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Quelli che la figa gli cade addosso (e a me no)

Francesco Mandelli, aka il Nongio, racconta l'avventura di Airjordan, immerso nel suo luogo naturale: il dancefloor. Cercando, invano, di conquistare la bella Paloma

Airjordan si chiamava così perché il padre era un fan. Non di Michael

Airjordan si chiamava così perché il padre era un fan. Non di Michael

Diverso da chi, diverso da cosa? Si chiedeva il giovane Airjordan Passoni, mentre ballava sul dancefloor bollente. Era tutto ciò che aveva. Il dancefloor. Da lunedì a venerdì cercava un modo per suicidarsi senza far soffrire i suoi genitori e soprattutto il suo cane. Si chiamava così, Airjordan, perché il padre, Logliandro, era un fan. Non di Jordan Michael, nota stella americana del basket, campione olimpico a Barcellona ’92 con il “Dream Team”. Ma va’, manco sapeva chi fosse, bensì era fan delle Nike Air Jordan, le calzature da basket, quelle grigio topo con 2 macchie che sembravano di vomito vicino alla suola. Bellissime. Con quella linguetta che somigliava a una blatta. Quante partite a calcio con quelle scarpe da basket, per Gliolgliandro. O Logliandro. O Lillo per gli amici. Gliolgliandro si chiamava così perché il nonno di Airjordan si faceva di keta, e al momento della registrazione in anagrafe smascellava. Anche se nessuno è mai riuscito a capire quale fosse il nome non smandibolato di Gliolgliandro. Suo figlio, il vero protagonista di questa vicenda, Airjordan, si chiamava così after-a-paio-di-scarpe quindi.

Airjordan era povero, innanzitutto. E questo nella nostra storia fa la differenza. Perché Paloma, la tipa che desiderava più di ogni altra cosa, era anche lei sul dancefloor quella sera ed era di un ricco, ma di un ricco, maaa diii uuunnn riccoo, che voi non vi potete immaginare. E Paloma ballava, lì davanti ad Airjordan, con i suoi capelli color miele, la carnagione di una bambola e le gambe di una della fashion week di Milano. Paloma, Paloma, continuava a ripetersi quel nome in testa che gli faceva venire in mente quel senso di morbidezza e freschezza che solo la pubblicità della Viennetta Algida sapeva dargli. Mentre Airjordan, con i suoi capelli sbagliati da provincia di Varese, la dentatura di uno che da piccolo necessitava dell’apparecchio, cieco da un occhio, le chiede se “vuola una sigarretra”. Sì, pronunciato proprio così, come un ragazzo sordo slovacco che cerca di imparare l’italiano.

Airjordan è lì col suo amico che ha la macchina. Lei con degli amici che sono venuti con 2 Smart ciascuno. Airjordan ha 10 euro nel portafoglio, che gli devono bastare per 15 giorni. Paloma i soldi manco li tocca che sono sporchi, uno dei tipi che l’accompagna in Smart paga per lei appena il suo sguardo si posa su qualche oggetto. Sicuramente non si poserà su quella blatta sociale di Airjordan.

E adesso, sappiate che il nostro protagonista è a Roma. E Paloma è proprio così, bella senza tempo, come l’acquedotto romano che passa in via della Casilina Vecchia davanti al Circolo degli Artisti. Bellezza maestosa e vetusta, capace di mantenere la sua dignità architettonica in un groviglio di abusivismo anni ’70. Lei, di fronte a queste parole pronunciate così male, vacilla e si gira a ballare di là. Ma di un di là, maa di uun di lààà. Ma non è di Paloma che il Passoni ha paura. Jordan ha paura di tutti gli altri, che improvvisamente quando incrociano il suo sguardo si girano a ballare di là. Tutti gli voltano le spalle. Jordan è accerchiato da gente che, ballando, lo fa sentire terribilmente solo, sorseggiando un Moscow Mule da 15 euro.

Quante volte ci sentiamo così nella vita? E quante vodke ci scoliamo per dimenticarcelo? Che Paloma stasera non ci sceglierà, che i nostri compagni non ci eleggeranno a rappresentanti di classe, che facendo le squadre saremo scelti per ultimi. Anzi, nemmeno scelti, rimasti. Diverso da chi? Diverso da cosa? Si chiede il povero Jordan, che tra l’altro stasera indossa delle Jordan, ma non servirà. La sua posizione nella catena alimentare dei rapporti sociali ai tempi dei social network è bassa. Molto bassa. Tipo gazzella. Ma più lento. E Paloma fugge. E lui è solo, retorico zimbello al centro del dancefloor che si sente solo. Gazzella zoppa. Gazzella vecchia che non fa nemmeno un cazzo di brodino. Insieme a tutti. Ma attenzione… colpo di scena! Airjordan, che balla con gli occhi bassi, trova il portafoglio del figlio di La Russa con dentro mille euro in contanti e il numero di telefono di Andrea Diprè. Lo vede disperarsi col proprietario del locale e stavolta è lui a girare le spalle. «Senza rancore, zio», pensa, «se era il figlio di D’Alema facevo lo stesso. Diverso da chi? Diverso da cosa? Il dancefloor dà, il dancefloor chiede». E il dancefloor è tutto ciò che ha. Poi guarda Paloma e furbo pensa: tanto ti trovo su Facebook, quante cazzo di Paloma ci saranno?

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di Maggio.
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