Alison Brie: «Per ‘GLOW’ divento una bad girl»

Arriva su Netflix la serie tv che racconta il lato nascosto del wrestling anni '80: selvagio, kitsch e per sole donne

Forse non tutti sanno che la mamma di Sylvester Stallone, la signora Jackie (oggi ha 95 anni, e il suo viso re-immaginato dal bisturi è un impressionante combo tra il figlio e una maschera Kabuki) è stata, oltre che astrologa e ballerina, anche una promoter di wrestling femminile.

Dobbiamo, infatti, ringraziare una sua idea – la catena di palestre per sole donne Barbarella’s –, se nel 1986 è arrivato sui teleschermi americani G.L.O.W. – Gorgeous Ladies of Wrestling. Immaginate un bizzarro mix tra La bustarella e Colpo grosso (solo per restare in Italia). Solo che nello show americano le donne non erano figure accessorie pronte a mostrare culi/tette a beneficio del pubblico maschile: si conquistavano a mani nude – letteralmente – il ruolo di protagoniste. Ma lo show era troppo matto per durare a lungo.

La sua diversità (tra le lottatrici c’era la dark, l’angelo, la pazza con l’ascia, la donna-lupo, la samoana obesa, le sorelle heavy-metal, la danzatrice del ventre ecc.) è stata nel corso degli anni soppiantata nel wrestling da generiche Divas, ideale di bellezza del maschio medio americano a metà tra la cheerleader e la pornodiva (anche se negli ultimi tempi le cose stanno cambiando, come raccontiamo nelle pagine precedenti).

Da sinistra, Alison Brie nei panni di Ruth e Betty Gilpin (Debbie), amiche/nemiche in GLOW

Questo mese, quell’allegra follia eversiva rivive (in forma di fiction) in GLOW, una serie Netflix prodotta da Jenji Kohan, che con Orange Is the New Black ha cambiato il modo di ritrarre l’identità sessuale, i rapporti razziali e l’immagine del corpo femminile in tv. La protagonista è Alison Brie, dolce bellezza americana (ma capace di diventare tremendamente sexy in un istante) celebre per avere interpretato due figure femminili piuttosto rassicuranti nelle serie tv Mad Men e Community.

Ora, state sicuri, la vedrete sotto una luce completamente diversa: «Ho portato sul set una foto di Sigourney Weaver nel primo Alien, e ho detto ai producer: è a lei che voglio assomigliare», mi racconta al telefono da Los Angeles. «Non sapevo nulla dello show originale», continua, «ma quando mi è arrivata la sceneggiatura ho capito che si trattava di una grande idea per una serie tv. Non era soltanto wrestling: era sketch-comedy, reality, un varietà bizzarro con dentro soltanto donne».

Brie interpreta Ruth, attrice la cui carriera fatica a decollare: nella Hollywood anni ’80, i ruoli femminili erano spesso subordinati a quelli maschili. Ma lei non vuole accontentarsi, la sua ambizione è diventare una star. Finché non arriva la grande occasione: un nuovo programma sta cercando “ragazze non convenzionali”. Peccato che la produzione sia scalcagnata, e il regista Sam Sylvia (Marc Maron, comico e podcaster oltre che attore) usi metodi discutibili. Per non dire brutali.

Il regista ribattezza Ruth “Strindberg” (come il drammaturgo svedese) per il suo atteggiamento altero. «Ruth prende sul serio la sua carriera», dice Brie, «è molto fiera della propria esperienza teatrale, e questo all’inizio le crea qualche problema con le altre ragazze». Brie in questa serie è molto diversa da come l’avevamo vista in precedenza: magra e muscolosa, prima di evolversi in una lottatrice è addrittura bruttina, per quanto sia possibile.

«Volevo apparire diversa da come sono sempre stata», racconta. «Ho dovuto lottare per questo ruolo, ero vista come la tipica ragazza americana… Mi sono presentata all’audizione senza trucco, vestita da palestra, coi capelli raccolti. Poi, prima di iniziare le riprese, abbiamo fatto cinque settimane di addestramento con Chavo Guerrero Jr., l’ex star della WWE. Dopo questa esperienza ho per i wrestler una considerazione diversa. Quello che fanno richiede preparazione atletica, grazia, capacità di improvvisare. Ora il wrestling mi diverte un sacco, perché so come funziona e conosco anche qualche trucchetto».

Uno degli aspetti più interessanti dello show originale è il suo non essere per niente politically correct. Mi chiedo quanto di questo sia rimasto in GLOW: «Quel genere di scorrettezza oggi non sarebbe possibile», spiega Brie, «ma è un aspetto che affrontiamo nella serie, quando le ragazze si trovano a scegliere il proprio personaggio. Il wrestling degli anni ’80 viveva di stereotipi. I buoni erano americani, i cattivi stranieri, con un accento marcato… Era un po’ razzista, insomma!».

Finiamo con uno spoiler: Ruth è una good o una bad girl? «Mi piace stupire, tutti si aspettano che interpreti una brava ragazza», risponde Brie, «ma trovarsi sul ring con tutto il pubblico che ti fischia contro… non c’è niente di più esaltante!».