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‘The Underground Railroad’: se la Storia (alternativa) diventa una serie pazzesca

Arriva su Prime Video l’attesissimo adattamento del romanzo del Pulitzer Colson Whithead, che immagina una tragica ‘ucronia’ ancora oggi fin troppo realistica. Abbiamo incontrato il regista Barry Jenkins e il cast

Thuso Mbedu è Cora, la protagonista di ‘The Underground Railroad’

Foto: Amazon Studios

Nessuno di noi, da solo, può salvare una nazione o il mondo.
Ma ciascuno di noi, se si impegna come comunità, può realizzare un cambiamento positivo…
(Cornel West, La razza conta)

«La prima e l’ultima cosa che mi ha dato mia madre sono state delle scuse». Memorizzate questa frase, perché è una delle poche in “voce fuori campo” di un personaggio. Sono parole della protagonista della serie, Cora, interpretata dalla straordinaria attrice sudafricana Thuso Mbedu (diciott’anni all’epoca delle riprese). Per il resto, un romanzo complesso, potente e “infilmabile” come La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead (Premio Pulitzer per la narrativa nel 2017, edito in Italia da Sur) viene tradotto dal regista e sceneggiatore Barry Jenkins in immagini, corpi (frustati e martoriati), volti sofferenti e scarnificati, scenografie magnifiche, suoni disturbanti, musiche e dialoghi. Quasi mai in “pensieri interiori” da romanzo. Quasi mai con facili escamotage narrativi e visivi.

Prodotta dalla Plan B di Brad Pitt, The Underground Railroad (dal 14 maggio su Amazon Prime Video) è una delle serie più attese dell’anno e, tra le recenti, una delle migliori, con almeno due episodi-capolavoro come South Carolina e il “biblico” Il Grande Spirito (con Peter Mullan nei panni del padre di Ridgeway). Violenta, destabilizzante, strepitosa, attuale, benché ambientata in un passato (quasi) immaginario, mette bene a fuoco razzismi contemporanei e ingiustizie abissali (non solo) USA. Tra ideazione, scrittura, realizzazione e post-produzione, ha richiesto quasi cinque anni di lavorazione. È al contempo magicamente fedele e straordinariamente “libera” rispetto al romanzo.

Che Storia racconta

La serie narra – come il romanzo da cui parte – una ucronia, ovvero una Storia differente, di fantasia, mai accaduta se non nell’immaginazione dell’autore, ma in un contesto tragicamente reale. I 12 capitoli del romanzo diventano, per lo schermo, 10 episodi di diversa durata (quasi tutti di oltre un’ora, come film in parte a sé stanti, con due episodi più brevi, di circa venti e trenta minuti). Siamo in Georgia, all’epoca dello schiavismo. La raccoglitrice di cotone Cora (Mbedu), abbandonata appena nata dalla madre Mabel (Sheila Atim), riesce a fuggire da una piantagione insieme al compagno Caesar (Aaron Pierre). I due troveranno una via di fuga grazie a una misteriosa ferrovia sotterranea. Sulle loro tracce: il “cacciatore di schiavi” Ridgeway (Joel Edgerton) e il suo aiutante, il bambino nero Homer (semplicemente incredibile il piccolo attore afroamericano Chase Dillon, nei panni di una sorta di kapò).

La parola al regista

Barry Jenkins sul set di ‘The Underground Railroad’. Foto: Amazon Studios

«Ho incontrato Colson Whitehead a pranzo a New York», ci racconta – via Zoom – il regista e creatore della serie Barry Jenkins, già premio Oscar 2017 per il miglior film con Moonlight. «Avevo acquistato i diritti del suo libro prima ancora che uscisse Moonlight, ma ci siamo trovati di persona solo quando avevo appena finito le riprese del mio film successivo, Se la strada potesse parlare (2018), a sua volta tratto da un libro di James Baldwin. Sapevo che con il romanzo di Colson avrei voluto fare un lavoro di adattamento molto diverso e meno fedele. Lui mi ha detto: “Il libro è il libro, la serie è la serie”. Gli ho garantito che, se avessi fatto cambiamenti profondi e radicali, lo avrei avvisato. E così è stato per il personaggio di Grace, per l’episodio North Carolina e per Il Grande Spirito. Anche il finale è molto diverso. Colson si è sempre dimostrato curioso ed entusiasta. Ha approvato le nostre modifiche al testo originale. Era certo che gli snodi fondamentali della sua opera sarebbero rimasti intatti. Ha detto che “un adattamento sincero, vero e onesto mantiene sempre solo l’animo dell’originale, per andare altrove e spiazzare lo spettatore. Altrimenti diventa tutto una didascalia, una ripetizione o mera sottolineatura”. Colson è una persona sorprendente almeno quanto la sua scrittura. Il romanzo è talmente perfetto che avremmo potuto “prendere” tutto, ma non sarebbe stato un buon adattamento televisivo. La serie doveva trovare una propria forma diversa e originale».

Alla domanda su quali siano state le principali fonti di ispirazione visiva per la serie, Jenkins rivela: «Con il direttore della fotografia James Laxton (abituale collaboratore del regista, nda) abbiamo studiato i dipinti dell’artista Kerry James Marshall, noto per le sue opere di figure nere. Abbiamo anche guardato i lavori del fotografo australiano Bill Henson. Già in fase di sceneggiatura, ci siamo detti che a ogni cambio di luogo e nazione, nell’epico viaggio di Cora, qualcosa doveva cambiare sul piano visivo. Volevamo che ogni “spaesamento” della protagonista si riflettesse in qualche modo anche nella percezione dei luoghi da parte dello spettatore, attraverso un filtro fotografico diverso o un movimento di macchina, oppure un suono».

Il lavoro del cast

Joel Edgerton e Chase Dillon. Foto: Amazon Studios

Il cast è davvero ottimo, di attori perlopiù sconosciuti o emergenti, di provenienza prevalentemente teatrale (le “star” più famose sono gli attori bianchi Joel Edgerton e Peter Mullan). La protagonista, Cora, ha il volto e il corpo della giovane Thuso Mbedu, che osserva, sempre via Zoom: «Ho letto il romanzo cinque volte prima di arrivare ai provini. La sceneggiatura ci veniva data da Barry episodio per episodio. Nonostante conoscessi il libro quasi a memoria, i suoi cambiamenti mi spiazzavano al punto che mi chiedevo: cosa succederà alla “mia” Cora nella prossima puntata? Questo progetto è stato qualcosa di estremamente intenso per tutti, fisicamente e psicologicamente. Avevamo anche una psicologa sul set. Ho parlato varie volte con lei, ma non come “paziente”. A volte ci dava semplicemente una pacca sulla spalla, facendo sentire la sua vicinanza. (ATTENZIONE: spoiler, nda) Ho chiesto una vera consulenza psicologica solo quando abbiamo girato la scena dell’incendio della casa in cui Cora si nasconde insieme alla piccola Grace (la bambina Mychal-Bella Bowman, nda). Sul set faceva anche molto caldo e c’erano zanzare grandi come elicotteri (le riprese si sono svolte per la maggior parte nell’estate 2019 a Savannah, Georgia, nda). Barry ha però saputo alleggerire ogni pausa, tra un ciak e l’altro, e creato un’atmosfera magica quando staccavamo».

Le fa eco Aaron Pierre, alias Caesar: «Nonostante il contesto tosto e complesso come quello messo a fuoco dal racconto, Barry ha creato sul set una sorta di “famiglia”. Le gare di karaoke, ad esempio, sono state utili. Io non so assolutamente cantare, però mi è servito per staccare completamente dai temi al centro della storia. Anche se La ferrovia sotterranea è un racconto di fantasia, l’aspetto scioccante è che si tratta di una fantasia impregnata di tragica realtà storica. Molti uomini afroamericani hanno vissuto sulla propria pelle le violenze narrate. La serie riesce, come il romanzo, a riprendere efficacemente il discorso sul vero orrore all’epoca dei fatti. Mette anche a fuoco la forza incredibile degli schiavi di sopravvivere a condizioni, torture e trattamenti disumani. Celebra la loro resilienza».

«Il mio è uno dei personaggi più indecifrabili del romanzo», racconta invece Joel Edgerton, il “cacciatore di schiavi” Ridgeway. «È quasi sempre in scena con il piccolo Homer, interpretato da Chase Dillon. Quel ragazzo è incredibile, una forza della natura, ed è molto intelligente. Mi ha insegnato la “faccia tosta”: devi guadagnarti il suo rispetto. Appena entrava nel costume e appena partiva il ciak, lui era pronto, si trasformava in Homer. Un vero professionista, anche se è ancora un bambino». E poi c’è la madre di Cora sullo schermo: Sheila Atim, attrice, drammaturga e cantante inglese di origini ugandesi: «Mi sono rivolta alla psicologa per la mia primissima scena, quella in cui sono interamente ricoperta di sangue. È stato uno dei set più impegnativi della mia vita. Jenkins ha trovato un proprio sguardo potente e ricco di guizzi inattesi, reimmaginando il romanzo di Colson. Ha saputo farci stare bene nonostante tutto il male narrato». Il male è la verità alternativa – ma percettivamente fin troppo realistica – di questa tragica Storia mai esistita. O forse sì.