‘Tredici 2’, quando una serie accende il confronto

Per il lancio della seconda stagione, da oggi su Netflix, abbiamo incontrato Dylan Minnette (Clay Jensen) e Katherine Langford (Hannah Baker).

«Ho passato così tanto tempo con Clay che credo che la mia vita non sia completa se non so cosa gli accadrà» racconta Dylan Minnette, alias il Clay Jensen di Tredici «Sono davvero curioso, c’è ancora molto da raccontare».

La prima stagione della serie Netflix ha lasciato più di un segno non solo nel pubblico, ma anche nei suoi interpreti. E non poteva essere altrimenti visto la difficoltà dei temi (bullismo, violenza sessuale, depressione, suicidio) e il coraggio con cui sono stati affrontati. La nostra chiacchierata con Dylan e Katherine Langford (Hannah Baker) per il ritorno di Tredici con la season two lo dimostra: «Questa stagione è stata una sfida per me. L’unico modo in cui si vede il mio personaggio è attraverso lo sguardo degli altri personaggi nella forma del flashback oppure con gli occhi di Clay nel presente» spiega l’attrice australiana.

Sono passati 5 mesi dal suicidio di Hannah: i protagonisti stanno facendo i conti con le conseguenze della sua morte e con il superamento del trauma. Niente più audiocassette questa volta ma una serie di inquietanti polaroid, che porteranno i ragazzi a scoprire un complotto per cercare di nascondere la verità a tutti i costi.

Quanto vi hanno sorpreso il successo e le forti reazioni della prima stagione?

Dylan Non c’è modo di prepararsi, speravamo che alle persone sarebbe piaciuto ma non avevamo nessun tipo di aspettativa. Cercavamo di raccontare quello che volevamo senza pressione, cercando di capire in che direzione andava. Ed è accaduto proprio quello che desideravamo: è partito il dibattito, si sono accesi i riflettori. Le persone hanno opinioni differenti sulla serie ma è esattamente quello che deve accadere, perché è proprio in quel momento che nasce la discussione. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo e siamo molto grati al pubblico. Con la seconda stagione cerchiamo di continuare a raccontare questa storia onesta e molto vera e a essere il più reali possibile, altrimenti lo show non avrebbe nessuna utilità.

Per Hannah il suicidio era l’unica opzione, come hai gestito questa decisione del tuo personaggio?

Katherine Dopo che ho avuto la parte e ho letto il libro, ho iniziato a capire il potenziale e la forza della storia che stavamo raccontando. Tom McCarty, il regista dei primi due episodi e produttore esecutivo, ci diceva: “Cercate di mantenere tutto leggero, avete una strada molto lunga davanti”. Ed era vero, c’erano 13 episodi da fare. All’inizio Hannah è piena di vita, esuberante, sicura e coraggiosa, per gli ultimi 5 episodi invece ho lavorato con psichiatri e specialisti per comprendere quello che stavo rappresentando. Il suicidio viene mostrato in tanti modi, spesso sono falsi o poco reali e per me è stato difficile. Ma credo che il modo in cui il regista ha voluto filmarlo… per esempio abbiamo girato con una sola camera, senza stacchi. Abbiamo deciso di non renderlo più glamour ma solo di farlo vedere per com’è. È stata la scena più dura ma non per il motivo che sembra più ovvio: dopo aver interpretato Hannah per tanti mesi ed essere entrata nella sua vita, per me è stato difficile perché ho dovuto lasciarla andare.

Tredici non è più un young adult show.

Dylan Non l’ho mai visto come un young adult show perché sì, è vero, il focus è sui ragazzi ma questo non la rende necessariamente una serie per ragazzi nel modo in cui la intendiamo noi. È una storia che si focalizza sull’adolescenza ma spero che le persone di ogni età la prendano altrettanto sul serio.

Nella serie si parla anche di violenza sessuale: in questo momento storico, può aiutare il cambiamento?

Katherine Essere nello show e sentire le reazioni mi ha fatto realizzare il potenziale che il cinema ha. Time’s Up sta continuando a crescere con manifestazioni come quella ai Golden Globe, a cui ho partecipato e che continuo a supportare. Continuare a parlare di temi così delicati è importante, e non solo per quel che riguarda le molestie. L’aver anche preso parte a Tuo, Simon, che è il primo film di un grande studio sulracconto di formazione di un teen ager gay, mi ha davvero mostrato il valore e la potenzialità che il cinema ha di accendere il confronto. Il confronto promuove la comprensione e la comprensione facilita l’accettazione. Ed è qualcosa che c’è anche nella seconda stagione: non vediamo Hannah come nella prima e anche Jessica è stata violentata, credo che la sua storyline nella seconda stagione sia una di quelle che hanno più valore, spero che possa aiutare le persone.

Avete avuto dei feedback sui temi della serie?

Dylan Ho sentito di una donna che stava guardano Tredici con la figlia. La ragazza si è girata verso di lei e le ha detto: “Mamma, io mi sento così”. Hanno chiesto aiuto. Ci sono diverse storie simili di teenager che si sono aperti ai genitori rispetto a quello che stava succedendo nelle loro vite.

Katherine Non ho avuto la possibilità di incontrare molte persone perché siamo passati dalla prima stagione, al press tour, al set della seconda, ma credo che la bellezza dello show sia che risuona diversamente in ogni persona per il suo contesto. Qualcuno mi ha detto: “Ha cambiato la mia vita”. È un punto di partenza, di confronto. È questa la parte utile di Tredici.

Che tipo di musica ascoltate per prepararvi alle scene? E nella vita?

Dylan Potrei andare avanti per ore, non posso imbarcarmi in questa cosa, te ne pentiresti (Dylan è il chitarrista e cantante della band Wallows, nda).

Katherine Tredici è stato uno dei miei primi lavori e sto ancora cercando di capire quale sia il mio processo: non so se mi serve ascoltare musica per entrare nel personaggio, ma verso la fine della prima stagione ho iniziato a sentire i Beach House, sono stati davvero la colonna sonora per me e per Hannah. E anche un po’ di Arcade Fire, perché a Dylan piacciono molto e anche Clay li ascolta: sia lui che Hannah hanno il poster in camera nella serie. Nella vita sono molto eclettica nell’ascolto, c’è una radio in Australia a Perth che si chiama Triple J e che ha un pubblico molto giovane. Ascolto la musica in maniera attiva e mi concerto parecchio sul testo, sulla sua struttura. Sento un po’ di Drake, di Kendrick, di Gaga, amo molto anche le performance.

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