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Siamo giornalisti o pubblicitari?

Alcuni quotidiani hanno pubblicato la foto del bambino siriano, solo, morto sulla spiaggia. Perché usare una foto simile?

Oggi il Manifesto ha pubblicato in prima pagina l’immagine del bambino siriano trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, uno dei 12 morti dei 34 siriani che cercavano di sbarcare in Grecia. Il titolo è “Niente asilo”, con un riferimento al problema dell’accoglienza dei migranti in Europa, ma anche un terrificante gioco di parole con l’età del protagonista dello scatto. Anche La Stampa ha deciso di pubblicare lo scatto, con un editoriale del direttore che giustifica la scelta dicendo “… qualunque altra scelta era come prenderci in giro […] il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano.”
La discussione rispetto all’uso di immagini esplicite di tragedie umane è un tema ricorrente in questi giorni di emergenze umanitarie su vari confini europei, così come lo era stato l’estate scorsa rispetto ai video delle uccisioni dell’ISIS, e nei mesi a seguire a seguito di stragi del gruppo terroristico Boko Haram in Nigeria. E il racconto della storia è tempestato di immagini di tragedie, dalle foto dei ritrovamenti dei campi di concentramento alla napalm girl (citata anche da Calabresi nel suo editoriale per storicizzare la foto del bambino), alle foto degli anni di piombo. Come scrive Paolo di Stefano sul Corriere, “Ci sono momenti in cui un giornale ha la sensazione, pretestuosa o sbagliata, che la materia di quel giorno possa per qualche ragione farsi storia. Per esempio, che una fotografia […] riesca a illustrare una tragedia presente perché venga conservata a futura (dolorosa) memoria.”

In questi momenti storici succede un corto circuito in cui la stampa decide di non informare solo, ma anche di educare. Educare il lettore sull’esistenza di un mondo fuori dal suo giardino in cui le persone muoiono cercano di scappare dalle guerre – su cui spesso la stessa stampa non informa in modo adeguato, o che la maggior parte dei lettori decidono volontariamente di saltare per seguire meglio l’ultimo sviluppo del cronaca nera. Educare alla pietà verso i bambini che muoiono in cerca di vita migliore, mentre noi qui parliamo male degli immigrati che “stuprano le nostre donne” o “hanno l’iPhone” e che con i soldi che danno agli scafisti potrebbero andare in volo in America – dove sono i giornali quando c’è da spiegare a uno stupido come funziona la fuga da una guerra?
Tutto questo viene fatto con immagini che dovrebbero funzionare da terapia d’urto, che non facciano più “girare la testa dall’altra parte”, che dovrebbero diventare una specie di punto zero e da lì in poi cambia tutto, come se la storia fosse fatta di epoche “prima della foto X” e “dopo la foto X”. Sarebbe meraviglioso. Eppure, dai commenti sui social sulla foto in questione, è possibile vedere che chi era sensibile al tema continua ad esserlo, chi sosteneva che l’accoglienza è un pericolo e che i migranti vanno “aiutati a casa loro” continua a sostenerlo. I social sono estremamente sensibili alle “urla e alle fanfare”, quindi sono un ottimo indicatore delle modalità in cui può essere recepita una immagine come quella di cui stiamo parlando. Il risultato è stato: nessuna grande presa di coscienza. Tutto questo sulla pelle di un bambino morto, su cui si è deciso di soprassedere riguardo qualsiasi tipo di tutela della sua immagine in nome della “storia”. Perché la sua storia scritta non era abbastanza, e quel poliziotto che lo tiene in braccio evidentemente dà troppa umanità che la “storia” non merita. E su cui è evidentemente il caso di scherzare – “nessun asilo” è un titolo breve e con un doppio senso, due elementi linguistici che insegnano alle scuole di Zelig.