Dylan Dog, la serie tv. I fan in rivolta. Bene, cari fan: avete rotto

La migliore epoca dell'indagatore dell'incubo è arrivata con chi ha saputo tradirlo meglio, e non fare una serie significherebbe perdere un'occasione enorme.

Dylan Dog, la Sergio Bonelli Editore diventa una media company – si crea la divisione Bonelli Entertainment – e coprodurrà una serie tv basata su una delle sue pubblicazioni di punta. In altri paesi sarebbe “La notizia”, ci sarebbero caroselli in strada, lanceremmo i reggiseni esultanti verso i balconi di Via Buonarroti.

In Italia no. In Italia dobbiamo leggere per l’ennesima volta quanto sia possibile far morire di noia e vecchiaia personaggi di fantasia, gruppi musicali, generi narrativi per la pigrizia intellettuale dei fan nostalgici in servizio permanente effettivo. Vestali del passato, che pretendono che i gruppi rimangano alla purezza del loro primo album, che i registi non incassino al box office, che DYD sia sempre e solo il figlio di sua maestà Sclavi, ancorato alla fine degli anni ’80.

Vestali che portano alla morte i loro idoli, pur di vederli morire duri e puri. Che amano la rivoluzione e pretendono la conservazione.
Facciamo un esempio: nessuno aveva il coraggio di mettere realmente mano a Dylan Dog. Anche se dal numero 101 – ma molti avevano iniziato da prima del 50 (con Johnny Freak, Doktor Terror, Il lungo addio e poche altre eccezioni divenute modi di dire) – si alzavano in cielo lamenti strazianti sul fatto che l’inquilino di Craven Road non fosse più lo stesso, si fosse imborghesito, neanche fossimo nella canzone Cara ti amo.

Più lo dicevano, più l’immobilismo attanagliava l’indagatore dell’incubo, con poche, pochissime sbandate di sceneggiatori coraggiosi, da Paola Barbato al tanto vituperato Roberto Recchioni. A cui è stata data la curatela di Dylan Dog dal mitico Marcheselli cinque anni fa, dopo che Sclavi e Bonelli ne avevano apprezzato a lungo le qualità. Lui, dissacratore da sempre (leggete John Doe che creò e crebbe con quel grande artista di Lorenzo Bartoli, ma anche Orfani: sono schiaffi in piena faccia ai conformismi indie e mainstream degli ultimi anni), ha capito che per farlo davvero tornare alle origini, DYD bisognava rivoluzionarlo. Farlo tornare bad boy, magari col cuore di panna quando si tratta di donne (ma neanche tanto: Dylan non si innamorava mica sempre nei primi numeri), ma portarlo nella modernità con lo spirito di allora. E Dylan nei primi numeri aveva si Bloch come alleato, ma stava sulle palle al sistema, alla polizia, ai giornali, a tutti. Era un nerd drogato di cinema, un outcast, non il damerino politicamente corretto che abbiamo visto nei tre lustri precedenti a Recchioni (che con Mater Morbi ha scritto forse l’albo di Dyd più bello di questo millennio).

Ecco, questo per far capire che la migliore epoca del nostro eroe è arrivata con chi ha saputo tradirlo meglio e con più irriverenza, perché lo conosceva davvero. Non con chi lega al vecchio la propria gioventù. Forse non era Dylan Dog a essere migliore nel 1986, ma il suo lettore: più giovane, più brillante, anche più sexy. Però lui è invecchiato e come un Dorian Gray qualsiasi, pretende che almeno il fumetto rimanga immutabile.

E allora perché non si dovrebbe fare una serie tv su Dylan Dog? Peraltro coprodotta e quindi “controllata” da SBE (Sergio Bonelli Editore)? Dylan, il vero Dylan, guarderebbe serie tv a manetta. Certo, solo in dvd, perché non saprebbe usare Netflix probabilmente, ma magari ci penserebbe Groucho, che ora ha pure lo smartphone.

Nel 2017 una casa editrice che ha reso il fumetto arte di cultura pop e popolare, diffondendola a dismisura negli ultimi decenni e al contempo con autori come Enoch, Bilotta e molti altri, alimentando anche gli autori più indipendenti, si riappropria dei diritti di Dylan Dog, violentati dal film di Kevin Munroe, insuccesso di pubblico e di critica, ma qui ci si lamenta. Farà 10 puntate in inglese e sta cercando società di produzione di alto profilo per realizzarle, e alcuni chiedono che Recchioni (che non c’entra granché con questa decisione, se non forse nell’averla ispirata) viene candidato da alcuni a essere esposto a Piazzale Loreto.

Perché? Cosa toglie al personaggio? E quanto dà, invece, nell’immaginario di una delle arti in maggiore evoluzione, non solo in Italia? Quanto dà al sistema e all’industria e agli autori emergenti che vedono allargarsi un mercato che presto rischiava di diventare asfittico? E poi, soprattutto, vi assicuriamo che anche dovesse essere brutta la serie, la vostra amata collezione che tenete ancora nella camera a casa dei vostri genitori non prenderà fuoco per autocombustione.

Dylan Dog è Dylan Dog proprio perché ha sempre rotto gli argini, i confini. E le scatole a chi voleva che si mantenesse lo status quo.
Quindi, non vedo l’ora di vederla, questa serie tv. E aspetto pure quelle di Nathan Never, Tex Willer e Julia.