Home TV

Marchette a ‘Hollywood’: la vera storia del “benzinaio-pappone” della serie di Ryan Murphy

Scotty Bowers era stato a letto con Cary Grant e aveva avuto un rapporto a tre con Ava Gardner e Lana Turner (a casa di Sinatra): gestiva un giro di escort per le stelle di LA, ma raccontò i suoi segreti solo nel 2011

Ernie West, il personaggio di Dylan McDermott in 'Hollywood', è basato su Scotty Bowers

Foto: Saeed Adyani/Netflix

Hollywood, lo stilosissimo fanta-affresco sulla Mecca del Cinema negli anni ’40 firmato Ryan Murphy, è una reinvenzione della storia del cinema in cui compaiono sia personaggi reali sia volti fittizi. E, almeno stando a quanto riconosce la maggior parte dei critici che ha recensito la serie finora, propende più per la finzione, mettendo in campo, non senza elementi controversi, una buona dose di revisionismo storico. La stazione di servizio/crocevia del sesso gestita dall’affabile magnaccia Ernie (Dylan McDermott) non è tuttavia frutto dell’immaginazione. Al contrario, trae ispirazione dalla realtà (o, quantomeno, dalla versione che ne dà un viveur dell’epoca). La figura di Ernie è basata, almeno parzialmente, su Scotty Bowers, l’autore del memoir Full Service e il soggetto del documentario del 2018 Scotty and the Secret History of Hollywood. Bowers, morto nel 2019 a 96 anni, confessa nella sua autobiografia di avere clandestinamente amministrato un giro di escort per le stelle di L.A., procurando partner sessuali a chiunque, da Rock Hudson (interpretato in Hollywood da Jake Picking) a Katharine Hepburn, fino a Cary Grant.

Chi era Scotty Bowers?
Nato in una cittadina dell’Illinois e soldato durante la seconda guerra mondiale, Bowers si arruolò nelle fila dei Marines e combatté a Iwo Jima prima di arrivare a Los Angeles. Secondo quanto riporta il libro, fece il suo esordio nell’“industria del sesso” quando lavorava alla stazione di servizio Richfield al 5777 di Hollywood Boulevard (oggi una caserma dei pompieri): la star del Pianeta proibito Walter Pidgeon lo rimorchiò e gli offrì 20 dollari in cambio di prestazioni sessuali. Da quel momento, scrive Bowers, passò dal vendere sesso “in proprio” al combinare relazioni per attori del calibro di Katharine Hepburn, Spencer Tracy e Vivien Leigh, utilizzando a quello scopo il letto matrimoniale di una roulotte parcheggiata nella pompa di benzina. Dichiara inoltre di essere andato a letto con Cary Grant e il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover, e di avere avuto un rapporto a tre con Ava Gardner e Lana Turner (a casa di Frank Sinatra, nientemeno).

Full Service è esplicito, in modo sia feroce che ironico. Di Spencer Tracy, Bowers scrive: «Mi ha afferrato l’uccello e ha cominciato a mordicchiarmi la schiena»; di Cole Porter, che fa una fugace apparizione in Hollywood, sostiene invece: «Riusciva facilmente a fare pompini a venti ragazzi, uno dopo l’altro. Ingoiando tutte le volte». A differenza del personaggio di McDermott in Hollywood, Bowers non si definiva un pappone, anzi in Full Service assicura di non aver mai accettato soldi per organizzare quegli incontri: faceva il “procuratore” a titolo assolutamente gratuito.

Quando, negli anni ’50, lasciò la stazione di rifornimento, diventò piuttosto noto in queste vesti in molti circoli della città. Di lui era apprezzata soprattutto la discrezione: memorizzava tutti i numeri di telefono dei suoi clienti, così da non correre il rischio che la sua rubrica fosse beccata. In cambio ebbe lo stesso trattamento, tanto che un articolo uscito su Variety nel 2006 sulla sua seconda vita da barista a Hollywood alludeva solo vagamente agli “scandali” della Golden Age di cui sarebbe stato a conoscenza. Il mondo avrebbe scoperto i suoi segreti solo nel 2012, alla pubblicazione del memoir.

Quanto sono da considerare vere le affermazioni di Full Service?

Quando il libro fu pubblicato, la maggior parte delle persone citate era morta. In pochissimi ebbero perciò la possibilità di smentire o confermare qualunque affermazione riportata. Ma c’erano sufficienti testimoni ancora vivi in grado di difendere quella versione dei fatti: il più celebre fu lo scrittore Gore Vidal, un amico stretto di Bowers, che gli regalò una dichiarazione per la sua fascetta di copertina. Ciò bastava a dare almeno un briciolo di veridicità alle tesi contenute.

Molti giornalisti e registi di Hollywood dicono di aver contattato più volte Bowers in passato per convincerlo a raccontare la sua storia, ottenendo sempre in cambio il suo rifiuto. «Non mi servivano soldi», disse lui al New York Times all’uscita del volume. «Alla fine ho accettato solo perché non tornerò giovane io per primo, e perché tutti i miei clienti famosi sono morti. La verità non può più danneggiarli». Alcuni dei racconti di Bowers lasciano perplessi, dall’enorme quantità di celebrities con cui lui stesso avrebbe fatto sesso alla continua ricerca di posizionamento che lo porta a collocare se stesso in eventi storici di enorme portata: la recensione del libro uscita sul Los Angeles Times lo chiama non a caso “Forrest Hump” (“hump” è sinonimo di “scopare”, ndt).

Ma la verità, previa l’accettazione del fatto che almeno parte delle sue affermazioni sia attendibile, è che Bowers aveva i suoi buoni motivi per stare in silenzio così a lungo (oltre al timore di cause legali, si capisce). Come spiega lui stesso nel libro, negli anni ’40 e ’50 gli Studios erano persino più conservatori rispetto agli standard dell’epoca: obbligavano attori e registi a sottoscrivere clausole “morali” nei loro contratti, tra le quali c’era la richiesta di adottare un atteggiamento eterosessuale anche se nella vita privata erano gay o bisessuali. Star di Hollywood come Rock Hudson – che ha vissuto da omosessuale per decenni, ma che non ha mai fatto coming out fino alla morte per Aids negli anni ’80 – avevano giovato della riservatezza di Bowers, che consentì loro di vivere liberamente e senza ripercussioni sulle carriere in corso.

Al di là dell’ampia mole di gossip puro e semplice presente in Full Service (insieme alle allusioni piazzate per provocare nei lettori erezioni complete o parziali), ciò che colpisce del libro è la totale assenza di giudizio di Bowers, nonostante abbia vissuto e operato in tempi incredibilmente retrogradi. Tanto da resistere a qualsiasi tentativo, da parte di chi legge, di classificare lui e la sua sessualità (finì per sposare una donna negli anni ’80, e vivere con lei fino alla sua morte). Sembra anzi che il suo approccio “vivi e lascia vivere” nei confronti delle persone sia durato fino alla fine dei suoi giorni. «Non ne ho mai compreso il fascino», dice Bowers a proposito della vita sessuale dei suoi amici famosi. «A ciascuno di loro piaceva farlo in un modo o in un altro. Chissenefrega».

Leggi anche