Chi siamo noi? L'editoriale del numero di settembre | Rolling Stone Italia
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Chi siamo noi? L’editoriale del numero di settembre

A Rolling Stone, luogo consapevolmente “frivolo”, le porte sono sempre aperte; annusiamo l’aria che tira e proviamo a raccontarvela

John Lydon a.k.a. Johnny Rotten fotografato da Magdalena Wosinska

John Lydon a.k.a. Johnny Rotten fotografato da Magdalena Wosinska

La storia dei confini è lunga e tortuosa e si innerva in due concetti, o forse pulsioni, radicate nella storia della civiltà occidentale: appartenenza e proprietà. Cose molto diverse tra loro. Gli accaniti sostenitori della necessità di “impermeabilizzare” la propria identità confondono il primo col secondo. Propongono una versione da centro commerciale della tradizione culturale che rivendicano e che credono di difendere. Confondono l’appartenenza (che non vuol dire esclusione del diverso, ma può e deve voler dire accoglienza e integrazione) con la proprietà (questo posto è mio e di nessun altro, com’è mia e di nessun altro l’automobile che guido tutti i giorni).

Le vicende tristi e infine confusissime del popolo greco ci hanno messi di fronte una volta di più alla necessità di ricordarci che ciò che dovrebbe tenerci insieme non può essere solo una banconota. L’avanti e indietro caotico tra l’illusione di un’Europa diversa da costruire sullo shock del referendum e la rassegnata, quasi indifferente, presa di coscienza, per molti tardiva, dell’effetto nullo o addirittura deleterio dell’agire di Tsipras, dimostra che non si può appartenere a un’unità monetaria, ma a un sentimento collettivo. Se non altro, la pia illusione che le gesta di Tsipras potessero avere un qualche effetto reale immediato ha ulteriormente chiarito che ben altro dobbiamo e possiamo fare per diventare finalmente europei.

Dove posso sentirmi a casa?

Intanto, da ogni quadrante del Mediterraneo del Sud, altro confine invisibile, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini appaiono magicamente in testa ai titoli dei telegiornali, invisibili fino a un attimo prima di essere sul punto di morire. Appaiono, come fantasmi che ci ripetono un mantra che non sappiamo più ascoltare: chi siete voi? Siete l’Europa? Siete il progresso? Siete accoglienza e civiltà? Siete cultura? E noi, europei ormai quasi solo di nascita, non sappiamo cosa rispondere. O meglio: alcuni di noi, gli uomini e le donne che stanno al fronte, in mezzo al mare, lungo tutti i confini possibili, le mani tese, spesso unite tra loro per trasportare quelli che ormai sono solo corpi morti, ecco, loro sono gli unici che oggi possono dirsi europei a pieno titolo. Noialtri semplici spettatori e ancor di più i vertici economico-finanziari della cosiddetta Unione – gli unici che contano ormai – siamo complici dello stesso atto criminoso, tragico e autodistruttivo.

Chiudiamo gli occhi, accendiamo un cerino per illuminare una notte troppo scura, ci voltiamo a contemplare il buio che stiamo costruendo dietro a un confine immaginario, indifendibile e dunque privo di senso, come i muri che stiamo alzando.
“L’identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire”, scriveva Claudio Magris vent’anni fa (Utopia e disincanto, Garzanti). Se non saremo in grado di adeguarci al mondo, smettendo di pretendere di ordinarlo ignorandone le forme, come bambini che insistono a provare a infilare il cubo nel buco rotondo e poi piangono perché non ci riescono prendendosela con il cubo e non con loro stessi, non sapremo mai più rispondere alla domanda fondamentale di Nietzsche: “Dove posso sentirmi a casa?”. Se le porte della casa sono chiuse, non abbiamo una casa, ma una gabbia. Nella quale, asserragliati come bestie sterilizzate e incattivite, finiremo per mangiarci l’un l’altro.

Perché anche Lydon
avrebbe voluto così,
ha dedicato una vita a far alzare sopracciglia

A Rolling Stone, luogo consapevolmente “frivolo”, le porte sono sempre aperte; annusiamo l’aria che tira e proviamo a raccontarvela. E di vecchi, piccoli confini inutilizzabili ne abbattiamo ogni giorno sul sito e ogni mese sul giornale che avete in mano. Lo sguardo seducente e post-glam di Stash dei Kolors in copertina avrebbe potuto essere quello fiero e cazzuto di John Lydon, che trovate qui sopra e dentro al giornale. Ci abbiamo pensato a lungo. E alla fine abbiamo scelto The Kolors, perché, se guardiamo la realtà e non ne immaginiamo una che non c’è, non possiamo ignorare i milioni di download e di dischi venduti nel giro di un’estate dai Kolors, anche a costo di vedere qualche “maligno e superbo” alzare il sopracciglio.

Perché anche Lydon avrebbe voluto così – ha dedicato una vita a far alzare sopracciglia. Perché ci sono molte cose che non sapete dei Kolors e che, se sarete abbastanza curiosi, potrete trovare qui. Insieme al ritorno dei New Order, all’incredibile portfolio su Springsteen, al nuovo album solista di Gilmour, che dà l’addio definitivo ai suoi Pink Floyd. E che magari un giorno potrebbe decidere di realizzare il sogno di Stash (da lui dichiarato e sostenuto via social dalla sua fanbase) e suonare insieme.

E dunque vi parliamo anche dei Kolors e ve li facciamo vedere a modo nostro, come vogliamo fare con ogni fenomeno di massa pop che Rolling Stone non può, né vuole, ignorare.
Lydon e The Kolors. Due cose diverse. Molto diverse. Che possono, e devono, poter stare insieme. Perché vale la pena raccontarle. E perché siamo punk e quindi imprevedibili. Come Lydon.

Questo editoriale è pubblicato su Rolling Stone di settembre.
Potete leggere l’edizione digitale della rivista,
basta cliccare sulle icone che trovi qui sotto.
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