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Luca Tommassini è l’X Factor

Coreografo, ballerino, direttore artistico. con lui chiunque si trasforma in perfetto animale da palcoscenico. Che si chiami Madonna oppure Giò Sada

Luca Tommassini al Mediolanum Forum durante le prove della finale di X Factor. Foto di Carlo Furgeri Gilbert

Luca Tommassini al Mediolanum Forum durante le prove della finale di X Factor. Foto di Carlo Furgeri Gilbert

Una bella tazza di caldo anti-influenzale e due colpi di tosse. Luca Tommassini si presenta un po’ acciaccato, in verità. Chiede scusa per il ritardo, per l’influenza, con un sorriso. Il suo impegno a X Factor è durissimo, visto che è uno e trino, coautore, direttore artistico e coreografo. Ma gli vale sempre almeno un “bravo Luca Tommassini” in diretta e il premio morale ogni fine puntata, visto che le sue idee fanno sembrare dei professionisti navigati ragazzi che fino al giorno prima cantavano al karaoke.

È un impegno che lo costringe a dormire poco, ma rappresenta solo l’ultima delle soddisfazioni che è riuscito a togliersi in una vita incredibile, che unisce in una linea a zig-zag Whitney Houston, Lorella Cuccarini, Madonna, Heather Parisi, Geri Halliwell e Giò Sada. Siamo andati a trovarlo sul set delle prove generali della finale 2015, dove Tommassini dimostra le sue doti di comandante. Quando arriva, è lui che detta i tempi, si occupa di ogni dettaglio in scena, dice dove vanno le luci. «Quando scende la piattaforma, buttateci sopra di tutto, anche i laser», si assicura, parlando con gli addetti. E un attimo dopo fa bloccare i maxi schermi sul fondo per un problema di sincronizzazione. Insomma, è lui che plasma l’immagine di X Factor, ed è innanzitutto grazie a lui che è diventato una produzione di livello internazionale. Nel suo libro Fattore T, uscito a ottobre per Mondadori, racconta la sua incredibile vita. «Ho una storia surreale», ammette. Proprio quella che voglio sentire.

La prima frase del tuo libro dice: “A 7 anni dipinsi di rosa il bagno di casa”, ovvero una sorpresa carina per tua mamma. All’inizio non prende troppo bene questa tua creatività, ma poi è lei a spingerti, a dirti di lasciarti andare…
Sì, mia madre ha cercato di farmi vivere il suo sogno, quello che a lei è stato tolto. Era arrabbiata, frustrata dal fatto di non aver potuto fare nulla nella vita, di non essere riuscita a fare carriera. Mi ha ricordato ogni giorno quanto sia importante avere e coltivare una passione e l’ha sostenuta facendo mille sacrifici. A me piaceva non solo ballare, mi piaceva la musica, mi faceva sorridere.

Luca Tommassini al Mediolanum Forum durante le prove della finale di X Factor. Foto di Carlo Furgeri Gilbert

Luca Tommassini al Mediolanum Forum durante le prove della finale di X Factor. Foto di Carlo Furgeri Gilbert

Possiamo dire che questo modo di fare, di puntare tutto sulla passione, ti sia rimasto dentro?
Sai, questa è una cosa che mi ha spaventato per un po’ di anni, all’inizio di X Factor: quando chiedevi a un ragazzo giovane cosa volesse fare da grande, la risposta che arrivava troppo spesso era: “Voglio essere famoso”. Per me, per la mia generazione, le risposte erano sempre: “Voglio cantare” o “Voglio ballare”. Però, devo dire che mi sto piacevolmente sorprendendo, qualcuno inizia a capire, ci sono ragazzi sempre più seri. Forse sta cambiando l’attitudine. Forse.

Secondo te è una questione generazionale?
Sì, credo di sì. Ma soprattutto è una questione culturale, globale. In televisione per anni è passato solo un messaggio, quello del vincere facile. C’è stato un momento in cui era tutto tipo: “Vieni qui che ti facciamo diventare famoso”. E guarda dove sono finiti quelli che hanno iniziato così, sono scoppiati tutti. Perché non c’erano radici profonde. È importante averle, più sono profonde e più potrai diventare grande.

Quando sei andato negli Stati Uniti, parecchi anni fa, hai partecipato anche tu a un talent show, Star Search International. Quanto sono cambiati da allora?
Ti dirò, non siamo mai usciti da quel mondo. Penso che X Factor sia una sorta di trans (ride). È un varietà travestito da talent. Prova ad andare indietro nel tempo, nella storia della televisione italiana: c’era Canzonissima, era un talent! C’erano decine di partecipanti e vinceva uno solo. Il pubblico condivideva questo percorso, completamente. Anche Sanremo, se vuoi, è un talent. Cambia solo il modo di impacchettare le cose, cambiano le confezioni. Ma la televisione ha raccontato sempre la stessa cosa.

Cambiando solo la forma, quindi.
Esatto! Guarda che questo è già un bel titolo! Suona bene, però, ammettilo.

Infatti, me lo sono appuntato. Tornando a te, in Italia sei esploso con Buona Domenica negli ann ’90, assieme a Lorella Cuccarini. Hai un rapporto davvero speciale con lei?
Io e Lorella ci siamo conosciuti in una scuola di ballo, quando eravamo piccoli. Abbiamo più o meno la stessa età e siamo stati sempre i primi della classe. Ci siamo sempre impegnati tantissimo. Secondo me la cosa particolare che ci mette nella stessa casella è che non siamo nati per ballare! Abbiamo fatto tantissima fatica per conquistare questo ruolo, ma, come ti dicevo, per gente come noi faticare è quasi normale. Anche ora, ci ritroviamo sempre su strade separate, ma in qualche modo ci incrociamo: è una cosa che succede da 35 anni ormai… Ne abbiamo fatte di tutti i colori. E la cosa bella è che non dobbiamo dirci niente quando lavoriamo, ci fidiamo uno dell’altra. È una cosa importantissima! Non è facile trovare gente come lei in questo mondo.

Luca Tommassini al Mediolanum Forum durante le prove della finale di X Factor. Foto di Carlo Furgeri Gilbert

Luca Tommassini al Mediolanum Forum durante le prove della finale di X Factor. Foto di Carlo Furgeri Gilbert

A proposito di quegli anni, c’è un passaggio del tuo libro che mi ha fatto sorridere. Mentre tu partecipavi al programma più seguito dalle casalinghe, hai preso solo tre permessi lavorativi: uno per andare sul set di Evita (il film con Madonna, ndr), uno per l’halftime show del Super Bowl e uno per la Notte degli Oscar…
Ah ah ah! Sì, sembra incredibile, ma è vero. Ho una storia surreale. Nessuno ci crede. Sono felice che la gente piano piano stia prendendo coscienza di queste cose. Da dove vengo io, dalla periferia di Roma, non era neanche permesso sognare. Penso sia uno dei miei punti di forza: mi sveglio alla mattina e sono pronto a perdere tutto.

Al massimo ricominci.
Esatto! Anzi, ti posso dire che, se tu mi dai la scuola di ballo più importante del mondo, diciamo l’Australian Ballet dell’Opera di Sydney, io mi trovo a disagio. Mettimi in una cantina dove c’è uno specchio rotto, piccolo, dove non riesco neanche a vedere la mia figura intera e riesco a lavorare.

Ma la tua storia i ragazzi di X Factor la sanno?
Ma va!

Quindi tu arrivi, inizi a dare ordini, dici: “Fai qui, fai così” e loro?
E loro rispondono: “Ma questo cosa vuole?” (ride). Però, ecco, questa è una sfida che mi piace. Mi piace questo fatto di dovermi conquistare le persone da zero. Come quando organizzi una cena e ti siedi al tavolo con degli sconosciuti. È una sensazione molto bella. In particolare con alcuni di loro, che sono così snob da dire che non hanno mai visto neanche una puntata del programma.

E tu ci credi?
No! Per niente! È solo un atteggiamento un po’ snob. Però poi, col tempo, intorno alla quinta puntata loro iniziano ad avere paura, a sentire la tensione, iniziano a cercare sguardi di cui fidarsi, quelli delle persone con cui hanno condiviso qualcosa di più. E se a incrociare quegli sguardi ci sono anche io, sono contento! Vuol dire che ho conquistato un 18enne. Sono i più difficili, non si fidano per niente.

Non si fidano o non si fidano più?
Non si sono mai fidati! Sono cresciuti in un momento in cui tutti eravamo persi, in cui cercavamo qualcosa in cui credere. Negli anni ’90 e nei primi 2000 è scoppiato un po’ tutto. Se tu mi chiedessi di farti un quadro con dentro delle persone vestite anni ’90, io non te lo saprei disegnare! Non c’è stata un’identità vera, e quindi è molto difficile per loro crearsela. Costruire qualcosa insieme a loro è molto bello.

Madonna non è una cantante, fa la cantante e deve impegnarsi sempre moltissimo. Per questo mi ha insegnato tanto. Ma Whitney mi ha fatto godere di più

Ho un po’ paura a chiedertelo, ma… come fai?
Ho un metodo di misura. È basato su ciò che emoziona me per primo. Ci ho messo un po’ a trovarlo, ho cercato delle formule esatte, ma niente. Questo me l’ha insegnato Madonna, la mia esperienza con lei è stata una grandissima scuola. È una trend setter vera, una persona che ha dato dei suggerimenti al mondo intero e il mondo l’ha seguita. E lei sceglieva tutto. Sono stato testimone di otto anni della sua carriera, otto anni in cui coordinava dal truccatore ai grafici. Strappava pagine da riviste, da libri, ascoltava la strada, aveva sempre un registratore nella borsa. Ma soprattutto aveva sempre gli occhi e il cuore aperti. Andava a cercare qualcosa di nascosto. Cercava quelli che non erano ancora arrivati, ma che proponevano qualcosa di interessante. E quello lo faccio anche io. Se vado a ballare, non vado mica all’Hollywood (famosa discoteca milanese, ndr)! Anzi, vado il più lontano possibile.

Ma quando vai a ballare, dai!
Adesso! Finito X Factor mi faccio due settimane nella città più divertente del mondo, che è Napoli. È un ottimo modo per sentire quello che sta succedendo, i napoletani neanche se ne rendono conto. Basta stare fuori da un bar e intercetti delle cose, vedi delle persone e capisci le prossime mode e tendenze. È la Rio de Janeiro d’Europa! Poi, personalmente, più vado al Sud del mondo più mi diverto.

Torniamo a Madonna. Forse è stata la cantante che più ha definito il modo di essere popstar oggi…
Beh, lei non è una cantante. Lei fa la cantante. Viene presa come esempio per tutto, ma spesso di lei si ricorda solo una parte. Nessuno le riconosce, ad esempio, di essere una grandissima autrice. Oggi quello che fa una star è la canzone: se hai un buon pezzo arrivi alle radio di tutto il mondo. Se non ce l’hai, puoi essere anche la più figa del mondo, puoi avere il video più bello di tutti, ma non arrivi da nessuna parte. Non gliene frega niente a nessuno.

E quelle come lei cosa hanno fatto, quindi?
Facendo musica che ha conquistato tutti prima. E solo dopo le persone si sono affezionate al loro personaggio. Creavano un culto, era gente che pensavi di conoscere a fondo.

Visto che hai lavorato con entrambe, quanta differenza c’è tra una così e, per dire, Whitney Houston?
Ti posso dire che ci sono cantanti che vivono la musica naturalmente, come ad esempio Whitney, e chi invece deve sforzarsi per cantare, come Madonna. Whitney poteva fare quello che voleva, anche cantare l’elenco telefonico, e ti arrivava al cuore. Madonna, per dire, deve impegnarsi diecimila volte di più per toccare le stesse corde. Per questo mi ha insegnato moltissimo. Ma Whitney mi ha fatto godere di più.

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