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Andrea Scrosati, ovvero il boss delle serie tv (made in Italy)

Prodotti mondiali e nuovi formati seriali: intervista ad Andrea Scrosati, l'uomo di Sky Italia che decide il nostro intrattenimento

La maggior parte delle serie tv della nostra Top 100 americana sono trasmesse da Sky. E ben quattro posizioni della nostra classifica italiana sono occupate da produzioni (e co-produzioni) Sky Italia: Gomorra, 1992, Romanzo criminale e Boris. Per questi motivi, e non solo, abbiamo voluto fare due chiacchiere con l’EVP programming della pay tv, Andrea Scrosati, su presente e futuro delle serie tv.

The Young Pope è l’esempio di come un regista di fama internazionale oggi può sperimentare sul formato seriale con tutta la libertà del cinema, se non di più. È su questo terreno – i mezzi e la libertà concessa agli autori – che si combatte la guerra delle serie tv?
Non solo. Direi che si gioca soprattutto sull’idea. Le serie tv negli ultimi 10 anni hanno avuto un’esplosione. Si tratta di cicli, come avviene in altri settori dell’economia e della cultura. Oggi solo dagli Stati Uniti arrivano circa 450/500 serie l’anno. La presenza in questi progetti di grandi registi o di grandi star nel cast non è più una novità in sé. La novità sta nell’idea che c’è dietro e nel modo in cui questi talenti realizzano quell’idea. In questo caso ci ha affascinato non solo la presenza di Paolo Sorrentino, ma anche il fatto che ci ha proposto un’idea mai esplorata prima: quella di raccontare un Papa giovane, americano, contraddittorio, conservatore, eppure allo stesso tempo innovatore, certamente molto diverso dal pontefice in carica. E più si prosegue nella storia, più si comprende che la visione di Papa Belardo non è erratica, ma al contrario molto precisa. Sorrentino era intrigato da tempo dall’idea di lavorare con la tv, aveva esplorato altre idee prima di questa, ma non era convinto, mentre su The Young Pope è bastato parlarci pochi minuti per capire che era quella giusta. E che l’avrebbe realizzata in maniera straordinaria. Dietro ogni serie di successo c’è sempre un’intuizione dirompente.

Qual è l’aspetto più strategico da valutare, se si ha l’ambizione di trovare pubblico in tutto il mondo?
Cinque anni fa avrei risposto che la prima condizione è girare in inglese, poi avere una storia capace di costruire una connessione empatica con un pubblico internazionale, e avere un cast riconoscibile. Invece c’è stata un’evoluzione che ha aperto lo spazio a serie glocal, ovvero basate su storie locali, costruite attorno ad archetipi universali. Prendi Gomorra. Non è in inglese, è addirittura in napoletano. Il cast non aveva riconoscibilità internazionale, è una storia che più locale non si può: eppure è stata venduta in 140 Paesi. Così come è accaduto a Deutschland 83, serie andata in onda in tedesco in prima serata sul canale inglese Channel4, con i sottotitoli. La stessa Narcos, per quanto la storia di Escobar sia nota in tutto il mondo, si addentra molto nelle vicende interne colombiane (sorpattutto nella seconda stagione) ed è per il 75% in spagnolo. Oggi la barriera della lingua non è più insormontabile. Da quando Sky è un gruppo europeo, abbiamo costruito un modello per cui ciascun territorio sviluppa le proprie idee di serie tv, poi c’è un tavolo comune con i nostri colleghi inglesi e tedeschi dove valutiamo le potenzialità delle storie per i nostri territori: Germania, Austria, Inghilterra, Irlanda, Italia. Anche se “promossa” a serie europea, la guida per la realizzazione del prodotto resta però al team locale che l’ha proposta. In questo momento, per esempio, ci sono un paio di serie davvero interessanti su cui stanno lavorando i nostri colleghi tedeschi: Babylon Berlin, ambientata a Berlino negli anni ’30, e Das Boot, la versione serializzata del film culto U-Boot 96. Fino a qualche anno fa in Italia l’ecosistema produttivo tradizionale non era compatibile con il mercato globale, per diverse ragioni. Il cinema era finanziato principalmente dal pubblico, con un sistema spesso basato su relazioni personali. L’obiettivo di alcuni produttori era arrivare davanti alla Commissione ministeriale e farsi dare i finanziamenti: a quel punto, realizzare qualcosa che mirasse a un pubblico internazionale era per loro irrilevante. I grandi operatori tv, Rai e Mediaset in testa, tendevano a finanziare prodotti che garantivano un successo di ascolti sul pubblico italiano. Oggi le cose sono cambiate. Le aziende tv italiane hanno capito che il mercato internazionale è una componente essenziale del loro modello di business. Il Governo ha modificato completamente il meccanismo di sostegno al cinema introducendo il tax credit, un meccanismo che ha disintegrato il rapporto tra politica e cinema e, basandosi sul fatturato, ha fortemente contribuito a introdurre un sistema più trasparente sui budget. E, infine, si è affermata una nuova generazione di produttori italiani, che si confrontano alla pari con i loro colleghi inglesi, americani, francesi. Oggi in Italia c’è un sistema produttivo che per alcuni aspetti non ha nulla da invidiare a Hollywood.

Quali sono gli altri criteri che guidano la vostra linea editoriale? Esiste una specificità italiana che in qualche modo inseguite?
In Italia viene prodotta molta serialità in chiaro, anche di grande successo. Un esempio per tutti: Montalbano. Come ci stimola sempre il nostro CEO Andrea Zappia, il nostro obiettivo è offrire qualcosa di diverso, per tipologia di linguaggio e struttura narrativa. Fino a oggi abbiamo scelto di sviluppare storie che avessero un forte rapporto con la realtà, il che non significa basate su fatti reali, ma credibili. The Young Pope è una serie di fantasia, ma l’impatto culturale del Papa su questo Paese è reale, avvertito nella vita di tutti i giorni. 1992 e Romanzo criminale sono prodotti che raccontano la Storia italiana. Il nostro obiettivo alla fine di ogni episodio è che lo spettatore abbia desiderio di vedere l’episodio successivo e che ritorni con il pensiero alla storia che gli è stata raccontata. Oggi, per esempio, ho letto che la canzone Senza un perché di Nada è seconda nella classifica di iTunes. Questo ci dice una cosa fondamentale: chi ha visto The Young Pope ha continuato a pensare a quella canzone, alla storia, anche dopo la fine dell’episodio.

Secondo molti critici Westworld (HBO, trasmesso in Italia da Sky Atlantic) è già una sorta di ibrido narrativo, all’incrocio tra cinema, serie tv e videogame. Questo momento d’oro delle serie tv è destinato a durare a lungo, o dovrà scontrarsi presto con nuove forme di intrattenimento?
Io credo che il confine tra cinema, videogame, sport, news, non esista più. Lo stesso confine tra cinema e serie tv non esiste più da anni. The Young Pope è un film che dura 10 ore. Idem True Detective e The Night Of. Le serie vengono girate con la stessa attenzione e gli stessi strumenti professionali del cinema. E questo vale anche in altri segmenti del racconto, pensa a come Federico Buffa racconta lo sport su Sky Sport: usa un linguaggio straordinariamente coinvolgente, che è molto simile a quello delle serie tv. E lo stesso sta accadendo nelle news: oggi consumi notizie sul tuo cellulare, sui social, via Google, ma resta un’esigenza di approfondimento ed è lì che puoi fare innovazione. Penso a prodotti come The Jinx su HBO, a quelli che stiamo facendo con SkyTg24, o al ciclo Il racconto del reale su Sky Atlantic.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di dicembre.
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