Speciale anni ’90: Kurt Cobain, mai stato così felice

Padre innamorato e libero dalla droga: il leader dei Nirvana racconta il suo momento perfetto. Tre mesi prima di togliersi la vita. L'intervista di Rolling Stone del 1994
Kurt Cobain, screenshot durante MTV Unplugged

Kurt Cobain, screenshot durante MTV Unplugged


Intervista pubblicata su Rolling Stone USA il 27 gennaio 1994

Scompigliato e a torso nudo, Kurt Cobain si ferma sulle scale che portano al camerino dell’Aragon Ballroom di Chicago. Mi offre un sorso di tè e dice in tono piatto: «Mi fa piacere che tu sia venuto per il concerto più merdoso del tour». Ha ragione. Il concerto di stasera – seconda data dei Nirvana all’Aragon, nel loro primo tour negli Usa da due anni a questa parte – è stato pessimo. Il sound cavernoso del posto ha trasformato dei missili corrosivi come Breed e Territorial Pissings in poltiglia sonora, e Cobain ha lottato tutto il tempo con problemi tecnici di voce e chitarra. Ci sono stati dei momenti intensi: il ruvido urlo di Cobain a squarciare il ritornello di Heart-Shaped Box, una breve Sliver, con un poderoso schitarramento di Pat Smear (ex Germs). Niente Smells Like Teen Spirit, invece, e, quando si sono accese le luci, è partito pure un fragoroso coro di “buuuu!”.

Secondo l’opinione che la stampa ha di Cobain – “rompicazzo, lamentoso, pazzo schizofrenico”, come riporta lui stesso accuratamente – il 26enne cantante e chitarrista avrebbe dovuto licenziare il tecnico del suono, cancellare l’intervista e rintanarsi in stanza scazzato. Invece, eccolo qui, in pausa nel backstage, molto preso dalla figlia di un anno, Frances Bean Cobain, una bellissima creaturina bionda che saltella in giro sorridendo a chiunque. Più tardi, in albergo, armato solo di un pacchetto di sigarette e due bottiglie di Evian del mini-bar, Cobain è pensoso, ma in vena di chiacchiere, e si sforza di spiegare come il successo non gli faccia più tanto schifo e come la vita – tutto sommato – non sia così male. Anzi. «Sulle riviste leggo ancora certe descrizioni di rockstar, tipo “Sting, l’ambientalista” o “Kurt Cobain, il piagnone, rompicazzo, nevrotico, stronzo che odia tutto: dallo stardom alla sua vita”. E invece non sono mai stato così felice. I concerti sono andati benissimo, a parte stasera. Sono molto più felice di quanto pensi la gente».

Cobain ha fatto un percorso lungo e complesso per arrivare a questo punto. La realizzazione di In Utero, l’attesissimo seguito di Nevermind, ha subito intoppi all’ultimo minuto per le modifiche di titolo e scaletta, e per la litigata pubblica tra la band, l’etichetta DGC e il produttore Steve Albini riguardo al potenziale commerciale dell’album. Il matrimonio di Cobain con la cantante punk Courtney Love delle Hole – fonte inesauribile di gossip dallo scambio di anelli a febbraio 1992 – è tornato in prima pagina nel giugno scorso, quando Cobain è stato arrestato a Seattle per violenza domestica nei confronti della moglie. La polizia ha trovato in casa tre armi da fuoco, ma non c’è stata nessuna denuncia quindi il caso è stato archiviato. L’anno scorso, Cobain ha anche ammesso pubblicamente la sua dipendenza da eroina, spiegando che in parte la utilizzava per lenire un lancinante e cronico mal di stomaco. O, come la mette in questa intervista, «per curarmi». Ora ha smesso di farsi, e grazie a nuove cure e una dieta migliore, il suo apparato digerente è in via di guarigione. Ma le ragioni della sua rabbia – pubblica e privata – sono più profonde. Nato ad Aberdeen, cittadina di boscaioli nello Stato di Washington, Cobain – al pari del bassista Krist Novoselic, del batterista Dave Grohl e di una buona percentuale dei fan dei Nirvana – è il prodotto di una famiglia distrutta. Nel suo caso, figlio di una segretaria e di un meccanico che hanno divorziato quando lui aveva 8 anni. Da piccolo Kurt ambiva a sfondare come artista, e durante il liceo ha vinto diversi concorsi artistici. Oggi si occupa di buona parte dell’artwork dei Nirvana. (Ha fatto lui il collage con il feto di plastica sul retro-copertina di In Utero, che gli è valso il boicottaggio da parte della catena Walmart). Ma dopo il diploma, ha declinato una borsa di studio per darsi a una vita più sbandata: lavorava (quando gli andava) come roadie per i Melvins, band punk locale, e ha cominciato a scrivere canzoni. «Non ho mai pensato di cantare», confessa ora, «volevo solo suonare la chitarra ritmica, restare sullo sfondo e suonare. Ma al liceo, quando mi mettevo a suonare la chitarra sul letto, ho capito che avrei dovuto almeno scrivermi i pezzi».

Per un lungo periodo, dopo che i Nirvana sono stati catapultati dall’essere dei pischelli sotto contratto con la Sub Pop a divinità del grunge, Cobain non è stato in grado di capire se il suo talento fosse una benedizione o una maledizione. Alla fine, lo vede come una via di mezzo tra le due. È seccato che la gente lo consideri più un’icona che un songwriter, e teme che In Utero rappresenti il punto di non ritorno per quel sound dei Nirvana cristallizzato in Smells Like Teen Spirit. Cobain è ancora scettico rispetto all’industria discografica, ma ammette di aver fatto retromarcia rispetto all’atteggiamento che aveva nei confronti dei fan, finto-punk e gregari. «Non li giudico più come prima», dice quasi scusandosi. «Mi sono arreso alla loro esistenza e alla nostra. Non mi dà più fastidio vedere questa specie di Neanderthal coi baffi, fuso, ubriaco, cantare Sliver. Mi fa un certo effetto. Nell’ultimo anno e mezzo mi sono liberato da molte pressioni», dice Cobain con un certo sollievo, «sono ancora piuttosto sbalordito». Poi spiega le ragioni della sua contentezza. «L’uscita dell’album. La mia famiglia. Mia figlia. L’incontro con William Burroughs e il progetto di fare un disco con lui. Sono piccole cose di cui nessuno si rende conto o si interessa», continua. «E poi la band. Se non fosse per la band, tutte queste cose non sarebbero successe. Mi sento grato e ogni mese divento un po’ più ottimista. Spero solo», aggiunge con una smorfia, «di non essere così appagato da diventare palloso. Ma credo che continuerò a essere abbastanza nevrotico da fare cose folli».

Stasera, casini a parte, non avete fatto Smells Like Teen Spirit. Perché?
Sarebbe stata la ciliegina sulla torta! (Ride). Avrebbe solo peggiorato le cose. Non mi ricordo nemmeno l’assolo di chitarra su Teen Spirit. Mi ci vogliono almeno cinque minuti di prova per ricordarmelo. È una roba che non mi interessa. Non so se è una questione di pigrizia. Mi piace ancora suonare Teen Spirit, ma è quasi imbarazzante.

In che senso? È per via del suo enorme successo?
Sì, sono andati tutti in fissa con quel pezzo. C’è stata questa reazione, perché la gente l’ha visto milioni di volte su Mtv. Gliel’hanno proprio conficcato nel cervello. Ma ho scritto tanti altri pezzi di quel livello, se non migliori, tipo Drain You. Per me è uguale a Teen Spirit, mi piace molto il testo e non mi stanco mai di suonarlo. Forse se fosse diventato famoso come Teen Spirit mi piacerebbe meno.

Ma devi esserti divertito a scriverlo.
Pensavo che avrei scritto il pezzo pop definitivo. Di base cercavo di scopiazzare i Pixies, devo ammetterlo (ride). Quando li ho ascoltati per la prima volta, li sentivo così vicini che avrei potuto far parte io della band. O almeno di una tribute band. Abbiamo usato il loro tipo di movimento, passare da suoni dolci e delicati a suoni aspri e violenti. Teen Spirit ha un riff banalissimo, tipo i Boston o Louie, Louie. Quando ho fatto sentire la parte di chitarra, Krist mi ha detto: “Ma è ridicola”. Però li ho costretti a suonarla per un’ora e mezza.

Da dove viene il verso: “Here we are now, entertain us”?
È una frase che dico per rompere il ghiaccio alle feste. Succede un sacco di volte che ti ritrovi in mezzo a un po’ di gente e c’è questa atmosfera di disagio totale. E allora me ne esco così: “Eccoci qui, fateci divertire”.

Che effetto ti fa vedere che un pezzo scritto per puro divertimento, come omaggio a una delle tue band preferite, sia diventato l’inno del grunge e un punto fondamentale nella commercializzazione della giovinezza?
In realtà per un po’ ce la siamo goduta. Per un po’ di tempo a Seattle sembrava di vivere la Summer of Love, ed era fico. Lanciarsi sul pubblico con la chitarra ed essere trasportato fino in fondo alla sala, e poi di nuovo sul palco senza farsi male: era la celebrazione di qualcosa che ci sembrava soltanto nostro. Poi è finito tutto. Però sono stufo di sentirmi a disagio. L’ho superato.

Questo è il vostro primo tour negli Usa dal 1991, poco prima dell’esplosione di Nevermind.
Avevo bisogno di un po’ di tempo per raccogliere le idee e riprendermi. Stavo a pezzi e pensavo non mi servisse andare in tour perché stavo facendo un mucchio di soldi. Milioni di dollari. Da 8 a 10 milioni di dischi venduti: insomma mi pareva una caterva di soldi. Così pensavo di restarmene tranquillo e godermeli. Non vorrei sembrasse un alibi, ma il mio mal di stomaco è stato l’ostacolo più grosso rispetto alla possibilità di fare un tour. È un problema che ho da un sacco di tempo. Ma se soffri di un dolore cronico per cinque anni, alla fine del quinto anno vai letteralmente fuori di testa. Non riuscivo a fare niente. Ero schizzato come un gatto cencioso preso a bastonate.

Quanto pensi che la sofferenza fisica abbia influenzato la tua scrittura?
È una domanda che fa paura, perché ovviamente se uno ha dei tormenti nella propria vita, quelli si riflettono pure nella musica, e spesso è una cosa positiva. Credo che mi abbia aiutato. Ma rinuncerei a tutto pur di star bene. Volevo fare questa intervista a un certo punto del tour, e per adesso è stato uno dei tour più gratificanti. Davvero. Non perché suoniamo in posti più grandi o perché la gente ci lecca il culo ancora di più. Ma perché lo stomaco ha smesso di farmi male. Riesco a mangiare. Ieri sera ho mangiato una pizza enorme. È stato bellissimo poterlo fare. Mi tira su di morale. Eppure ho sempre temuto che, se avessi perso il mal di stomaco, avrei perso anche la creatività. Chissà. Al momento non ho nessun pezzo nuovo.

Uno dei pezzi che avete tagliato all’ultimo da In Utero era I Hate Myself and I Want to Die. Le parole del titolo avevano un senso letterale per te?
Letterale quanto può esserlo una barzelletta. Niente di più. E questo ha un po’ a che vedere col perché l’abbiamo tolto. Sapevamo che la gente non l’avrebbe capito, l’avrebbero preso troppo sul serio. Era ironico, ci prendevamo in giro da soli. Sono considerato un rompicazzo, un lamentoso, un pazzo schizofrenico che non vede l’ora di farsi fuori. Quindi mi pareva un titolo divertente. Ma sapevo che la maggior parte della gente non avrebbe colto.

Ti sei mai sentito così devastato dall’angoscia, dal dolore o dalla rabbia da aver pensato davvero al suicidio?
Per cinque anni, quando soffrivo di mal di stomaco, sì. Volevo ammazzarmi tutti i giorni. Ci sono andato vicino diverse volte. Mi spiace essere così brusco sulla questione. Mentre ero in tour, mi sono ritrovato steso sul pavimento a vomitare aria, perché non riuscivo a mandar giù l’acqua. E poi, dopo 20 minuti, sono salito sul palco a suonare. Cantavo e tossivo sangue. Non so come si affronti la vita. Amo suonare, ma così era impossibile. Per questo ho deciso di curarmi.

Per quanto sarcastica, una canzone come quella può toccare un nervo scoperto. Ci sono un sacco di ragazzini, che per mille motivi, pensano sul serio di ammazzarsi.
È una contraddizione abbastanza tipica della nostra band: essere sarcastici e seri allo stesso tempo.

Che tipo di lettere ti arrivano dai fan oggi?
Prima leggevo un sacco di lettere e mi lasciavo coinvolgere. Ma sono stato così impegnato con questo disco, con il video e con il tour, che non ho letto nemmeno una lettera, e mi spiace molto. Non ho neppure fatto uscire la nostra fanzine, una delle cose a cui teniamo per contrastare il cattivo giornalismo e mostrare semplicemente un lato più realistico della band. Devo ammettere che mi sono ritrovato a comportarmi nello stesso modo di altre rockstar. Ovvero, a non rispondere alle lettere, non aggiornarmi sulla musica. E mi sento piuttosto isolato. Non ho idea di che cosa succeda nel mondo. Mi sento fortunatissimo se posso andare in un locale. Proprio l’altra sera siamo andati in giro a Kansas City, nel Missouri, e siamo finiti in questo bar dove suonavano i Treepeople di Seattle. Ho conosciuto questi tre ragazzini, musicisti, veramente simpatici. Mi sono divertito tutta la sera e li ho invitati in albergo. Loro hanno accettato e gli ho offerto il servizio in camera. Forse ho pure esagerato con l’ospitalità, ma era fantastico sapere di poterlo ancora fare, sapere di poter trovare degli amici. Temevo non fosse più possibile. Qualche anno fa, eravamo a Detroit a suonare in un locale e si sono presentate 10 persone. Vicino, c’era un bar dove è entrato Axl Rose con 10 o 15 guardie del corpo a seguito. Una cosa assurda, tutta questa gente che gli ronzava attorno. Se fosse entrato da solo, non sarebbe successo niente. Ma evidentemente era una cosa che lui voleva. Se vuoi farti notare, ti fai notare.

Per cinque anni, quando soffrivo di mal di stomaco, volevo ammazzarmi tutti i giorni. Ci sono andato vicino diverse volte.

Come va adesso con i Pearl Jam?
Non mi va di parlarne. Ho imparato che insultare gli altri non mi fa star bene. È un peccato, perché questa faida tra Pearl Jam e Nirvana va avanti da troppo tempo e poteva essere risolta.

Non si è mai capito cosa riguardasse la faida con Eddie Vedder.
Non c’è mai stata. Ho solo parlato male dei Pearl Jam, perché non mi piacevano. Non ho mai incontrato Eddie. È stata colpa mia, avrei dovuto prendermela con la casa discografica, non con loro. Sono stati spinti – non credo a forza – sul carrozzone del grunge modaiolo.

Non li senti vicini? Anche loro hanno subito la loro vostra stessa pressione per il secondo album.
Sì, certo. Soltanto che sono abbastanza sicuro non abbiano fatto mezzo passo per sfidare le aspettative del pubblico come abbiamo fatto noi con questo album. Sono una rock band che gioca sul sicuro. Un rock gradevole che piace a tutti (ride). Oddio, potevo tirare fuori frasi migliori. Voglio tirarmela un po’ e credo che siamo meglio di molte altre band. Ma ho capito che su un album bastano un paio di pezzi orecchiabili e per il resto vanno bene un po’ di stronzate alla Bad Company. Se fossi stato furbo, avrei ricicciato i pezzi di Nevermind per 15 anni. Però gli album che amo sono fatti di tutte canzoni belle: tipo Rocks degli Aerosmith, Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols, Led Zeppelin IIBack in Black degli AC/DC.

Sembra anche che tu sia un grande fan dei Beatles.
Sì! John Lennon è il mio Beatle preferito. Non ho idea di chi abbia scritto cosa nei vari pezzi, ma Paul McCartney lo trovo imbarazzante. E Lennon era palesemente disturbato (ride), quindi lo capisco. Dai libri che ho letto – e sono super scettico rispetto a tutto quello che leggo, soprattutto nei libri sul rock – mi faceva pena. Rinchiuso in quell’appartamento. Per quanto fosse innamorato perso di Yoko e di suo figlio, era come vivere in carcere. Era prigioniero, non è giusto. È questo il nodo cruciale del mio problema con la celebrità: il modo in cui la gente si rapporta alle persone famose. Bisogna che cambi, davvero. Ma è difficile convincere la gente a darsi una regolata. Calmatevi, un po’ di rispetto! Alla fine la cacca la facciamo tutti (ride).

Parliamo del tuo songwriting. I tuoi pezzi migliori – Teen Spirit, Come As You Are, Rape Me – si aprono con una strofa in tono sommesso, malinconico. Poi arriva un ritornello sparato a volume altissimo che ti stende. Quindi, che cosa viene prima: la strofa o il ritornello killer?
(Lunga pausa, poi sorride). Non ne ho idea, veramente. Credo di iniziare dalla strofa per poi arrivare al ritornello. Ma mi sto stufando di questa formula, perché in effetti si tratta di una formula. Non puoi spremerla fino all’osso. Ormai è stracollaudata e ci siamo rotti un po’ tutti, tipo: “Okay, ho questo riff. Ora lo suono piano, senza distorsore, mentre canto la strofa. E adesso vai di distorsore e batteria”. È uno stile dinamico, ma sfrutta solo due movimenti, quando ce ne sarebbero svariati altri. Vorrei giocare di alternanze, muovermi fra cose diverse, arrivare a un suono quasi psichedelico, in un certo senso, ma strutturato. Non è per niente facile e non so se ne siamo capaci come musicisti.

Pezzi come Dumb e All Apologies fanno pensare che tu stia cercando di non ricorrere agli effettoni di chitarra.
Assolutamente. Mi sarebbe piaciuto aver scritto altri pezzi simili. Persino mettere About a Girl su Bleach è stato un rischio. Ero pesantemente influenzato dal pop, mi piacevano un sacco i R.E.M., e mi ascoltavo vecchia roba anni ’60. Ma mi arrivava tutta la pressione della scena, cioè dell’underground, come quando sei al liceo. E mettere un pezzo tipo R.E.M. in un al- bum grunge, all’interno di quella scena, era un azzardo. A volte rimpiango di non aver seguito l’esempio di Bob Dylan e cantare canzoni che non mi facciano perdere la voce ogni notte, così potrei far carriera.

Che significa per il futuro dei Nirvana?
Non posso pensare al futuro ed esser certo che sarò ancora in grado di suona- re pezzi dei Nirvana fra 10 anni; è impossibile. Non voglio fare la fine di Eric Clapton. Non per svilirlo, lo rispetto immensamente. Ma non voglio dover modificare le canzoni per adattarle alla mia età (ride).

Il pezzo più controverso di In Utero è Rape Me. È super accattivante, ma titolo e testo hanno suscitato polemiche non solo tra i dj, ma anche tra alcune donne, che trovano sprezzante da parte di un uomo l’utilizzo disinvolto di una parola tanto potente e incendiaria.
Capisco il punto di vista, e ho sentito tutte le polemiche. Ero scisso tra il rimorso e il tentativo di difendermi. Di base stavo cercando di scrivere un pezzo che fosse dalla parte delle donne e parlasse di stupro. Negli ultimi anni la gente ha sempre avuto un sacco di problemi a capire il nostro messag- gio, così ho deciso di essere il più brutale possibile. Lo so che non è una bella immagine, ma prendi una donna che è stata stuprata ed è furiosa per ciò che è successo… potrebbe dire: “Vai, stuprami pure, continua, poi succederà anche a te”. Credo fermamente nel karma, e alla fine quel figlio di puttana avrà ciò che si merita. Verrà preso, finirà in carcere, e sarà stuprato. “Quindi stuprami, vai, finisci. Perché a te andrà a peggio”.

Che ha pensato tua moglie, Courtney, quando ha sentito il pezzo?
Penso che abbia capito. Probabilmente a lei l’ho spiegato meglio che a te. Sia chiaro, davvero, non stavo cercando di creare polemica. Era l’ultima cosa che volevo. Non ci tenevamo a far incazzare qualche genitore o avere le femministe contro. Provo solo disprezzo per qualcuno che fa una cosa del genere a una donna. È il mio modo di dire: “Lo fai una volta e magari la fai franca. Lo rifai cento volte e alla fine la pagherai”.

Quando quest’estate sei stato arrestato con l’accusa di violenza domestica, Courtney ha ammesso che tieni delle armi in casa. Perché senti il bisogno di essere armato?
Mi piacciono le armi. Mi piace sparare.

Dove? A cosa?
(Ride) Nel bosco, a un poligono di tiro. Cioè non è proprio un poligono ufficiale, ma c’è un enorme dirupo e non c’è alcun rischio di sparare a qualcuno. Non c’è anima viva nel raggio di chilometri.

Senza fare troppo i politicamente corretti, ma non credi che sia pericoloso tenere delle armi in casa con una bambina piccola?
No, è una forma di difesa. Non ho guardie del corpo. Ci sono persone meno famose di me e Courtney che sono state stalkerate e ammazzate. Magari c’è qualche malintenzionato che cerca una casa da svaligiare. In realtà tengo una pistola carica, ma è al sicuro, chiusa in un armadietto sopra uno scaffale troppo alto per Frances. E ho un M-16, con cui mi diverto a sparare. È l’unico sport che mi sia mai piaciuto. Non è che sia un’ossessione e mi debba giustificare. Non ci penso molto.

E Courtney come si sente ad avere delle armi in casa?
Era come con me quando le ho comprate. Senti, non sono una persona molto muscolare. Non sarei in grado di contrastare un intruso armato. E non ho intenzione di restarmene impalato a vedere la mia famiglia massacrata o violentata davanti ai miei occhi. Non ci penserei due volte a far saltare le cervella a qualcuno se ci provasse. È autodifesa. E a volte è divertente andar fuori a sparare. Ai bersagli, che sia chiaro (ride).

La gente pensa che, se vendi milioni di dischi, diventi milionario. Quanto sei ricco?
Mi è appena arrivato un assegno per le royalties di Nevermind, ed è piuttosto corposo. Però è davvero strano. Quando stavamo vendendo tutti quei dischi con Nevermind pensavo: “Cazzo, guadagnerò 10-15 milioni di dollari”. Non è così. Non facciamo una vita da nababbi. L’anno scorso ho speso un milione di dollari. Ho comprato una casa per 400mila dollari, più 300mila di tasse. Ho prestato dei soldi a mia madre. E questo è quanto.

Non hai granché da far vedere con quel milione.
Uno dei motivi per cui non abbiamo fatto molti concerti quando Nevermind era esploso negli Usa è perché pensavo: “Ho questo mal di stomaco cronico. Potrei morire in tour, sto vendendo un mucchio di dischi, ci campo il resto della mia vita con questi soldi”. Ma non avrebbe senso spiegarlo a un ragazzino di 15 anni, io non ci avrei mai creduto.

Sei preoccupato degli effetti che possono avere il tuo lavoro, il tuo stile di vita e la tua celebrità su Frances?
Sì. Lei sembra affascinata da tutti. Ama tutti. E mi spiace sia sempre sballottolata in giro così tanto. Abbiamo due tate, una a tempo pieno, l’altra che se ne prende cura nel weekend. Ma quando siamo in tour, è sempre in mezzo alla gente. Ci sforziamo il più possibile di darle un’educazione prescolastica. Ma vive in un mondo completamente diverso.

In Serve the Servants canti: “Ho cercato di avere un padre / ma mi sono ritrovato un papà”. Temi di fare gli stessi errori di tuo padre?
No. Io e mio padre siamo diversissimi. Sono molto più affettuoso di lui. Se anche io e Courtney divorziassimo, non permetterei mai di creare una situazione di tensione di fronte a Frances. Sono cose che distruggono un ragazzino, e la colpa è dei genitori. Io e Courtney non siamo delle merde. Abbiamo sofferto la mancanza di affetto per tutta la nostra vita, e ne abbiamo talmente bisogno che il nostro unico scopo è dare a Frances più amore e sostegno possibile.

Come sono i rapporti all’interno dei Nirvana?
Quando mi drogavo, erano pessimi. Non c’era comunicazione. Krist e Dave non capivano, non si erano mai fatti. Vedevano l’eroina come la vedevo io prima di iniziare a farmi. Una roba tristissima. Non ne parlavamo spesso. Pensavano al peggio, come gran parte della gente, e non gliene faccio una colpa. Ma niente è mai terribile come lo si dipinge. Da quando ho smesso di farmi, è tornato tutto più o meno alla normalità. A parte Dave. Sono preoccupato per lui, perché teme di poter essere rimpiazzato da un momento all’altro. Si sente ancora come se…

…fosse sotto esame?
Sì. Cerco di fargli un mucchio di complimenti, e in genere non sono molto prodigo, soprattutto in prova. “Facciamo questo pezzo, facciamo quest’altro, ricominciamo”. Roba così. Penso che Dave abbia bisogno di costanti rassicurazioni.

Con tutte le tue riserve rispetto al fatto di fare canzoni sempre uguali, temi che un giorno non ci saranno più i Nirvana?
Mi piacerebbe lavorare con persone che sono completamente all’opposto di quello che sto facendo io al momento.

Questo non fa presagire nulla di buono per i Nirvana e il tipo di musica che fate insieme.
È quello che sto cercando di dirti dall’inizio. Siamo quasi esausti. Siamo arrivati al punto in cui le cose sono diventate ripetitive. Non c’è niente all’orizzonte verso cui muover- si. Il nostro momento migliore l’abbiamo vissuto quando è uscito Nevermind e suonavamo per locali. I concerti erano sempre sold-out e il disco stava spaccando. Sentivamo tutta questa energia assurda, stava succedendo qualcosa di speciale. Odio doverlo dire, ma non credo che la band durerà più di un paio di anni se non ci mettiamo a sperimentare seriamente. È la verità: è limitante fare la stessa cosa insieme alle stesse persone. Sono interessato a studiare roba nuova, e per Krist e Dave è lo stesso. Ma non sono sicuro saremo in grado di continuare insieme. Non voglio fare un altro disco uguale agli ultimi tre. Almeno un altro album lo faremo, e ho la sensazione che sarà piuttosto etereo, acustico, tipo l’ultimo dei R.E.M. Se solo potessi scrivere due pezzi al loro livello… Non ho idea di come facciano. Cazzo, sono i migliori. Hanno gestito il loro successo come dei santi e continuano a sfornare musica eccezionale. Vorrei che fosse così per i Nirvana. Perché adesso siamo bloccati. Siamo stati etichettati. E i R.E.M.? Cosa sono? College rock? Non è un’etichetta che ti resta addosso. Grunge è un termine potente quanto New Wave, non ne esci fuori. E diventerà vecchio. Devi rischiartela, sperare di essere accettato da un nuovo pubblico, oppure che i vecchi fan crescano con te.

E se i ragazzini vi diranno: “Non ci piace sta roba, sparite!”?
Ah beh, (ride), si fottano.