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X Factor 14, Laccio & Shake: «N.A.I.P. il più coraggioso, Casadilego is on fire, Blind che bravo ragazzo, che bomba i LPOM. Ma quanto ci mancano i Melancholia»

Chiacchierata con i due fondatori di “Modulo Project” che hanno cambiato faccia e stile al talent più amato e discusso della tv italiana

Shake (Fabio Bernardini) e Laccio (Emanuele Cristofoli)

Foto: Antonio Dicorato. Styling: Veronica Bergamini

Su questa edizione numero 14 di X Factor c’è la loro firma, quella di Modulo Project. La Freemantle, produttrice dello show, e Sky hanno puntato su questi giovani eclettici e talentuosi, per risollevare la loro punta di diamante dopo l’edizione più fiacca. La scommessa è stata vincente. «Dopo una settimana iniziale di tensione a prenderci tutte le misure, inevitabile perché eravamo nuovi, i ragazzi e i giudici si sono fidati di noi e delle nostre idee e ci hanno dato carta bianca – esordisce Laccio – e questo è stato determinante». Laccio, ricci biondi e faccia da cantante indie, e Shake, più taciturno e affilato, un po’ rapper arrabbiato un po’ graffitaro – «incredibile Casadilego, così potente e consapevole, io a 17 anni al massimo scrivevo sui muri» – potrebbero essere un’ottima coppia nella squadra di Manuel Agnelli, il look da duo arrabbiato, creativo e underground ce l’hanno.

Sono loro il segreto di una messa in scena sempre varia, molto sexy e decisamente audace che ha cambiato la direzione creativa di un talent che rischiava di aver fatto il suo tempo. Tutto questo, nell’anno più difficile. «Questa situazione così particolare – continua Laccio – è stata un’opportunità oltre che un ostacolo, penso allo Stage B, finora periferico e quasi mai utilizzato, che è diventato un vero è proprio controcampo del programma, creando due fronti di lavoro, grazie al pubblico alto. Prima invece cominciava dietro ai giudici». Lo incalza il sodale, che sottolinea come «potrebbe essere un buon punto di partenza anche per il futuro, quando non ci saranno queste restrizioni. Certo, confesso, questo vale per lo studio. Perché per il prossimo anno, se dovessimo esserci, vorrei il Forum. Quello sì che mi è mancato, ci è mancato, anche se non averlo in questa edizione è stato un bene, ci ha consentito di settarci meglio in una nuova realtà senza angosce».

Laccio. Foto: Antonio Dicorato. Styling: Veronica Bergamini


Certo, non sono state tutte rose e fiori: «Abbiamo un cast fisso, tamponato e controllato come corpo di ballo, con il vantaggio di un’intesa totale e costantemente in progresso, ma senza poter variare come in passato, costruendo diverse squadre. Ma così le risorse interne sono state usate al meglio e abbiamo dato continuità». Il problema è fuori dallo studio: «Lavorare, lavorare, lavorare e non poter scaricare, non poter fare nulla la sera finito tutto è dura. Andare solo a dormire e poi ricominciare. Ma con i problemi di occupazione che ci sono fuori non ci lamentiamo«. E Shake, più sincero, sottolinea: «Quando riusciamo a dormire! E comunque siamo tra i pochi privilegiati a poter vedere musica live, dai».

Danza, moda, teatro, cinema, c’è tutto nel patrimonio di questa coppia che si è incontrata giovane, integrando perfettamente competenze e caratteri diversi. Da una parte Emanuele Cristofoli, Laccio, prima ballerino e poi coreografo e direttore artistico, nonché studioso di design, incursore originale nel mondo della moda e coinvolto in lavori pubblicitari da nomi come Paolo Sorrentino e Gabriele Muccino, dall’altra Fabio Bernardini, Shake – pseudonimo onomatopeico eredità di una vecchia passione, il writing – che ha ballato per i più grandi (da Tiziano Ferro a Coolio, da Guetta a Sinclair) per poi fondare con l’amico e collega la Modulo Academy e dedicarsi al filmmaking, tra sport estremi e action movie, lavorando per diversi marchi, fino a fondare 5 anni fa la “Plastik Dreamer Urban Filmmaking Crew”. E l’elemento visuale del loro lavoro, in quest’esordio a X Factor, è stato centrale. «Tutto il visual che abbiamo voluto fortemente inserire è stato una rivoluzione. Ci ha dato una ricchezza enorme nel costruire l’identità dello show, abbiamo fatto dei videoclip veri e propri per ogni performance», dice Laccio, e Shake conferma: «Non abbiamo fatto altro che mescolare le nostre esperienze, anche grazie alla collaborazione di tutti, parliamo di un team pazzesco in regia, alla fotografia, ai costumi, ma anche dei concorrenti che giorno per giorno ascoltano i nostri racconti, su ciò che faremo e come vogliamo realizzarlo e arrivano ai live preparati e consapevoli».

«In passato – spiega Emanuele – X Factor era un evento che veniva ripreso in tv, ora è un programma televisivo vero e proprio, le inquadrature, le riprese, la messa in scena è più per gli spettatori a casa che per chi è in studio». Un ribaltamento di prospettive, di finalità, di visione, che nasce dai dettagli, da un lavoro certosino. «Abbiamo fatto un fitting iniziale, una sorta di identikit di ognuno degli artisti, li abbiamo visti in mutande e vestiti per costruire un’identità costante per l’intera edizione. Il gioco non era lavorare sempre su un’idea diversa, come in passato, ma invece far crescere un personaggio mattone per mattone, perché uscisse il meglio di ognuno e tutti si sentissero a loro agio. Più un lavoro cinematografico, se vogliamo semplificare, che su uno spettacolo dal vivo».

Inevitabile indagare su chi è stato più difficile da far uscire fuori: «Casadilego – afferma Laccio – è la dimostrazione di questo nostro lavoro. Così giovane e così particolare, non era facile darle un’identità e che fosse quella giusta, non banalizzarla o peggio ancora sbagliare direzione. All’inizio lei soffriva nel vedersi rappresentata in un certo modo, nell’indossare alcuni vestiti e vedersi inquadrata in un contesto che non sentiva suo. Poi piano piano è uscita la sua personalità, la sua unicità. Qualche giorno fa ne parlavamo con lei di quanto fosse incredibilmente cresciuta. Della differenza tra l’inizio e la semifinale, e lei era ancora incredula ma felice. Si è fidata della nostra esperienza, avevamo capito cosa poteva fare e dove poteva arrivare. Così i LPOM. Siamo sempre stati noi che ci siamo adattati alla loro musica, perché l’intenzione di tutti era rimetterla al centro».

Shake. Foto: Antonio Dicorato. Styling: Veronica Bergamini


Sornione interviene Fabio, che sottolinea, forse ricordando chi non l’ha fatto: «È fondamentale che i ragazzi ci credano, che si fidino. Altrimenti è impossibile fare un percorso così complesso in così poco tempo». Tra i giudici, però, guarda un po’, il più pignolo è stato Manuel Agnelli. «Ma non è stato un “rompiscatole”, anzi i suoi interventi sono stati importanti. Agnelli con la sua esperienza ci ha dato due consigli importanti su un paio di dettagli, ci ha ben indirizzato ed è fondamentale ascoltare gli altri ma decidere da soli».

«Altra benedizione – interviene di nuovo Shake – è che i gruppi erano perfetti per i giudici, c’è stato grande equilibrio e sintonia con i concorrenti, una cosa che ha aiutato tutti». Il momento più difficile è stato l’inizio del terzo live, dieci minuti di musica e coreografie e cambi scenografia, una prova concatenata all’altra, solo inediti. «Che incubo la giostra, ci hanno terrorizzato fin dall’inizio su quanto sarebbe stata difficile». Ride Laccio: «Ricordo l’esultanza alla fine, neanche avessimo vinto i Mondiali. E pensa che era tutta scritta su carta, minutaggio compreso, attacchi, stacchi, punti luce. In passato si chiudeva la mattina stessa, negli ultimi minuti utili, noi invece abbiamo concluso per la prima e unica volta in anticipo. Ma senza Ivan (Pierri), Luigi (Antonini), Maria (Sabato) e Gigi (Maresca) e tutti gli altri non ce l’avremmo fatta». Fotografia, regia, costumi, coreografia, immagine, tutto è correlato.

Proviamo a giocare e nonostante l’assoluta equidistanza nei loro giudizi sui ragazzi chiediamo loro chi è stato più coraggioso nel seguirli: «Melancholia e N.A.I.P., il percorso di quest’ultimo è quello che ha stupito tutti, noi compresi, sia per la crescita artistica sia per dove è arrivato, sino a una finale che nessuno poteva prevedere. Anzi – ridono di gusto entrambi – chi non lo ama dà la colpa a noi che sia successo!». «Il bello di Michelangelo – dice ancora Shake – è che a qualsiasi proposta dice di sì, perché perfettamente in linea con il personaggio, ci siamo capiti tutti e tre. Lui è un case history perfetto per noi, tutti pensano che sia così da sempre, e invece quello che vedete è frutto della nostra collaborazione». Così nasce lo Stromae italiano, insomma: «La scenografia dell’appartamento o la giostra, con quel senso del meccanico, in effetti richiamano l’artista belga. Non era una nostra reference diretta, ma effettivamente c’è».

La più timorosa invece era «e sottolineiamo era, Casadilego. Per l’età, ma trovata l’intesa è esplosa. Scherzando quando la incontro nei corridoi dico sempre – racconta Laccio – “Casadilego is on fire”. È un’altra generazione comunque questa, sono ragazzi cazzuti, determinati, consapevoli, ci si lavora alla grande». Chi ha fatto più fatica sono state le altre due under donne. «Con Mydrama è stato più difficile, abbiamo subito trovato il look, l’estetica, meno la messa in scena, perché i suoi sono più pezzi da radio. Poi tra installazioni e colori abbiamo trovato la cifra e tutto è stato più facile. Anche Cmqmartina a volte era restìa di fronte a certe idee, anche perché aveva un passato più definito, un’identità più formata. Ma poi è andato tutto benissimo pure con lei».

Il più amato dai due, però, è quel ragazzo che a detta di tutti è il favorito: «Blind è umanamente quello che più ci entusiasma, che è cambiato meno dall’inizio, a livello di coscienza di ciò che si fa, è rimasto pulito com’era arrivato e molti da casa non se ne accorgono perché ha la faccia furba, ma è una bravissima persona. Ed è quello che si muove meglio sul palco, sembra un veterano, anche se lo prendiamo in giro su come muove le sue gambette! E non va data per scontata questa qualità, quello di X Factor è un palco difficile, Lazza prima dell’esibizione era nervosissimo!».



Ma con molti ragazzi è già iniziata una bella collaborazione: «Abbiamo fatto le copertine dei dischi di quasi tutti quelli che stanno uscendo in questi giorni. Con i Melancholia vorremmo, come con Blind, iniziare altri progetti. Abbiamo in mente uno spettacolo teatrale con i primi, un’idea tra teatro e danza contemporanea che vogliamo proporgli a breve. Con loro l’ultima settimana è stata più destabilizzante avevamo cambiato la messa in scena di Alone, che poi neanche hanno fatto, ma ci rifaremo». E quando gli si chiede chi ripescherebbero se potessero, Shake sorride e dice: «È scontato, proprio loro. Quando sono usciti sono fuggito senza salutare nessuno, c’era un silenzio inquietante». E Laccio annuisce, e aggiunge: «Anche Cmqmartina».

Sulla finale, sono abbottonatissimi – devono andare in riunione a minuti per cominciare a parlarne: «Abbiamo solo tre giorni per prepararla, tempi al limite dell’impossibile», ma si lasciano sfuggire che »i giudici li troveremo in finale a fare una cosa insieme, ma più sobria di quella che immagini. Anche perché ora le cose vanno bene, hanno sviluppato un grande attaccamento verso i ragazzi e questo ha portato a reazioni molto forti, anche tra di loro. Dopo la semifinale c’è più serenità, anche perché ognuno ha portato in finale uno dei suoi».

Il bilancio, insomma, è decisamente positivo: «C’è l’orgoglio e la consapevolezza di aver cambiato l’identità dello show, di aver migliorato qualcosa a cui era difficile far fare un ulteriore salto di qualità, in cui avevamo molto da perdere perché questi palcoscenici danno tanto ma possono togliere di più. Siamo felici di aver portato noi stessi e la nostra visione dentro X Factor nella piena soddisfazione di tutti, con un bellissimo clima. Essere entrati in una macchina difficile e averla saputa guidare al meglio, rimanendo noi stessi, è ciò che ci rende più orgogliosi«, confessa Laccio. E Shake ribadisce: «Credo che il segreto sia la nostra mentalità: X Factor o lo spettacolo teatrale per 100 persone per noi è lo stesso. E scoprire che piace, fa bene. Forse ci siamo resi conto tutti che non si deve rincorrere il pubblico a tutti i costi, anzi si può anticipare».

Detto questo, cosa ascoltano i due in cuffia? «Rap – dice lapidario Fabio –, però qui sceglierei i Little Pieces of Marmalade». Più ecumenico Emanuele: «Sento di tutto, ovvio che l’hip hop e il rap hanno un grande spazio nel nostro immaginario, veniamo da lì. Ma poi è arrivata la danza, l’elettronica, il mondo di Bjork. Quindi forse qui metterei in cuffia i Melancholia, però quella che mi ipnotizza sempre è Casadilego. Con lei non serve fare chissà cosa, il suo primo piano non fa mai sembrare il palco vuoto». Ecco, grazie a loro è una sensazione che non abbiamo mai provato in questo X Factor numero 14.

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