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Raffaelliade

Raffaella Carrà era una cosmic dancer in perenne movimento, un'educatrice sentimentale, una istigatrice all’emancipazione sessuale sempre una spanna oltre i limiti concessi dalla morale comune

Raffaella Carrà nel 1971

Foto: Mondadori via Getty Images

C’era una volta la tv in bianco e nero quando un giovane mago Silvan ebbe l’idea di segare Raffaella Carrà in più parti. Che tempi dovevano essere quelli in cui avevi a disposizione un solo canale, su cui potevi imporre al pubblico letteralmente qualunque cosa, e tu ci trasmettevi Raffaella Carrà ventenne. Fatto sta che i nostri avi ebbero un bel rassicurare i rispettivi eredi con la promessa che, pochi minuti dopo, la più importante showgirl italiana di allora e di sempre si sarebbe rialzata tutta intera, e sarebbe tornata a ballare e cantare come se nessuno avesse mai attentato a quell’unità di testa, punto vita e gambe: ci volle un impacco urgente di 45 giri di Maga Maghella per farli riprendere da quello shock. È comprensibile, giacché era la prima volta che il pubblico faceva i conti con un mondo potenzialmente privo di Raffaella.

Oggi è la seconda. Ma i bambini di allora, nel frattempo divenuti adulti a suon di trenini di Tanti auguri e a Tuca tuca fai da te, hanno saputo reagire come tali. Il fatto è che con un’artista del raggio di influenza della Carrà, senza discendenti ma con così tanti figli naturali, diffusi in ogni campo dello spettacolo e categoria dello spirito, la morte ha bisogno di trucchi ben più complessi di quelli del repertorio del mago Silvan per arrivare anche solo a provarci, a farla svanire.

Non c’è stata donna italiana che sia stata più bella da vedere e, in particolare, da vedere in movimento, di Raffaella Carrà. L’aiutava forse il fatto che fosse così difficile inquadrarla da ferma. C’è uno scatto particolarmente indicativo di questo in un servizio fotografico che le dedicò Vogue. Raffaella ha una cravatta da uomo legata al polso, come un piccolo trofeo di caccia e, mentre cerca coraggiosamente di immobilizzare gli arti inferiori per il tempo dell’esposizione, sbatte il caschetto di capelli all’indietro, rendendosi a un tempo irriconoscibile a riconoscibilissima, a testimonianza della sua natura di donna-gif, animata anche in foto da una sorta di moto perpetuo, di cui non sembra esistere un possibile fermo immagine; destinata a impartire anche alle immagini statiche un movimento immaginario, e a suscitare locomozione nel prossimo.

In effetti non c’è antidepressivo più efficace della gioia di ballare per gli altri di questa agile, necessaria controfigura per tanti italiani e stranieri, spagnoli e non: un’eterna Cleopatra bionda, dalle membra e dall’anima così toniche che saprebbero fare fiesta persino nel Deserto Rosso post-antonioniano in cui ci tocca vivere. Ascoltarla o guardarla equivale a firmare una liberatoria con cui l’autorizziamo a fare quello che vuole delle nostre angustie, dei nostri deficit di attenzione, delle nostre paturnie psico-motorie, dei nostri pensieri e, più in generale, di noi.

È nel ballo, prima ancora che nelle celeberrime canzoni, che Raffaella realizza la sua idea più alta di donna di spettacolo. Prende in esame, uno per uno, tutti i luoghi comuni del mestiere della soubrette e ce li restituisce, da Canzonissima a Milleluci, da Fantastico 3 a Domenica In, con l’apparente ingenuità di una bambina che ci offre una gomma americana ben masticata, ma dotata di un nuovo senso.

Ogni passo era carrabile per Raffaella, vera cosmic dancer sia nel senso bolaniano – ovvero iperattivismo senza età – che induista – ovvero beatitudine nei cicli di creazione e distruzione. Ballava a 8 anni all’Accademia Nazionale di Danza, ballava a 70 al concerto per la sua Emilia terremotata nel 2012. Il suo solo casquet autodeterminato (privo di maschio a supporto), una delle sue mosse più celebri e imitate, già di per sé è un manifesto poetico eccezionale. Esso non prevedeva, com’era stato per ere ed ere di figure di danza tradizionali, che un cavaliere sostenesse la dama di schiena, mentre lei si rovesciava all’indietro. Questa tendenza conoscerà un culmine di pariteticità nel Tuca tuca 1.0 del 1971 con Enzo Paolo Turchi (rarissimo modello di uomo creato a immagine e somiglianza di Raffaella), in cui i casquet autodeterminati erano due, ambosesso e concomitanti.

La molla che scatta in Raffaella al rullare del tamburo del Tuca tuca è simbolo chiarissimo della sua proverbiale fuggevolezza, anche geografica: si fa sfiorare, sì, ma subito dopo entra in funzione un congegno che la fa guizzare all’indietro. Ballo ballo non farà che confermare all’Italia intera il messaggio già inviato ai potenziali partner della donna teorizzata e messa in pratica dalla Carrà: sono vostra ma anche di tutti gli altri e non c’è niente che possiate farci, se non provare a ballare ballare a vostra volta. Di lei sarebbe alquanto riduttivo affermare che sia stata la regina della televisione italiana, essendo piuttosto la personificazione della televisione in toto.

Ci sono delle movenze – come quando si pone di tre quarti di fronte alla camera e poi piega il busto in diagonale – in cui Raffaella è un ciak umano che sancisce la momentanea sospensione della vita e l’inizio della trasmissione. Il suo miracolo era farlo senza mai perdere una paillette di naturalezza. Raffaella appartiene al piccolo schermo con un’aderenza totale e quasi biologica, che lei non volle mai negare o ignorare, ma sempre abbracciare come fa un geco col vetro della lampada da giardino su cui si esibisce, anche a beneficio delle falene che mangerà.

Non sarebbe stata possibile su un altro mezzo di comunicazione, perché la replicabilità dei suoi gesti e vocalizzi su tutti i piccoli schermi di una o più nazioni in simultanea e le successive, infinite differite è l’unica dimensione in cui Raffaella poteva e può esistere. Non era una donna hic, era nunc, per capirci. Per questo, per studiarla, non c’è niente di meglio di uno dei tanti Techetechetè a lei dedicati, in cui sono così abilmente in dialogo tra loro le cento acconciature e i mille diversi costumi che l’hanno accompagnata, diacronicamente, mentre cantava e ricantava un certo brano dagli anni ’70 a oggi.

La Carrà è un classico multiculturale e intergenerazionale: sul suo regno non tramonta mai il rumore. A far l’amore comincia tu, ad esempio, straordinario inno alla libera iniziativa sessuale, tocca l’anima anche di non sa ancora cosa voglia dire, l’amore: si capisce che è una cosa bella, che si fa in compagnia, e la cantano tutti convintamente anche all’asilo.

I temi al centro delle canzoni che interpreta, di epoca in epoca, sono sempre una spanna oltre i limiti concessi dalla morale comune ai format di riferimento, e quando non ce ne sono ormai più, negli anni ’80, Raffaella lascia il sabato sera del varietà e sposta la telecamera sulla dimensione del salotto, con Pronto, Raffaella?, in onda tutti i giorni in diretta da mezzogiorno alle due. Osare allora significava essere umana; riscoprirsi donna dove fino ad allora era stata artista; improvvisare ed emozionarsi per una vincita al gioco dei fagioli – o per uno dei primi racconti televisivi di vita reale che ospitava – dove prima era stata tutta copione e coreografia.

Quei testi costituiscono un tale assortimento di precetti di educazione sentimentale e istigazioni all’emancipazione sessuale che ciascuno di noi può ordinarli o disordinarli a piacimento, cercando di dargli un senso compiuto, in forma di decalogo più o meno rispettabile, ma il risultato non cambia. Anche se questi decaloghi assumono sfumature diverse a seconda della foga con cui li si canta e/o balla, raccontano più o meno sempre la stessa storia: l’affrancamento dalla gabbia che il buon senso ci imponeva e ci impone. Ad esempio:

1. Sabato è festa, domenica è festa, non c’è mai lunedì;
2. Se lui ti porta in un letto vuoto, il vuoto daglielo indietro a lui;
3. Se si attacca col sentimento, portalo in fondo ad un cielo blu;
4. L’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu;
5. Dondola insieme a me, datti una spinta anche tu;
6. Ballo ballo ballo non m’innamoro;
7. Mi sono innamorata seduta stante;
8. Mi hai fregato il cuore, ma non te lo dico;
9. Ma attento a te, a cosa fai, se guardi un’altra te ne pentirai;
10. Le auguro di cuore che non le succeda mai quello che è successo a me.

Per Raffaella, in altre parole, la vita è quella cosa che ti accade mentre sei a Santa Fé e ti perdi tutti i percorsi turistici prestabiliti, perché sei troppo impegnata a vedere le stelle.

Come Raffaello Sanzio fu considerato, per il primo Cinquecento, ricettacolo di tutte le virtù degli altri pittori, così, per buona parte della seconda metà del Novecento, è stato per la sua omonima Carrà e il mestiere della showgirl. Il vocabolario della lingua italiana dovrebbe riferire la parola raffaellesco a entrambi.

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