggregazione culturale e musicale della città. «Prima ancora che venisse diramata l’ordinanza, avevamo già deciso di annullare il concerto dei Big Thief per non correre rischi», racconta Lorenzo Rubino del Magnolia. «Ma, pur essendo consapevoli che prendere decisioni del genere non è il nostro mestiere, siamo rimasti un po’ stupiti dai criteri: dal punto di vista della diffusione del virus, che differenza c’è tra entrare in un bar affollatissimo del centro in pausa pranzo ed entrare in un locale notturno per un concerto?». Al momento il Magnolia, che per come è strutturato non prevede servizio ai tavoli, è chiuso almeno fino all’1 marzo, con conseguente annullamento di quattro concerti e di una festa di Carnevale. «Il danno economico è enorme: oltre a rimborsare le prevendite, vengono a mancare anche tutti gli introiti della serata, come gli incassi del bar, il tesseramento, lo sbigliettamento alla porta», spiega Rubino. «Per fortuna noi siamo una realtà ben avviata e con quindici anni di storia alle spalle, quindi abbiamo la possibilità di tenere botta per un po’, ma qualsiasi attività ne risentirà in maniera sostanziale, soprattutto se il blocco si dovesse protrarre per più di due settimane, perché le spese fisse non si fermano neanche di fronte a un’epidemia».

Il Biko, una roccaforte della musica black frequentatissima sia da musicisti che da semplici appassionati, ha una capienza ridotta rispetto al Magnolia, ma un calendario di concerti altrettanto fitto e prestigioso. I due fondatori, Otta Capretti e Alem Abay, hanno da poco aperto anche un ristorante, Le Presine Volanti, e si trovano nella paradossale situazione di avere una delle loro attività pienamente operativa (Le Presine Volanti) e una con le serrande abbassate (il Biko). Anche loro hanno sottoscritto l’appello al sindaco. «Per ora abbiamo rimandato i concerti e le serate già in programma», racconta Otta, «ma il vero problema è a medio-lungo termine. Le agenzie di booking e i promoter ci propongono artisti che noi saremmo felicissimi di avere a suonare da noi; come facciamo a fissare una data, però, se non sappiamo fino a quando dovremo rimanere chiusi?». Per non parlare dei disguidi logistici legati agli spostamenti dall’estero: «Alcuni Paesi potrebbero bloccare i voli per l’Italia, o magari semplicemente sconsigliare ai loro cittadini di venire qui. Nel peggiore dei casi potrebbero essere adottate delle quarantene per le persone che transitano da Milano, rendendo di fatto impossibile a una band in tour europeo di fare tappa qui». Problemi reali, che rischiano davvero di tagliare fuori il nord Italia dalle rotte delle tournée internazionali.

«Pur condividendo la massima cautela che la situazione impone, quelle dei gestori di locali e attività legate alla musica sono apprensioni condivisibili», aggiunge Marco Aimo, co-fondatore di Radio Raheem, diventata un punto di riferimento dei milanesi sia per la programmazione in onda, sia per gli eventi sul territorio. Anche loro hanno firmato l’appello, sentendosi partecipi della situazione di crisi del settore. La sede della radio è all’interno di un cocktail bar sui Navigli, il RAL, ma questo mese parte della programmazione è in onda dagli spazi di Triennale: trattandosi di un locale e di un museo, entrambe le location sono attualmente chiuse. «O meglio, può entrare chi effettivamente lavora a tempo pieno alle nostre trasmissioni (ovvero le persone che si occupano delle questioni tecniche e organizzative), ma non gli speaker freelance, gli ospiti, i dj. Per ora ci siamo organizzati registrando i programmi in remoto o mandando in onda delle repliche, ma ovviamente serve solo a tamponare il problema: per essere pienamente operativi, abbiamo bisogno di poter accedere ai nostri studi». Idem per pianificare gli eventi sul territorio. «Già il semplice fatto che il Salone del Mobile sia stato rimandato crea delle difficoltà a tutti coloro che organizzano attività legate alla musica o alla cultura: da quel punto di vista, siamo tutti sulla stessa barca».

E mentre anche Assomusica, la principale associazione di settore, chiede al governo misure straordinarie, quantificando le perdite di questa settimana in 10,5 milioni di euro e in un’ulteriore ricaduta di 20 milioni di euro di danni economici sulla città, resta il dubbio su come vada affrontato il problema. «Quella lettera aperta serviva soprattutto a far notare alle autorità, con tutto il rispetto del caso, che Milano è una città ricca di cultura e di eventi, e chi si occupa di questi ambiti sta vivendo delle criticità oggettive. Ci vuole una strategia per aiutarci a riprenderci», sottolinea Marco Aimo. Anche perché la situazione è in divenire, e non ci sono ancora notizie certe su come si evolverà. «Speriamo che, in caso il blocco si protragga, venga stanziato un apposito fondo per il settore, che ci accompagni fino al pieno recupero», auspica Lorenzo Rubino del Magnolia. «Se vogliamo considerarlo un caso di emergenza nazionale, è giusto che chi viene colpito dai suoi effetti indiretti riceva aiuto da parte dello Stato». E c’è anche chi si accontenterebbe di un po’ meno di sensazionalismo, tanto per cominciare: «Vorrei solo che i giornalisti fossero meno allarmisti, perché rischiano di alimentare la psicosi, anche rispetto alla percezione che hanno di noi all’estero», aggiunge Otta Capretti. «Va bene la cautela, ma senza esagerare, perché la gente è spaventatissima, e se smette di vivere normalmente per lunghi periodi, il Paese si ferma. Abbassiamo i toni».

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