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Valerio Lundini: «Ho tolto il pilota automatico alla comicità»

No, non è un comico come il Martellone di 'Boris'. Ama il nonsense e lo spiazzamento, che pratica in seconda serata, in un silenzio irreale e antitelevisivo. E chiede: «Perché i fan degli Oasis tifano Lazio?»

Valerio Lundini

Foto press

Non è facile diventare un cult, soprattutto in una televisione che fagocita tutto e ripropone, spesso, la stessa ricetta con impiattamenti differenti. Con Una pezza di Lundini Valerio Lundini è riuscito in (almeno) due cose: riportare finalmente la seconda serata al lustro che merita e proporre al pubblico una comicità nonsense e intelligente che si eleva rispetto al piattume a cui ci vogliono abituare. Il plot del gioiellino in onda il lunedì, il martedì e il giovedì su Rai 2 è il seguente: la trasmissione che sarebbe dovuta andare in onda salta, così la Rai ci mette una pezza e manda in onda uno show con un conduttore impreparato che prova a fare intrattenimento e, in un silenzio irreale e antitelevisivo, cerca spunti e situazioni per chiudere al più presto la puntata che gli hanno affidato. Nel parliamo con il diretto interessato, che i più attenti avranno già notato in Battute?, sempre su Rai 2.

Allora, Valerio, qual è stata l’ispirazione per questo programma così amato dalla critica?
La mia ispirazione è la critica.

Ah sì?
Ispirandomi alla critica sono riuscito a piacerle. A parte questo, da bambino non ho mai avuto la voglia di fare il comico, ma a forza di scrivere mi uscivano cose surreali, comiche o nonsense e quindi eccomi qui. A questo si aggiunge che, sempre da piccolo, ho visto un sacco di tv, anche mio malgrado.

Cosa ti colpiva di più?
I film di Mel Brooks e di Zucker-Abrahams-Zucker come L’aereo più pazzo del mondo e Una pallottola spuntata. Più tardi, i Simpson. Un umorismo non troppo citofonato.

Credevo che, avendo lavorato con Nino Frassica e Lillo & Greg, parte della tua comicità venisse da lì. E che ti fossi imbottito di film dei Monty Python…
Con Lillo & Greg ci continuo a lavorare come autore a 610 su Radio 2, mentre con Frassica ho collaborato, sempre per Radio 2, al Programmone, oltre che in altre cose televisive. I Monty Python non li ho mai visti da ragazzino. Mi chiedono spesso se faccio riferimento a loro, ma so che è una condanna anche per Lillo & Greg.

In che senso?
Greg mi ha detto che la prima cosa dei Monty Python l’ha vista a 45 anni. E poi sì, ovviamente rivedendoli, ci sono cose loro che mi piacciono, ma non li metterei tra le mie preferite, anche perché hanno un doppiaggio italiano strambo. Non per fare lo snob, ma l’unico modo di fruire quell’umorismo è guardarlo in inglese. Leslie Nielsen e Mel Brooks, invece, erano doppiati benissimo e tutt’ora me li vedo in italiano. Quindi i Monty Python non mi hanno influenzato.

Quando scrivi come sfuggi all’effetto déjà vu di altri comici?
Sono talmente poche le cose che mi piacciono che raramente capita di toccare temi già battuti da altri. Sicuramente, anche inconsapevolmente, capita, è capitato e capiterà. Però, forse è più difficile avendo eliminato la satira politica e di costume. Non farei mai cose che prendano in giro la politica o le pessime abitudini degli italiani.

Come mai?
Perché spero che, chi guarda il mio programma quelle pessime abitudini non le abbia. Non farei mai uno sketch in cui prendo in giro i vegani: mi fa più ridere prendere in giro chi se la prende con i vegani.

Ti è mai capitato di avere idee simili a quelle di altri?
Sì, una volta me ne è venuta una simile a uno sketch di Lillo & Greg e, un altro paio di volte, è capitato con South Park e i Simpson. Ma è anche bello: se capita di avere un’intuizione che ha già avuto qualcuno che mi piace, vuol dire che la strada è quella giusta. Poi certo, con così tante puntate, un po’ capisco chi ruba le battute. Forse a un certo punto lo devi fare, ma sto attento a evitarlo.

Valerio Lundini ed Emanuela Fanelli

Su di te c’è davvero molta attenzione. Te l’aspettavi? Vivi il peso di quello che non può deludere?
Mi aspettavo più spaccatura per alcuni temi e situazioni, pensavo ci sarebbe stato qualcuno che avrebbe amato moltissimo certe cose e altri che non le avrebbero capite. Invece le persone che ne hanno scritto ufficialmente, e quelle che fanno il live tweeting, rispecchiano lo spirito del programma. Mi aspettavo più commenti come quelli di YouTube, tipo «Ma chi è questo?» e «Ma che è ‘sta cazzata?».

In Una pezza di Lundini metti alla berlina anche la tv. Che cosa non ti piace della tv di oggi?
In realtà non ne vedo tanta. E mettere alla berlina la tv non era voluto. Essendo un format tv, le cose assurde che capitano sono racchiuse in quella cornice. Se fosse stato in teatro o su Instagram sarebbe stato diverso.

Che cosa non ti piace?
Non amo la tv del dolore o quella gossippara dove si piange di continuo, a forza. E poi non amo tanta brutta comicità: mi sembra molto spesso satira, ma potrebbe essere tranquillamente oggetto della satira. Non l’ho messa nel programma perché non volevo essere pretenzioso. In realtà mi fa ridere quando una cosa è inconsapevolmente ridicola, diventa una forma di intrattenimento.

A chi ti riferisci?
A quelli che puntano sulla volgarità o sul sesso. Una cosa che vedo anche molto a teatro. Sembra che, da qualche parte, ci sia scritto che una determinata cosa fa ridere e che, quindi, bisogna farla come se ci fosse una ricetta. Però poi nessuno dice che funziona. Lo si crede solo perché è stato visto fare da altri. È un po’ il pilota automatico che non mi piace.

Ti hanno mai chiesto di edulcorare qualche sketch?
No, io ho il problema inverso. Dopo questa esperienza non potrò più dire «Eh, ma in tv non ti fanno fare certe cose». Mi è capitato, in passato, in programmi dove ero solo autore, quando mi è stato chiesto di cambiare la parola “brutto”.

Cioè?
In uno sketch con Frassica, in cui appariva una rivista con su scritto “Barzellette sui brutti”, mi chiesero di togliere la parola “brutti” perché indelicata con le persone brutte. Io non credevo che esistesse una categoria definibile “i brutti” con una loro sede che chiamava la Rai. In Una pezza di Lundini il capo progetto Giovanni Benincasa si fida abbastanza ciecamente di me. Alcune volte sono ero io a sollevare dubbi.

Tipo?
Mi autocensuravo. Ad esempio nello sketch in cui intervistavo mia nonna e venivo a scoprire le sue teorie politiche particolari. In genere, se ci sono polemiche spero siano facilmente difendibili da parte mia, come quando una ragazza si è risentita per una cosa che aveva visto, mi ha scritto in privato e, dopo le mie spiegazioni, mi ha dato ragione. Non vorrei trovarmi nella situazione contraria.

Che sketch era?
Quello in cui io e un mio amico siamo seduti a un bar e diamo voti alla bellezza delle ragazze. Una delle tre, inorridita da questo gioco sessista, usa la sua indignazione per farsi alzare il voto e prendersi un punto in più rispetto alle altre. In realtà ho solo fatto un personaggio orribile femminile, io lo faccio interpretando un personaggio orribile maschile che porta pure il mio nome.

Ah, ma allora interpreti un personaggio…
Diciamo che, nello show, c’è una versione di me con i difetti ampliati.

Tu suoni anche nella band presente in studio e che abbiamo già visto all’Altro Festival su RaiPlay, i Vazzanikki. Ti rivedremo a Sanremo?
Mi sono divertito molto, spero di esserci se non ci sono problemi di date e Covid. Lo rifarò volentieri, se sono previsto.

Ma a Lundini che musica piace?
Con la band facciamo musica anni ’50 e ‘60. Amo cose vintage come rock’n’roll, rockabilly, Motown. E sono un fan del brit pop anni ’90 e degli Oasis, anche se non sono tifoso della Lazio.

Che intendi dire?
L’ho scoperto nel 2002: al concerto degli Oasis c’erano solo persone che indossavano magliette dei Beatles, della Lazio o degli stessi Oasis. Come dire: siamo noi i fan degli Oasis.

Tommaso Paradiso è fan degli Oasis.
E infatti è della Lazio.

Ma torniamo al festival. Visto che sei anche musicista, quale brano ti è piaciuto?
Quello di Bugo e Morgan, ma l’ho scoperto quando Bugo aveva già lasciato il palco.

In Una pezza di Lundini c’è anche Emanuela Fanelli che, con il suo finto film A piedi scarzi ha creato un cult nel cult. Non si crea competizione, riuscite a coesistere?
Competizione non c’è, dal momento che non siamo competitivi. Emanuela, poi, fa cose che non avrei fatto io e viceversa. A me divertono un sacco le sue idee e credo sia reciproco. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda. A piedi scarzi mostra il fatto che noi romani siamo insopportabilmente onnipresenti. Ce ne rediamo conto, ma è come essere maschio, bianco, etero e parlare del problema dei neri d’America. Siamo parte del problema, siamo gli ennesimi romani in tv. Ci ha divertito fare questa ammenda e, al tempo stesso, rientrare nel “romacentrismo”. Le cose che fa Emanuela sono parodia dei mondi di cui è stata parte: dal teatro impegnato al cinema romano. Cose che, per ora, io non avevo mai visto fare.

E che mi dici del cinema? Molti comici aspirano a quello…
Mi piacciono i film (ride). Quando avrò un’idea figa per il cinema vedremo, ma non è una cosa cui penso la notte. Non ho mai pensato a una sceneggiatura, mi vengono in mente i finali, ma non la trama.

Allora torniamo alla tv. Dopo Una pezza di Lundini in cosa ti piacerebbe cimentarti?
Croce e delizia di questo programma sono 20 minuti che cambiano sempre. Nello stesso show ci sono cinque idee di format differenti: non è un quiz, non è un Late Show, c’è un po’ di tutto. La prossima idea potrebbe essere qualcosa di più specifico, tipo un programma di cucito.

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