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«La sigla di “Narcos” è la storia dell’uomo che Pablo Escobar voleva diventare»

Una chiacchierata con Rodrigo Amarante, in occasione del suo mini-tour italiano. L'autore di "Tuyo" racconta la genesi della canzone che apre la fortunata serie su Pablo Escobar, i suoi trascorsi nella band di culto brasiliana Los Hermanos e l'amicizia fraterna con Devendra Banhart

«Buociorno». “Bom Dia”. «Grazie duemille».
Lo scambio di cortesie nelle altrui lingue tra me e Rodrigo Amarante, fortunatamente, è presto abortito. L’intervista procede in lingua inglese. Si è fatta sera, come impongono le otto ore di fuso tra Los Angeles e la Barona. L’uomo dall’altra parte del vivavoce ha 42 anni ed è uno straordinario cantante e polistrumentista brasiliano. Ultimamente la sua popolarità è esplosa, grazia a Tuyo, struggente sigla di apertura della serie Narcos.

Ennesimo livello superato in una carriera iniziata molto giovane nei Los Hermanos, band un tempo popolarissima in Brasile e tutt’ora molto amata, per poi passare all’esperienza al fianco di Moreno Veloso, figlio di Caetano, nell’Orchestra Imperial. E poi, oltre alle tante esibizioni soliste, la fondazione dei Little Joy, supergruppo nato dalla collaborazione con Fabrizio Moretti degli Strokes e le tournée in giro per il mondo con l’amico Devendra Banhart, con cui collabora tanti da tanti anni. Nei prossimi giorni Amarante sarà in Italia per cinque date. Il 24 luglio sarà a Garzignano Terme, il giorno dopo al Festival delle Colline a Prato. E ancora il 26 al Monk di Roma, per concludere con lo spettacolare scenario del Locus Festival di Locorotondo il 27 e, infine, il Siren di Vasto, il giorno dopo.

Ormai stai diventando un habitué dell’Italia.
Sono stato tante volte in Italia, e non solo per suonare. Dal vivo mi sono esibito con l’Orchestral Imperial, un paio di volte con Devendra Banhart, una con i Little Joy e una solista. Una volta ho guidato da Milano a Napoli, una delle migliori vacanze della mia vita. Amo l’Italia, e non vedo l’ora di mangiare un meraviglioso pomodoro dei vostri. L’estate per me è questo.

Questa cosa del pomodoro l’avevi già detta in un’altra intervista. Sei proprio in fissa, eh?
Sì, sono ossessionato. Vivo negli Stati Uniti, e, soprattutto in California, hanno tutti i tipi di prodotto, di ogni parte del mondo. Anche il pomodoro, che sembra proprio un pomodoro, ma che non assomiglia per nulla a quello che ho mangiato in Italia al gusto. È qualcosa che ha a che fare con la memoria.

San Marzano? Pachino? Ricordi qual era il migliore?
Ero in Toscana, guidavo nelle campagne fuori Firenze, e ho provato questa emozione sensoriale incredibile. Amo il cibo, andrò per la prima volta a Venezia e devo assolutamente mangiare i “ciccetti”, di cui mi hanno parlato benissimo.

Ciccetti?
Sì, mi pare si dica così. Sono tipo crostini con salmone, paté, arancini, crocchette, grissini cose così. Una cosa tipo le tapas spagnole, credo (Intendeva dire cicchetti, nda).

E in cucina come te la cavi? Qual è la specialità della casa?
Qua la cosa si fa complicata. I miei nonni materni negli anni ’60 hanno incontrato un cuoco giapponese molto famoso chiamato Kikuchi, cui si sono molto legati – il Brasile ha una vasta comunità giapponese -, quindi da mia mamma ho imparato la cucina del Sol Levante. Ma non immaginatevi sushi o cose così. Da parte di mio padre, invece, ho appreso l’arte della cucina brasiliana e di quella italiana. Ah, e faccio un pesce al latte di cocco strepitoso.

Ok, forse vale la pena parlare di musica. Quali artisti italiani apprezzi?
Amo la musica italiana e mi pare di non ascoltarla mai abbastanza. Da giovane volevo fare il regista, ma ho mai potuto prendere quella strada. Però la mia musica è molto influenzata dalle colonne sonore delle pellicole. Il cinema italiano è qualcosa di grandioso, magari non conosco i nomi dei compositori, ma le soundtrack di De Sica, Fellini, Visconti o Antonioni sono capolavori. E Morricone è un miracolo, un grande maestro. Ieri ascoltavo i suoi brani per Senza sapere niente di lei: come ho potuto vivere senza…

Come nasce Tuyo, la sigla di Narcos? Confesso di amarla profondamente.
Sono stato fortunato, mi hanno chiesto di scrivere la traccia prima ancora che iniziassero le riprese. Quindi ho dovuto lavorare di immaginazione, e vedere i personaggi nella mia mente prima che finissero sullo schermo. Così mi sono chiesto: “che contributo posso dare a questa storia?”. Ci ho pensato su due settimane e mi sono detto: “questa è la storia di un mostro, che così appare agli occhi della gente”. Un mostro può essere odiato, celebrato, oppure può aiutarci a riflettere sul mostro che è in tutti noi. Così ho deciso di umanizzarlo. Ho studiato la sua storia, ho immaginato Pablo da ragazzino in cucina, con il padre assente e la madre che gli diceva “non credere a nessuno, solo in te. Sii forte, uomo”. E lui voleva diventare l’uomo che la madre richiedeva.

Che visioni ti passavano in testa mentre componevi?
Ho immaginato di scrivere il pezzo preferito di sua madre, quindi con arie anni ’50 e ’60, di quelli che passavano allora alla radio. Così, mentre ascolta la canzone con mamma, Pablo progetta il se stesso del futuro. E la voce del cantante è quella dell’uomo che vuole diventare. Ovviamente il pezzo doveva avere atmosfere latine un po’ classiche, e ho scoperto che il grande interprete del tango Carlos Gardel era morto a Medellin in un incidente stradale proprio nel periodo in cui Escobar era un ragazzino. Mi sono ispirato a lui per dare vita a una canzone che fosse al contempo locale e globale. Come Pablo, che è diventato un caso universale e che impone a tutti di ragionare sul fatto che il crimine e la cattiveria umana non sono una prerogativa della Colombia o di un solo posto, ma dell’essere umano.

Appare curioso che due dei segreti del successo di Narcos siano degli artisti brasiliani, tu e Wagner Moura.
Non saprei. Se fossimo americani, nessuno si stupirebbe. Il direttore creativo della serie è brasiliano e vive a Los Angeles, come me, e suo cugino aveva fatto un documentario sulla mia prima band. Così lui mi ha conosciuto. Il fatto che siamo brasiliani forse ha facilitato un po’ la cosa, ma non c’è alcun tipo di strategia brasiliana dietro la cosa.

Anche se vivi a LA, hai suonato con alcuni dei più grandi artisti brasiliani. Che periodo è per il movimento?
Ci sono i maestri, che rimarranno per sempre. E poi tanti buoni interpreti contemporanei, ma sono 10 anni che suono fuori dal Paese, temo di essermi perso qualche prospetto interessante. Ciò che più mi piace è la congenita attitudine brasiliana al mix di stili, su base emozionale e non per via di una pianificazione. Come nel cibo, in cui non separiamo mai l’insalata dai fagioli o dalla salsa, così nella musica. Gli stessi ascoltatori non hanno quasi mai un approccio verticale, tipo “ascolto solo musica alta o solo pop”, ma gusti vari, che dipendono dal mood della giornata e da ciò di cui sono più affamati in quel momento.

Vale anche per te?
La cosa assurda è che più sto fuori dal Brasile, più la mia musica suona brasiliana.

Cosa si prova a suonare in una band di culto nel proprio Paese, come i Los Hermanos?
Il nostro successo fu una combinazione di fattori incredibile. Non capisco del tutto cosa sia successo, anche perché oggi abbiamo più fan di quando eravamo in attività. Il segreto è che sia io sia Marcelo (Carmelo, suo compagno di avventura, nda) siamo stati dei raccontatori di storie, e ci siamo sfidati a vicenda a migliorare.

Anche Devendra è un artista di culto oggi. Chi è lui per te?
Lui ha cambiato la mia vita, è un fratello. L’ho conosciuto a Londra, quando suonavo con l’Orchestra Imperial e siamo diventati buoni amici. Dieci anni fa, ormai, mi ha chiesto di suonare con lui in Smokey Rolls Down Thunder Canyon. E poi mi ha chiesto di collaborare ancora. Tutto è venuto naturale, a volte si segue solo il vento e le cose vengono da sé. Sono felice del fatto che suoniamo assieme, è fantastico.

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