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Il mio grosso grasso sosia rapper, Giuliano Ferrara e Action Bronson

«Sono anch'io un rapper di discreto successo». Il giornalista si confronta con il suo alter ego musicale per raccontare il suo rapporto con il peso

« Ogni tanto qualcuno mi dice che sono Bud Spencer, qualcun altro si fa un selfie con me e mi saluta pensando che io sia Bisteccone Galeazzi»

« Ogni tanto qualcuno mi dice che sono Bud Spencer, qualcun altro si fa un selfie con me e mi saluta pensando che io sia Bisteccone Galeazzi»

Action Bronson è grasso più o meno come me, come me ha pelo rossiccio, maschera facciale spudoratamente commisurata al peso, agilità di forma (la souplesse non è dei segaligni) e una certa procacità vocale che gli consente di essere un rapper di successo. È anche, pare (mai cenato con lui e da lui), cuoco strepitoso. È molto amato, almeno commercialmente, e spero per lui si sia meritato una buona razione di spregiatori, detrattori, odiatori (fa buon sangue stare nel mirino delle sottili ambiguità dell’invidia e del disprezzo). Facciamo mestieri diversi, il suo è arte e ha per sé l’eterno, il mio è professione in via di lenta ma sicura estinzione. Me lo ritrovo su Twitter, segnalato come mio alter ego, me lo ritrovo nell’ultimo fascicolo di Rolling Stone segnalato tra le altre cose come mio alter ego: dunque è l’alter ego. Ogni tanto qualcuno mi dice che sono Bud Spencer, qualcun altro si fa un selfie con me e mi saluta pensando che io sia Bisteccone Galeazzi. Non mi offendo. Adoro lo scambio di persona, sono poeticamente convinto con Arthur Rimbaud che “Je est un autre”, io è un altro (questa fatale affermazione sta nella lettera di Rimbaud a Paul Demeny detta “Lettera del veggente”).

Ho un altro motivo decisamente più modesto per deliziarmi dei tweet che mi additano come sosia o giù di lì di Action Bronson: sono anch’io un rapper di discreto successo. Ho postato in passato un paio di colpi bassi virali in rete come direttore del Foglio. In uno rappavo a Berlusconi di tenermi da conto Monti, insomma un consiglio politico in forma di canzone; nell’altro cantavo tutte le parti del quartetto celebre del Rigoletto di Verdi, ma al posto del magnifico esordio “Bella figlia dell’amore…” avevo messo “Ilda rossa di procura…”, e il tema come potete immaginare era il sequestro del mio idolo pop Berlusconi nel cerchio magico del comune senso del pudore, con tanto di processo pubblico ai suoi bagordi privati. Dunque se ho motivi alti, altissimi, e grotteschi, per specchiarmi nel gran cuoco e gran rapper in nome della sartriana “trascendenza dell’ego”, o di altri luoghi dell’inconscio lacaniano, ho poi motivi più bassi di vanità personale.

Ma andiamo al dunque carnale, la grassezza. È quella che fa il peso in storielle come queste. Nell’immaginario i grassi si assomigliano tutti, hanno qualcosa in comune indefettibilmente. Una volta me ne stavo appoggiato a un’auto, in un vicolo di Roma, in compagnia di un amico anche lui serenamente obeso, e chiacchieravamo. Passa un tizio che mi riconosce, mi scruta, mi compara al compagno di chiacchiere, e ci dice: «Fratelli?». Mi viene fulmineo da rispondergli: «No, grassi». Con il che penso sia detto tutto. I grassi sono stranamente autorevoli, ma insieme sono deformi, ridicoli, sono freak, sono da circo, divertono, fanno da bersaglio, lasciano emergere negli altri componenti psicologiche estremamente magre, e talvolta meschine, o infantili e ludiche. Molti pensano che io sia diventato riccastro, niente di che ma una bella agiatezza, per via della televisione di Berlusconi, che mi avrebbe ingrassato. È vero l’opposto, io sono diventato, prima in Rai e poi sui canali privati, un conduttore riconoscibile e seguito perché ero già grasso di mio. La grassezza è parte integrante del mio mercato nel mondo della comunicazione, posto che io abbia altri talenti nel parlare, nell’ideare, nel trasmettere passioni, certezze e incertezze. La prima volta che gli spettatori mi hanno visto in modalità anchor da piccolo schermo hanno pensato dentro di sé: ma quello è quello grasso. Poi vengono il consenso, il dissenso, la simpatia, l’antipatia, ben distribuite nel mio inclito pubblico. Lo stesso fenomeno quando ero leaderino degli studenti a Roma, correva il 1968. Essere riconoscibile a tutta prima, a tutta callara, a tutta visione, ed esserlo per imponenza corporale, è un dato di realtà che fonda un certo potere di comunicazione verso gli altri. Avessi avuto un size normotipico, avrei dovuto faticare immensamente di più, e chissà se sarebbe andata. Non me la sono mai tirata tanto, ho temperato la naturale vanità che imputa nei narcisisti il successo al talento, perché sapevo che quella era la chiave di volta del mio strabordare o della mia estroversione.

Ho finito per odiare un po’ la tv, per cercare il più possibile di tenermene alla larga. Ma il mio naturale esibizionismo, quando vidi che, per esempio su Twitter, tutti i miei loghi erano già stati occupati, mi spinse a trovarne uno che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di prenotare per sé: @ferrarailgrasso. E tra le dolcezze della vita, che spero riguardino a suo modo anche il rapper mio alter ego, c’è il racconto familiare che tante volte mi è stato fatto in confidenza da miei ammiratori: «Dottore, lei non sa quanto è popolare tra i bambini, quando la sera a Radio Londra vedono quella giostra girare e adocchiano l’omone grasso che parla, rimangono incantati». Non sono vissuto invano, quindi, da grasso.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di luglio-agosto.
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