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Le peggiori serie del 2020

Tre flop italiani, la prima serie british del creatore della 'Casa di carta', Richard Gere, Steve Carell, Chris Evans. E l'ennesimo Ryan Murphy, che qui cerca di volare (pardon) davvero troppo alto

Artwork by Stefania Magli

Curon su Netflix

Un teen mystery all’italiana: che bella notizia! Poi, è arrivato lo svolgimento, che dire un pasticcio è poco. Peccato, perché c’erano in campo registi di livello (Fabio Mollo e Lyda Patitucci) e facce, soprattutto giovani, interessanti (vedi la protagonista Margherita Morchio). Ma Les revenants meets Stranger Things (e per giunta in Südtirol) era già un problema sulla carta. Unica menzione speciale: Anna Ferzetti versione prof altoatesina. Danke.

Cursed su Netflix

Cursed gioca a fare la ribelle restando però nel solco rassicurante tracciato un po’ ovunque oggi dal politically correct, tra diversity e quote arcobaleno ormai immancabili. Facile così. Soprattutto, niente a che vedere con la graphic novel sovversiva by Frank Miller e Tom Wheeler. Pure gli appelli ambientalisti e antirazzizzisti e la prospettiva femminista sulle origini della leggenda arturiana non danno i risultati sperati: colpa anche di Katherine Langford di Tredici, che ha sì il physique du rôle. Ma giusto quello.

In difesa di Jacob su Apple TV+

Il richiamo delle serie oggi è fortissimo, per gli attori del cinema. Ma dopo successi annunciati (Avengers: Endgame) o a sorpresa (Cena con delitto – Knives Out) sul grande schermo, Chris Evans non aveva davvero bisogno di questo fiacchissimo legal drama su un padre che cerca di difendere il figlioletto (il Jaeden Lieberher di It). Michelle Dockery, moglie del primo e mamma del secondo, li guarda senza capire cosa succede: proprio come noi. In fatto di serie, Apple per ora non ne imbrocca una (o quasi).

Freud su Netflix

Applicate al fondatore della psicanalisi lo stesso revisionismo fantasy per cui Abramo Lincoln in un film era diventato un cacciatore di vampiri e gli zombie in un altro avevano fatto irruzione nel décor di Orgoglio e pregiudizio. Ma prendete tutto molto più sul serio. Risultato: Freud qui è un giovane e ambizioso (ma squattrinato) neurologo ebreo, che scopre di poter usare l’ipnosi e i suoi studi sui segreti della mente umana per risolvere crimini. Ci sono dosi di pulp a non finire, trip horror da ipnosi o sostanze, menti deviate e sedute spiritiche. Da Vienna con terrore (a caso).

Luna nera su Netflix

Dalla sceneggiatura alla regia, il fantasy femminista originale Netflix, ispirato all’omonimo romanzo della scrittrice Tiziana Triana, era un gineceo creativo su cui c’erano parecchie aspettative. E invece Luna nera è caduta vittima dello stesso messaggio di empowerment che voleva esaltare, dell’inadeguatezza che ancora dimostriamo davanti al genere fantastico, di dialoghi WTF e di una trama telefonata, privando streghe e dintorni dell’epica che le hanno sempre avvolte. Aridatece Fantaghirò.

MotherFatherSon su Sky e NOW TV

La prima serie con Richard Gere: evviva! La serie è questa: azz… Certo, se prima di te è venuta Succession, non è manco una colpa. Ma il confronto tra drama su “ricchi stronzi con grandi fortune da gestire” è per forza di cose impari. Mr. Pretty Woman, sbarcato per l’occasione a Londra, non sa bene cosa fare; la ex moglie Helen McCrory (fu Narcissa Malfoy nella Harry Potter Saga e Polly Gray in Peaky Blinders) è sprecata; il figlio Billy Howle si denuda integralmente (unica cosa buona). Ritenta, Richard: sarai di sicuro più fortunato.

Ratched su Netflix

Solo nel 2020, Ryan Murphy ha messo la firma su sette produzioni: le abbiamo contate. Ovvio che non tutte le ciambelle potevano uscire col buco. Tra le serie, se Hollywood (pur coi suoi difetti) ha tutto sommato convinto e di The Politician 2 non si sentiva la necessità, il vero passo falso è Ratched. Ovvero la origin story sulla temibile infermiera di Qualcuno volò sul nido del cuculo (come hai osato!), in cui sembra spaesata pure la protagonista/produttrice Sarah Paulson. Che fa a gara di gigionismo con tutti gli altri, da Judy Davis a Sharon Stone. Alla fine, si divertono solo loro.

Space Force su Netflix

Quest’anno abbiamo imparato che l’accoppiata Steve Carell e Greg Daniels, aka una delle menti comedy più geniali degli ultimi trent’anni, non è per forza garanzia di qualità. Anche se l’idea aveva grosse potenzialità comiche, sulla carta: Netflix aveva commissionato al duo una serie sulla Space Force, il sesto ramo dell’esercito americano creato un paio di anni fa per “difendere i satelliti dagli attacchi” e “occuparsi di missioni relative allo spazio”. O qualcosa del genere. Ma il The Office galattico non è servito. E nemmeno ci si avvicina.

Summertime su Netflix

Lo pseudo-remix di Tre metri sopra il cielo a misura di Generazione Z di cui non sentivamo la mancanza, con Babi e Step versione perbenista e diversity approved. Il tutto su sfondo di un’estate italiana (propinataci nel bel mezzo del primo lockdown, qui non si dimentica) e di una riviera adriatica fotografata con colori saturi à la Coney Island per vivacizzare un po’ la “situa”. Che, tra dialoghi leggerini e performance non proprio memorabili, perde anche quel nucleo di trasgressione e struggimento che aveva fatto diventare la storia di Federico Moccia un cult generazionale. Nella rivoluzione epocale che il teen-drama vive in questo momento storico nel nostro Paese (e non solo), un flop col botto.

White Lines su Netflix

Partiamo dal presupposto che il lato più oscuro di Ibiza lo aveva già esplorato Gabriele Salvatores in Amnèsia. E che del murder mystery al centro della nuova serie di Álex Pina, il creatore del fenomeno La casa di carta, a un certo punto non frega più nulla a nessuno, manco ai suoi protagonisti. E allora cosa resta? Gli intrighi sentimental-sessuali e i toni da soap dei primi lavori dello showrunner spagnolo. Che, dopo la claustrofobia dei palazzi del potere economico di Madrid, prova a far respirare il crime in salsa iberica, mescolandolo al gangsta movie British e al mélo. Ma “La isla è lontana, che importa se” (cit. Giusy Ferreri).