Matt Groening: «Faccio solo disegni stupidi, meglio di così non mi viene»

Ha previsto il futuro e dissacrato il presente, ma ora si rifugia nella fantasia. La nuova follia del papà dei 'Simpson' è 'Disincanto', storia di una principessa che voleva essere punk

Matt Groening, foto Getty


Come ogni artista che si rispetti, Matt Groening mette sempre un pizzico di vita personale nei suoi cartoni. Suo padre si chiamava Homer, sua madre Marge, le sue sorelle Lisa e Maggie. Quanto a Bart, l’unico personaggio dei Simpson che manca all’appello, è la versione in giallo di suo fratello Mark. Ma mentre la storia della famiglia più disastrata di Springfield potrebbe arrivare ormai a una naturale conclusione (per ora la Fox ha confermato la 30a stagione fino a maggio 2019, poi si vedrà) e la ferita di Futurama (precocemente cancellato) tuttora è aperta, non si è mai troppo vecchi per tornare ad animare una serie comica, nemmeno a 64 anni.

Stavolta niente omini gialli o storie ambientate nel 3000, ma una sfilza di episodi su Netflix riuniti sotto il nome di Disincanto, che prende tutta la magia del fantasy e la incenerisce come fa un drago quando vai a tirargli la coda. Si apre con la storia di Bean, una principessa che vuole fare la punk ma è braccata da un imminente matrimonio combinato. Ad aiutarla nella fuga da un’esistenza pallosa è Elfo, un elfo cazzaro a cui sta stretto il regno caramellosamente piatto in cui è nato.

Viene da chiedersi se anche la matita di chi li disegna si sia mai trovata nella stessa situazione: «Ovvio che sì, ma non sono abbastanza narcisista da parlare solo di me nelle cose che faccio», risponde Groening, che in questo momento è spaparanzato, mi racconta al telefono, nella lounge di un hotel di lusso di fronte all’oceano di Santa Monica. «Non mi sarei mai sognato di guadagnare soldi con dei cartoni stupidi». Ha iniziato a disegnare quando aveva 12 anni, continuando come un matto finché non si è reso conto di due cose: «La prima è che so fare solo questo, la seconda è che meglio di così non mi viene». Comunque fosse andata, Matt avrebbe pensato solo a fumetti e cartoni animati, anche a costo di colonizzare ogni minuto libero di una vita non proprio rosea. Da piccolo vedeva il se stesso adulto come un impiegato in un deposito di pneumatici, che è un lavoro onesto ma estenuante, dice. «Avevo questa visione di me che nelle pause faccio disegnini sul mio boss. Un incubo che grazie a Dio non si è avverato. Ciò non toglie che ho fatto lavori terribili».

Però, calmi. Come tutti i miei coetanei, ho consumato i pomeriggi a guardare i Simpson, commentando poi a scuola il giorno dopo la puntata. Provo un misto di nostalgia e ricordi quando riguardo i vecchi episodi… che puoi anche esserne il creatore, ok, ma se me li definisci “stupidi” quantomeno esigo delle spiegazioni. «Intendo nell’aspetto», chiarisce Groening. Una delle cose che lo sorprende più di questo stile grottesco – con gli occhi fuori dalle orbite e tutto il resto – è che la gente non solo è riuscita a rispecchiarsi nei personaggi, ma ne è addirittura rimasta attratta: «In Futurama per esempio abbiamo creato Leela, un’eroina spaziale sexy e coraggiosa. Ma non poteva essere perfetta, quindi le abbiamo disegnato un occhio solo».

Anche Bean, la principessa di Disincanto, non si può certo dire che sia bella nel senso fiabesco del termine. E poi, come Bender e Homer prima di lei, beve come un irlandese il giorno del suo compleanno. «È l’unico modo che ha per evadere da una realtà asfissiante», la difende Groening. In più, Bean è l’unico personaggio della serie ad avere un demone personale, Luci. Le viene appioppato sotto forma di maledizione prima del matrimonio, ma col passare del tempo i due, insieme a Elfo, finiscono col trovare più punti in comune che divergenze, tanto che ben presto la diffidenza si fa amicizia. «Anch’io ho il mio demone personale», scherza Groening.

«Dimentico sempre qualcosa. Rimane lì, nel retro del mio cervello, e me ne ricordo troppo tardi». Si dimentica di scadenze di lavoro, di rispondere alle mail. Quel che è peggio è che se ne ricorda a orari impossibili: «E non posso mica rispondere a qualcuno a mezzanotte». Questione di educazione? «Macché: se quel qualcuno, come me, dorme col cellulare sul comodino, gli viene sicuro una sincope sentendo il “DING” del messaggio». Se c’è qualcosa in cui è bravo, quello è farti ridere. La sua è una mente comica che è riuscita ad abbattere i confini non solo dello spazio, ma persino del tempo.

Era il 19 marzo 2000 è andato in onda un episodio dei Simpson dal titolo Bart To The Future, che negli ultimi due anni è stato oggetto di mille articoli online. In pratica, sulla strada di ritorno da un disastroso picnic, la famiglia si imbatte in un casinò gestito da nativi americani. Uno dei pellerossa dello staff sorprende Bart fra il pubblico di uno spettacolo vietato ai minori. Lo porta quindi nell’ufficio del Grande Capo, che per dargli una strigliata gli mostra il futuro che potrebbe aspettarlo se continuerà a fare il monello. Fra le immagini offuscate della visione, Bart si vede a 40 anni fallito, alcolizzato e scapolo, costretto a dividere una catapecchia con Ralph (il figlio del commissario Winchester). La sorella Lisa invece è diventata Presidente degli Stati Uniti, chiamata a risollevare le sorti della nazione dopo un disastroso mandato di Donald Trump. E così, 16 anni prima che potesse succedere l’impensabile, un Groening profetico ci aveva già scherzato sopra. «Mi dispiace non poter prevedere il futuro di voi italiani», commenta Groening, «ma mi sembra di capire che anche voi non ve la passate bene».

Va detto che l’elezione di un imprenditore squalo e narcisista non ha cambiato di una virgola la visione che il disegnatore ha della politica. «Sono sempre stato disilluso (disenchanted in inglese, ndr) verso la politica. Ma mi piace lo scontro, amo essere tirato nella baruffa e rispondere con i mezzi che ho: simboli, metafore oppure proprio un bel personaggio animato». Perché Groening ci tiene sempre a sottolineare che i cartoni sono una cosa seria: «Sono un campo minato. L’importante è offrire un buon equilibrio di sensibilità e provocazione. Noi siamo stati provocatori ma anche aperti a tutti, quindi stiamo a vedere».

A complicare ulteriormente le cose, per la prima volta nella sua carriera si è trovato alle prese con una storia a puntate: qualcosa di molto diverso dagli episodi autoconclusivi di Simpson e Futurama. «È stata dura, soprattutto perché sai che la gente si brucerà in un solo weekend almeno due o tre anni di lavoro». La parte divertente per Matt e i suoi è stata inventarsi finali di puntata che ti invogliano a guardare la successiva. La s da, però, era avere idee ben chiare fin da subito sulla storia, perché non è possibile cambiare le precedenti puntate per far quadrare quelle nuove.

Foto di Tara Ziemba/FilmMagic

Stanno già lavorando alla terza, quarta, quinta e sesta stagione. «Spero che ce le facciano fare, le idee non ci mancano». Al di là del secondo giro di episodi, quindi, non c’è niente di sicuro. Matt però mi confida qualcosa che ai groeniani irriducibili farà sicuramente piacere. «Vuoi sapere una cosa? Abbiamo disseminato di indizi ed easter eggs la serie. Sin dall’inizio è nascosta una componente fondamentale, che più in là sarà sotto gli occhi di tutti».

È un giochetto che avevano già fatto coi Simpson e si nota ancor di più in Futurama. Perché alla ne i cartoonist si divertono così: lavorando su diversi livelli di dialoghi e immagini, nascondendo le cose come i bambini. Tocca poi agli altri trovarle. «Mi è sempre piaciuto tantissimo inventare nuovi mondi, come fanno i piccoli». Quello fantasy di Disincanto arriva sull’onda di Game Of Thrones e Il Signore degli Anelli. O anche di Monty Python e il Sacro Graal, che rimane in assoluto uno dei film preferiti da un bambinone da 500 milioni di dollari, che in ogni caso sa come spendere bene i suoi soldi, tra una camicia hawaiana e l’altra. L’ultimo oggetto che ha comprato è una copia in vinile di Lumpy Gravy di Frank Zappa. «È una copia originale del ’68, l’ho pagata un po’», ridacchia. «Ma se vuoi sapere qual è l’ultima cosa in assoluto, ti direi il cocktail di ieri a pranzo».