Vanessa Scalera, nicchia per sempre (ma grazie Imma Tataranni) | Rolling Stone Italia
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Vanessa Scalera, nicchia per sempre (ma grazie Imma Tataranni)

Il campione d’ascolti di Rai 1 impone un’interprete che vuole restare in disparte (e un nuovo modello di donna in prima serata). Lei – che è anche al cinema con ‘L’Arminuta’ – sorride sorniona di fronte al grande successo: «È tutto inatteso, ma sapevo che questo personaggio sarebbe stato un cult»

Vanessa Scalera ritratta da Fabio Lovino

Dalla nicchia proviene e alla nicchia appartiene: Vanessa Scalera non è una che ha incontrato il successo in ritardo, ma semplicemente una che al successo non ci ha mai pensato davvero. Per questo forse le riesce così bene divertirsi sul podio degli ascolti tv con la sua Imma Tataranni – Sostituto procuratore, in onda il martedì sera su Rai 1 con picchi del (quasi) 25% di share, e nel frattempo portare in scena una delle madri più inafferrabili della nostra letteratura contemporanea, quella dell’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio prima, e di Giuseppe Bonito ora. Il tutto mentre studia il protolatino per le riprese della seconda stagione di Romulus di Matteo Rovere – che per lei è un rompicapo ma pure un esercizio di enigmistica avanzata – in vista di una doppietta al cinema con Diabolik dei Manetti Bros. e un ruolo abbastanza folle da non poterne ancora parlare nel nuovo film di Ludovico Di Martino, I viaggiatori. Sovvertendo il corso dell’intervista, iniziamo proprio dell’Arminuta. «Credevo che il libro di Donatella Di Pietrantonio fosse intoccabile, ma tu sei la madre che avevo immaginato durante la lettura». Lei ride, ma lo sa che è vero: «E questo è bellissimo, se arriva da parte di un’altra lettrice».

Il tuo approccio al ruolo infatti mi sembra da lettrice, prima che da interprete. Possibile?
Sì, avevo già letto il libro. Questo ti spiega la mia reazione quando Giuseppe Bonito mi ha offerto il ruolo: “Oh mamma mia”. Ero terrorizzata, da lettrice, perché quella madre a me faceva paura. Sono entrata subito in opposizione con il personaggio. Giuseppe lo ha raccontato bene: “Vanessa ha posto subito un muro di fronte alla madre. Così ho capito: Ecco, è lei la madre”. Senza fare della psicologia spiccia, credo che il mio muro da lettrice abbia smosso qualcosa dentro di me.

Dalle micro espressioni del volto al tic di dolore nello sguardo: come hai costruito il personaggio?
Ovviamente ho riletto il libro dopo aver accettato il ruolo. Gli sguardi di cui tu parli è difficile spiegarli, ma sono venuti da sé. Probabilmente trainati dal silenzio necessario per interpretare quel personaggio. Lei non riesce ad abbandonarsi a un flusso di coscienza, non ha mai analizzato nulla nella sua vita. È una donna che si è lasciata vivere. Così guarda tutti, segue con gli occhi quello che la circonda e in particolare la figlia, questa “ritornata” che le sembra un’aliena. Ho lavorato poi sull’attrazione tra queste due donne.

Sull’attrazione?
Sì, perché per me si attraggono. Mentre interpretavo la madre ho sempre immaginato di ricevere in casa una sconosciuta, che però ha il mio stesso Dna. Anche l’Arminuta è attratta dalla madre, sono due calamite che si scrutano. Perché non si conoscono ma in qualche modo si appartengono.

Vanessa Scalera con Fabrizio Ferracane e le piccole Sofia Fiore e Carlotta De Leonardis in ‘L’Arminuta’ di Giuseppe Bonito. Foto: Lucky Red

Mi viene in mente l’inquadratura durante una scena a tavola, in cui il padre picchia il figlio maggiore. Bonito la racconta rimanendo fisso solo su di te, sulla tua reazione immobile. Lì ho pensato che fosse il regista giusto per questa trasposizione.
È vero (sorride). Quando è arrivata la proposta per il ruolo ho voluto parlare con lui, prima di decidere se accettare o meno. E ho capito subito due cose fondamentali. Prima: che aveva davvero l’urgenza di fare questo film perché ha amato tanto il libro. Seconda: che non aveva bisogno di mettersi col culo sopra il libro, di imprimere il proprio marchio registico e imporre la sua visione della storia.

Questa attrazione fatta di silenzi tra la madre e l’Arminuta come si è tradotta sul set nel rapporto tra te e Sofia Fiore?
Sofia è molto lunare, sembra provenire dal Nord Europa, all’apparenza nulla la scalfisce. Il suo mondo interiore sembra inaccessibile. Ovviamente abbiamo passato molto tempo insieme, ma non ti nascondo di aver sfruttato questa sua distanza per lavorare sul ruolo. La seguivo, ma non ho cercato a tutti i costi un rapporto con lei. Era così affascinante e io mi chiedevo: “Ma che cavolo c’ha nella testa? È perfetta per essere l’Arminuta”.

Per me questa è una storia di madri che si contendono i figli fino a renderli orfani, arrabbiati e senza identità. Cos’è l’Arminuta per te?
Riprendendo il mio primo ricordo da lettrice, per me è stata una storia di sorellanza. Sul bisogno di ognuno di noi di avere almeno un elemento, un essere umano a fianco, che possa salvarci. L’Arminuta e Adriana sono due reduci di guerra che si prendono per mano e vanno. Forse sono fortunata a non essere figlia unica, ho pensato. Perché non esistono famiglie perfette, e allora tu a chi dai la mano? Chi è il tuo salvatore? Tuo fratello, tua sorella.

La madre e Imma Tataranni: entrambi personaggi nati dalla penna di due autrici, Donatella Di Pietrantonio e Mariolina Venezia. Hai avuto modo di confrontarti con loro?
No no, io non mi voglio proprio confronta’ (ride). Proverei un grande imbarazzo! La mia guida dev’essere il regista, se interviene l’autrice mi confondo. Lei ha creato il mio personaggio, ma è la fantasia del regista a scegliere l’attrice. Mi verrebbe da pensare: oddio, ma sono io? Corrispondo a quello che lei ha immaginato? Il confronto umano invece è un’altra cosa. Quando è arrivata Donatella a salutarci sul set e ci ha regalato una copia di Borgo Sud, sono stata ben contenta di conoscere il volto di chi mi aveva partorita. Con Mariolina invece sarebbe ancora più complesso: nei tratti della madre dell’Arminuta mi ci ritrovo, ma in quelli della Tataranni proprio no. Nei libri ha descritto una donna di un metro e cinquanta, una piccola botte di vino, troppo distante da me per corrispondere alla sua immaginazione.

In questo momento sei il volto che sta facendo vincere la Rai nella sfida degli ascolti. Come si sta lassù, sull’ambitissimo podio dell’Auditel?
(Ride) Guarda, io ogni tanto mi fermo e osservo tutto con una certa dose di ironia. Il mio sguardo su questo mondo arriva dopo anni e anni di lavoro, quindi me la godo senza strombazzare. Con un bel sorriso sornione.

Dalla nicchia al boom di attenzione esploso conImma Tataranni: non ti ha impressionato?
Caspita! Ma proprio perché vengo da quella nicchia di cui tu parli e sempre lì tornerò, perché io sono quel mondo, allora osservo il resto in maniera disincantata. Per me era tutto inatteso, anche se sentivo che il personaggio sarebbe piaciuto al pubblico.

Con la Tataranni è stato subito amore?
Credo proprio di sì. Nella fase di lettura avevo già intuito una diversità rispetto ai ruoli che la tv generalista proponeva, e avevo capito di poter osare all’interno di un prodotto pop.

Una battuta della primissima puntata già la diceva lunga anche a noi spettatori: “Credo che le assegnerò una scorta”, e Imma risponde: “La ringrazio, ho già mia suocera”. In sintesi la tradizione maschile del prendersi gioco della suocera, qui viene invertita.
(Ride) È vero! E da lì in poi, tantissime piccole battute folgoranti di Imma hanno fatto la diversità del personaggio, risuonando all’orecchio dello spettatore. Lei non è mai retorica. Prende in giro tutti, ma soprattutto se stessa. In questa seconda stagione ci ho messo anche un po’ del mio, piccole cose, senza inserirmi troppo in una partitura che già reputo perfetta. Però c’è proprio il piacere di dirle, certe battute, soprattutto perché è la prima volta che affronto un personaggio brillante. E poi mi diverto troppo con i miei colleghi. Lavoro con cavalli di razza, Gallo, Buccirosso, Lapice… Che gli devi dire a quelli?

Vanessa Scalera è ‘Imma Tataranni – Sostituto procuratore’. Foto: Rai

E arriviamo a questa donna sposata che prova attrazione anche fuori dal matrimonio, senza però smettere di amare il marito. Il famoso pubblico della Rai che non è mai pronto, stavolta invece era pronto eccome?
Infatti a me sconvolge proprio che la domanda venga posta, che ci si interroghi sulla normalità di questo aspetto. Perciò sì, la mentalità forse è ancora bigotta, ma il pubblico no. Basti pensare che la coppia più osannata della serie è proprio quella Calogiuri-Tataranni. Imma è felicemente sposata, continua a desiderare il compagno, hanno rapporti sessuali appaganti dopo tanti anni di matrimonio. Eppure questo non le impedisce di provare attrazione anche per il suo sottoposto. È qualcosa che accade davvero. Ma forse abbiamo messo troppo a lungo su un piedistallo i sentimenti che una donna dovrebbe provare per il maschile, come se poi non dovessero essere attaccati da nulla e da nessuno.

Che poi anche Montalbano se l’è vista brutta, quando il pubblico ha scoperto che aveva tradito Livia dopo vent’anni.
(Ride) Ecco, forse nel frattempo Imma viene accolta perché ci sono centinaia di donne che esclamano: “Oh, finalmente!”. L’intervento di un uomo come Calogiuri ha un peso, sì, ma non è che deve mettere per forza a repentaglio il matrimonio di una donna.

Una donna che, tra l’altro, corre sulla scena del crimine indossando zeppe e abiti impensabili in fantasia animalier.
Già in scrittura Imma è descritta così, ma quella meravigliosa costumista che è Paola Marchesin ha davvero osato. Mi sono fatta manichino nelle sue mani senza mai oppormi, come è giusto che sia. Paola mi ha messo addosso delle robe improponibili, e io ho capito che la forza del personaggio poteva anche essere quella. È stata una mossa vincente, tutta l’immagine descrive già il personaggio. Una volta mi ha regalato un quadro con lo studio pop che c’era dietro a Imma, che va dalla moda anni ’80 a Madonna e David Bowie. Ha mescolato ogni genere ma con altri criteri. Vedrete, nella seconda stagione ci è andata giù ancora più pesante.

Questo tipo di femminilità è molto distante dalla tua?
Sì, e in effetti Paola mi ha messo addosso anche abiti che non mi stavano benissimo. Ma non è questo il punto, per me. Mi ha sempre spiegato che la mia magrezza, una taglia 38, rischiava di creare un “effetto moda” in conflitto con la personalità di Imma. Così lei andava ad abbassare la figura, giocando su aderenze abbinate a capi più larghi e colori in contrasto.

Ma secondo te, quindi, Imma ha un brutto carattere o ha un carattere e basta?
(Ride) Ha un carattere e basta! Anzi, ha “il” carattere. A sentir lei parla di sé come se fosse la migliore.

Un’ultima cosa. Come procede con il protolatino?
Ah! Sono alle prese con la mole di lavoro mnemonico che devo fare sulla seconda stagione. Il freddo è stato devastante sulla prima, ma il mio incubo rimane il protolatino. È tosta, ma sembra quasi un gioco: devi vincere. Ogni tanto mi metto lì come se stessi facendo un Bartezzaghi e provo a risolvere l’enigmistica attraverso uno studio sulla parola.

Il trucco per risolverlo?
Cambiare metodo di studio. Non puoi mai improvvisare durante le riprese, non puoi sostituire un termine di tuo pugno se dimentichi quello scritto in sceneggiatura. Se ti perdi una parola semplicemente ti interrompi. Allora ripeto la parte come si faceva con le poesie a scuola: Leopardi lo devi sapere a memoria, mica puoi metterci del tuo. “Silvia, rimembri ancora”…