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Quand’è che i telefilm sono diventati serie tv?

‘I Soprano’ vi dice qualcosa? Lo racconta anche ‘Serial Moments – I 20 anni che hanno cambiato la tv’, cronaca di due decenni di serialità attraverso 40 titoli, a partire da altrettante scene memorabili

Steven Van Zandt, James Gandolfini e Tony Sirico nei 'Soprano'

Foto: HBO/Getty Images

Serial Moments – I 20 anni che hanno cambiato la tv (in libreria dal 6 novembre per UTET), scritto dai fondatori di serialminds.com Diego Castelli e Marco Villa, ripercorre due decenni di serialità televisiva attraverso 40 titoli, raccontati ognuno a partire da una scena memorabile. Dall’ultimo saluto all’appartamento di Friends all’apertura della botola di Lost, dalle frasi leggendarie di René Ferretti in Boris al “quel che fai tu lo faccio anche io” di Lila e Lenù nell’Amica geniale, dalla prima puntata di CSI fino all’ultimo episodio di BoJack Horseman. Qui sotto trovate un estratto dall’introduzione.

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Per decenni li abbiamo chiamati semplicemente telefilm, poi sono diventate serie tv. Questa nuova epoca della serialità inizia con l’ultimissima coda degli anni Novanta, con quella che verrà definita «Peak Tv», o anche seconda «golden age of television» (dove la prima età dell’oro era stata quella degli anni Cinquanta). Si tratta di un periodo in cui comincia ad aumentare in modo significativo la quantità di serie prodotte, contestualmente a un aumento dei soggetti (canali) che le trasmettono, e in cui si avverte un generale miglioramento della qualità degli show, sia in termini di scrittura – creatività dei concept, sviluppo dei personaggi, definitiva e fecondissima ibridazione fra serie verticali e serial orizzontali – sia dal punto di vista della messa in scena, con budget sempre più alti e più di una strizzatina d’occhio al mondo del cinema.

Quest’ultimo punto, quello relativo alla qualità, è quello più evidente anche ai semplici appassionati, ma paradossalmente è anche il più sfuggente da definire in termini di analisi. È certamente difficile sostenere che non esistano serie tv di grande qualità prodotte negli anni Duemila, ma si potrebbe facilmente obiettare che piccoli e grandi capolavori si potevano trovare anche prima. Anche restando ai soli anni Novanta, serie come E.R., The X-Files, Friends, Buffy, The West Wing sono tutti esempi di opere di enorme qualità e popolarità, che, ognuna nel proprio genere, rappresentarono momenti di importante rivoluzione, spartiacque fra un prima e un dopo, insomma pietre miliari che mal digerirebbero l’idea che la qualità in tv sia arrivata solo col nuovo millennio.

A toglierci dall’imbarazzo non è allora il concetto di qualità, di per sé sfuggente, quanto altri due parametri, strettamente correlati: da una parte la nascita di una nuova idea di racconto televisivo, dall’altra una nuova percezione della serialità da parte del pubblico, legata a precisi comportamenti di visione. In entrambi i casi, la serie simbolo di questo nuovo corso è tradizionalmente considerata The Sopranos, che andava in onda sulla rete che più di tutte divenne protagonista del nuovo paradigma, cioè HBO.

The Sopranos racconta la storia di un boss mafioso italoamericano che, stressato dalla vita familiare e professionale che gli procura attacchi di panico, decide di affidarsi alle cure di una psicoanalista: la serie divenne ben presto protagonista di un nuovo modo di concepire la serialità televisiva, proprio in termini di «cosa» era possibile mostrare agli spettatori, e «come».

Le nuove serie tv delle reti cable, cioè i canali a pagamento a cui ci si poteva abbonare, si premurarono di offrire un tipo di contenuto che le reti generaliste, proprio a causa della loro vocazione nazionalpopolare, non avevano potuto contemplare fino a quel momento: storie più drammatiche, violente e sessualmente esplicite; trame più complicate e articolate; antieroi tormentati e ambigui, dal comportamento quanto meno discutibile in termini etici; episodi più lunghi, «pesanti» e riflessivi, facilitati dall’assenza di break pubblicitari. The Sopranos, che debuttò nel gennaio 1999, non fu in realtà la prima serie originale proposta da HBO. Sex and the City (non proprio l’ultima delle sconosciute) aveva esordito qualche mese prima, nel giugno del 1998, e la prima serie originale di HBO in assoluto, la carceraria Oz, risaliva al luglio del 1997. Entrambe queste serie, benché in modo molto diverso, andavano esattamente nella direzione di mostrare cose che solitamente la tv generalista evitava di considerare, che si trattasse delle difficoltà e dei drammi della vita in prigione o della vita sessuale spregiudicata e provocatoria di quattro amiche newyorkesi.

A cambiare, per The Sopranos, fu la risposta del pubblico e soprattutto della critica, che fino a quel momento aveva speso parole dolci per le proposte della rete cable, ma mantenendo ancora una certa cautela. Con le vicende di Tony Soprano, invece, ogni indugio fu rotto: The Sopranos ricevette 111 nomination, vincendo 21 statuette, di cui quattro già nel primo anno di vita. Quella di The Sopranos fu una vera e propria marcia trionfale, un percorso condito di incessanti applausi che si riversarono su praticamente ogni aspetto produttivo dello show (la scrittura, la messa in scena, l’interpretazione degli attori), scavando un solco profondo per dividere la classica offerta generalista dalla nuova e frizzante proposta delle reti cable. Non è un caso che il più famoso claim di HBO fosse «It’s not tv, it’s HBO» («Non è tv, è HBO»), pensato proprio per creare una netta separazione fra l’offerta a pagamento e quella generalista.

E qui arriviamo al secondo punto necessario a descrivere il cambio di rotta della serialità degli anni Duemila. Le serie di HBO erano serie tv per la cui visione era necessario sottoscrivere un abbonamento. Può sembrare un concetto banale, soprattutto a chi legge queste righe a più di vent’anni di distanza da quel momento, ma non lo è. La tv a pagamento esisteva già da anni, ma non aveva mai basato la propria popolarità sulla serialità televisiva originale. Tradizionalmente, i contenuti per i quali il pubblico televisivo era disposto a pagare erano due, lo sport e il cinema, una conseguenza logica del fatto che entrambe le forme di intrattenimento erano da sempre legate all’idea del pagamento di un biglietto, che diventava un abbonamento al momento di trasferirsi sul piccolo schermo. Le serie tv, invece, erano sempre state gratuite, e quindi l’idea che potessero divenire oggetto di un pagamento era molto più difficile da concepire per un pubblico che, forse, si sentiva già soddisfatto dalla quantità di racconto seriale allora disponibile.

Ma è proprio quel momento, quello in cui le serie tv diventano un contenuto premium per il quale è ragionevole spendere denaro, che incarna il nuovo approccio nei confronti della serialità televisiva. E se le serie tv sono un oggetto abbastanza nobile da essere acquistato, allora sono anche meritevoli di discussione, analisi, dibattito, confronto, entusiasmo, e sono lo strumento con cui gli appassionati seriali, fino a quel momento trattati come poveri nerd sfigatoni, poterono uscire dai loro angoli bui mostrando orgogliosi gli oggetti della loro passione. Si trattò, a conti fatti, di un circolo virtuoso: le reti cable compresero che esisteva un pubblico potenziale di persone disposte a pagare per serie tv diverse e migliori di quelle che offriva la tv generalista, e a sua volta quel pubblico potenziale aumentò di dimensioni quando effettivamente si trovò di fronte contenuti di cui tutti parlavano e che tutti premiavano, e che voleva conoscere. Il nuovo paradigma seriale rappresentò una rivoluzione culturale ed economica che investì tutti gli anni Duemila, che è arrivata fino ai nostri giorni e che influenzò la stessa tv generalista, la quale per la prima volta si trovò di fronte un concorrente agguerrito che cominciava a rubarle pubblico e spazio di discussione.

A non cambiare, però, furono le basi della modalità di fruizione dei contenuti televisivi: se è vero che la tecnologia della registrazione, sempre più perfezionata, permetteva di dilazionare il momento della visione di un episodio, è altrettanto vero che la forma base di visione delle serie tv, cable o generaliste che fossero, rimaneva sempre la stessa, cioè un episodio a settimana, tendenzialmente in prima serata, seguito dall’attesa per l’episodio successivo. Questo fu praticamente l’unico punto non toccato dalla rivoluzione della Peak Tv, che agì su temi, stili e toni, ma non sul concetto di ciò che era una serie tv, offerta per l’appunto su un televisore. Per la rivoluzione successiva, quella che stiamo ancora vivendo, bisognerà aspettare un’altra decina d’anni e l’arrivo delle piattaforme di streaming.