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‘The Umbrella Academy’, una famiglia disfunzionale di supereroi

In esclusiva per l'Italia, siamo stati a Toronto sul set di una delle serie più attese dell'anno, tratta dalla graphic novel di Gerard Way dei My Chemical Romance. E abbiamo capito subito che era una figata

Toronto, giugno 2018. Entriamo nel West Stage degli studios dove hanno girato anche The Handmaid’s Tale ed eccolo lì davanti a noi, il cuore dell’Umbrella Academy, la serie Netflix in 10 puntate creata da Steve Blackman e tratta dalla graphic novel di Gerard Way dei My Chemical Romance e Gabriel Ba.

«Set fantastico eh?!” ridacchia Jeremy, l’assistente di produzione che ci accompagna, davanti ai nostri occhi spalancati dall’incredibile quantità di dettagli: il production design è pazzesco. C’è profumo di legno ovunque. C’è anche una specie di fumo costante nell’aria, una leggera nebbia: “Non preoccupatevi, non fa male respirarla, ma forse nemmeno benissimo” ci spiegano ridendo: serve a dare un effetto crisp (impossibile da tradurre o spiegare, dovete guardare lo show per capirlo), un look più cinematografico alle immagini. Non avevamo ancora visto mezzo fotogramma, eppure era già chiarissimo che The Umbrella Academy non è una produzione come le altre. Abbiamo visitato tutto il set, siamo entrati nel guardaroba e, soprattutto, abbiamo parlato con il cast, a partire da Ellen Page. Ma andiamo con ordine.

Di cosa parla

Nello stesso giorno del 1989, 43 bambini nascono inspiegabilmente da donne non collegate tra loro che non mostravano alcun segno di gravidanza il giorno prima. Sette di questi piccoli vengono adottati dall’estroso miliardario Reginald Hargreeves crea l’Umbrella Academy, identifica i ragazzi con dei numeri – Numero Uno, Numero Due…- e li prepara a salvare il mondo.

Ora, i sei membri sopravvissuti si riuniscono alla notizia della misteriosa morte del padre. Ma la famiglia comincia a cadere a pezzi a causa delle personalità e abilità divergenti dei suoi membri, per non parlare della minaccia imminente dell’Apocalisse.

Production design

«La casa in cui vive la famiglia è un personaggio della storia» spiega il production designer Mark Steel. «L’Academy doveva essere nascosta in piena vista dietro la facciata di un ambiente urbano, un misto tra l’Upper West Side e l’Upper East Side. Abbiamo mescolato due idee: Crewe Hall, una villa del periodo giacobino nel Cheshire in Inghilterra, e Carnagie Hall o il Rockfeller Center».

«Hargreeves aveva una grande gusto estetico per sé, ma i ragazzi erano sempre in secondo piano, vivevano in una costruzione di mattoni a fianco a lui che fa molto edificio newyorkese di fine ‘900, è tutto un po’ decadente e logorato. E sotto la strada ci sono un ex magazzino e un vecchio negozio da macellaio che Hargreeves ha trasformato nella lounge dei ragazzi, il loro spazio libero».

Entriamo nelle camere una per una, sono dettagliate in modo assurdo: «La stanze sono ferme nel tempo, per dare il contrasto tra i bambini che erano e gli adulti che sono diventati quando tornano all’Academy per il funerale del padre». È tutto così perfetto che sui letti c’è un cartello con scritto: “Vietato dormire qui”. Il 66% della serie è stato girato su questo set ricostruito, «perché rispetto ad altri show sui supereroi ci siamo concentrati sui personaggi e sul loro privato più che sui poteri». Ma nella serie si viaggia anche nel tempo: «Abbiamo cercato di avere sensibilità per i colori, ci muoviamo senza dover dichiarare dove siamo e abbiamo potuto prendere il meglio di ogni periodo».

Costumi

Facciamo un giro anche nel dipartimento dei costumi che, come ci spiega il responsabile Christopher Hargadon, è «il migliore di sempre». Umbrella Academy è una serie corale, ci sono più o meno 15 regular tra i bambini e gli adulti: «Non mi piace contare quanti abiti ho creato per lo show, molti lo fanno e credo che sia la ricetta per la follia, ma sì, ci sono centinaia di costumi, è un progetto molto creativo. Rendere vivo qualcosa che nasce come bidimensionale è una bella sfida, ho sempre cercato di essere fedele al sentire dei personaggi nel fumetto, ma era inevitabile che ci fosse uno sviluppo, per esempio abbiamo reso il padre più stiloso…». Nel guardaroba ci sono le giacche enormi di Tom Hopper, aka Numero Uno, le camicie a quadri blu di Ellen Page (Numero Sette) «che è una protagonista femminile senza femminilità», i cappotti di pelle e lana di Hargreeves, una sorta di alieno, e gli abiti da casalinga anni ’50 della madre dei ragazzi, Grace».

Il più stimolante in assoluto da vestire però è stato il personaggio di Robert Sheenan, Klaus o Numero Quattro: «ci siamo ispirati a Trainspotting. A Robert puoi mettere adesso qualsiasi cosa, è fluido, l’avevo concepito in maniera androgina, ma alla fine gli ho messo praticamente solo abiti femminili. C’è della pelle nera, un bel vibe rock’n’ roll».

Ellen Page – Vanya aka Numero Sette

Quello che colpisce di Ellen Page è quanto sia di basso profilo e quanto tutto il cast parli benissimo di lei: «È spettacolare, ha questa folgorante semplicità nel recitare» oppure «Ha davvero i piedi per terra ed è molto generosa». Tutto vero. «Quando mi hanno mandato lo script del pilot l’ho amato, non avevo mai visto nulla di simile: è divertente, commovente e una volta finito, volevo leggerne ancora». Ellen interpreta Vanya, o meglio Numero Sette, l’unica dell’Academy a non avere poteri: «È cresciuta in una casa dove è stata ostracizzata e trattata male dal padre, quindi come adulta è segnata dalla sua infanzia e lotta con la depressione, l’ansia, prende medicine. Inoltre ha scritto un memoir di successo in cui racconta i segreti della sua famiglia, cosa che ovviamente non è piaciuta ai suoi fratelli». Come reazione all’essere ordinaria, il suo personaggio inizia a suonare il violino fin da bambina: «Ho preso lezioni e ho fatto del mio meglio, ma ovviamente ho una controfigura straordinaria così, fortunatamente per gli altri, non ho dovuto suonare troppo». Il carattere androgino di Vanya «è sicuramente qualcosa che ho visto in lei, in termini di come mi relaziono al mondo io come donna e credo che sarebbe bello vedere in tv e al cinema personaggi che sono così binari nel genere e nei ruoli». Sul nuovo trend delle supereroine al femminile ha molto da dire: «Credo che non sia ancora un trend, finalmente si è aperta una conversazione, ma non siamo assolutamente dove dovremmo essere in termini di genere, razza e rappresentazione delle persone queer».

Aidan Gallagher – Numero Cinque

Aidan Gallagher ha 15 anni e in Umbrella Academy interpreta tutte e due le incarnazioni di Numero Cinque, il ragazzino e l’adulto. Come? «Il mio personaggio è un assassino di 58 anni che viaggia nel tempo e torna dal futuro per salvare il mondo dall’Apocalisse». E catapultandosi di nuovo nel passato sbaglia alcuni calcoli, per questo si ritrova nel corpo di se stesso 13enne: «All’inizio credevo che sarebbe stata un cosa più fisica – lo sguardo penetrante, le mani in tasca – ma quando ho passato più tempo con il personaggio ho capito che invece tutto si basa sui suoi sentimenti, sulla sua essenza. Ho letto il copione con la sua mentalità ed era chiaro che, di qualunque scena si trattasse, comprese quelle d’azione, Cinque non sarebbe mai cambiato, perché per me non è un personaggio ma un modo di pensare». Cinque inoltre ha un rapporto particolare con i villain della storia, Hazel e Cha Cha: «Hanno lavorato per a lungo insieme nella Commissione del Tempo, è interessante vedere quando è complessa la loro relazione». Aidan sembra tutto tranne che un ragazzino per la sicurezza e la maturità con cui parla: «Credo che tutte le storie di supereroi si siano in qualche modo ispirate a vicenda, è così che nasce l’arte, ma quando guardi questo show non puoi fare a meno di pensare che c’è qualcosa di diverso, c’è un grande equilibrio tra violenza, drama e comedy e molta più comedy di quello che ti aspetti».

Robert Sheenan – Klaus aka Numero Quattro

Insieme a Vanya e Numero Cinque, il personaggio interpretato da Robert Sheenan è il mio preferito, perché è davvero una bomba: scritto benissimo e interpretato da paura. Si capiva già dalla conversazione che abbiamo avuto con Robert sul set. «Klaus è un tossico fragile e incasinato, emozionalmente bloccato dalla sua infanzia e dalla sua famiglia disfunzionale. Quando è sobrio può evocare i morti e usarli per avere informazioni… in pratica usa i morti per influenzare i vivi». Essenzialmente è un’allegoria della tossicodipendenza: «Spesso i tossici prendono droghe per zittire la loro voce interiore. Credo che tutti gli elementi sci-fi e astratti siano una metafora della merda che le persone attraversano nella loro vita». Reginald Hargreeves ovviamente sapeva che il figlio aveva l’abilità di comunicare con l’aldilà e «anziché proteggerlo, se n’è fregato e gli ha fatto sviluppare quel potere, rinchiudendolo a 9 anni in un mausoleo per giorni in modo che potesse abituarsi ai morti, l’ha incasinato di brutto!». I personaggi hanno dei demoni che risalgono a come sono stati trascurati da bambini: «È una visione dell’infanzia molto più realistica rispetto a quella degli X-Men, dove i protagonisti sono sanissimi mentre fanno esplodere cose qua e là» ride Robert. «In Umbrella Academy invece gli aspetti “super” dello show servono solo a sottolineare la normalità dei personaggi». Per Sheenan si tratta di un ritorno alla tv 9 anni dopo aver interpretato Nathan in Misfits: «Klaus ha sicuramente una vibrazione alla Nathan ma è anche abbastanza differente da non farmi sentire troppo strano nell’interpretarlo. In Misfits il mio personaggio era caotico e folle e rispecchiava quello che ero io allora. Adesso sono molto più rilassato come essere umano e sono cresciuto come attore».

Emmy Raver-Lampman – Allison aka Numero Tre

«Crescendo Allison è stata l’immagine dell’Academy, sempre in prima fila anche perché era l’unica ragazza della famiglia a uscire in missione, visto che Vanya doveva stare nelle retrovie» racconta Emmy Raver-Lampman (tra i protagonisti del musical Hamilton). «Per questo è cresciuta con il desiderio di stare sotto i riflettori, voleva recitare e diventare una famosissima attrice. E ovviamente ci è riuscita». Il suo superpotere è la persuasione, «dico: “Ho sentito che…” e tutto quello che mi esce dalla bocca dopo dopo si avvera». Nel pilot Allison si trova a un bivio: «Ha appena divorziato ed è nel mezzo di una battaglia legale per la custodia della figlia, ma torna a casa dalla sua famiglia d’origine, quella da cui era scappata. Sono andati tutti via per circa 20 anni per provare a guarire, ma non ci sono riusciti e provano di nuovo a essere fratelli, perché nessuno al mondo capisce cosa voglia dire essere un Hargreeves». C’è un momento in cui dimentichi che sono supereroi, «perché è tutto fortemente radicato nel dramma e nella realtà che questa famiglia sta attraversando». Emmy ama molto anche gli elementi musicali dello show: «Sono fighissimi, c’è un legame molto stretto con la musica, ogni canzone è scelta con cura e completa le scene alla perfezione, c’è grande energia e precisione in ogni brano inserito. Alcuni sono incredibili».

David Castaneda – Diego aka Numero Due

«Chi non vorrebbe interpretare un supereroe incasinato?» risponde David Castaneda a chi gli chiede perché ha deciso di partecipare al progetto. «Diego è un vigilante, può usare ogni forma di combattimento a suo vantaggio, è particolarmente abile con i coltelli e ha un grande peso sulle spalle. Vuole dimostrare di essere il migliore anche se potrebbe essere, a parte Vanya, il più membro più debole dell’Umbrella Academy, deve lavorare tre volte più sodo degli altri solo per stare al passo». La caratteristica del suo personaggio è la rabbia: «Vede i suoi fratelli come dei supereroi che non usano il loro talento, il loro potenziale per fare del bene, anche se alla fine pure i suoi obiettivi sono molto egoistici. Salvare le persone è il suo modo di farsi notare, ribellarsi ed essere così radicale è il suo modo di dire: “Guardatemi, sono qui”». Diego non può essere un leader perché non si fida delle persone e perché è troppo istintivo: «Il padre ha messo a punto una serie di tecniche per fare in modo che avessero successo fin da bambini: Diego è Numero Due perché Reginald sapeva che così facendo Luther (Numero Uno) non si saarebbe mai adagiato e poi perché Diego non ama lavorare con le persone, crede che non siano in grado di fare quello che serve quando serve».

Tom Hooper – Luther aka Numero Uno

Vi ricorderete Tom Hopper nei panni di Dickon Tarly nella settima stagione di Game of Thrones. Bene, in Umbrella Academy Tom è ancora più “grosso”: «Ho aumentato la massa più che potevo per poi aggiungere delle protesi. Questo show mi ha messo alla prova in modi che non avevo mai sperimentato, e non solo fisicamente». Il potere di Luther, aka Numero Uno, è la superforza: «È il leader dei ragazzi ed è stato cresciuto come tale dal padre Reginald Hargreeves, ha sempre sentito la responsabilità e la pressione crescendo, è anche quello che è rimasto più a lungo a casa mentre tutti gli altri fratelli sono andati via». All’inizio della stagione lo vedrete sulla Luna: «È stato mandato lì dal padre in missione per proteggere il mondo». Ma tutti protagonisti sono persone reali con problemi molto reali: «Ogni personaggio ha qualcosa in cui qualcuno si riconoscerà, soprattutto i più giovani, hanno tutti dei casini, delle insicurezze come ogni essere umano. La chiave è che ognuno realizza con i propri tempi che sono migliori e più forti stando insieme».

Cameron Britton – Hazel

Prima di diventare Hazel in Umbrella Academy, Cameron Britton ha interpretato il serial killer Ed Kemper in Mindhunter: «Mi sentivo perfettamente a mio agio, bastava essere freddo e controllato per essere sicuro di impersonarlo bene. Con Hazel invece sono fuori dalla mia confort zone, spesso credevo di non essere nella parte, ma ho capito che se penso questo, allora vuol dire che sto facendo un buon lavoro» ride Cameron. «Il mio personaggio è un assassino che viaggia nel tempo, ha un lavoro incredibile ma lo sta facendo da così tanto che ormai è scollegato da tutto. Quando puoi andare avanti e indietro nel tempo la vita è grigia, non hai connessioni, nessuno è davvero importante».

La sua unica compagna di vita è la collega Cha-Cha (Mary J. Blige), una killer a sangue freddo, una sociopatica a tutti gli effetti, con la quale, quando Hazel capisce di non essere felice, non può nemmeno parlare: «Mary J. Blige è la mia co-protagonista preferita di sempre, senza offesa per tutti quelli con cui ho lavorato. C’è qualcosa nella nostra relazione, ci facciamo morire dal ridere a vicenda, Mary è una ragazzina dentro, è così presa dal momento che vive tutto, si diverte, dentro e fuori dal set, dal cazzeggio alle conversazioni più profonde». Quando incontriamo Hazel, sta dando la caccia ai ragazzi dell’Umbrella Academy: «Sì, noi siamo i cattivi e abbiamo una connessione con uno di loro, ma Hazel e Cha Cha sono personaggi sono molto misteriosi. Il mio è un dark character ma la cosa su cui mi sono concentrato meno è il suo lato di assassino, volevo renderlo credibile come persona. Non l’ho mai considerato un cattivo ragazzo. La parte difficile è stata conciliare la violenza con il suo volere altro dalla vita. Ma io amo i progetti rischiosi, proprio come Umbrella Academy».