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‘The Great’ Tony McNamara e il politically scorrect

In occasione della seconda stagione della dark comedy con Elle Fanning su Caterina la Grande, abbiamo incontrato il quotatissimo sceneggiatore australiano (vedi ‘La favorita’). Per parlare dei limiti della commedia oggi, e non solo

Gillian Anderson e Elle Fanning in 'The Great 2'

Foto: Starzplay


Se c’è una serie finora clamorosamente sottovalutata da premi e affini è The Great. È la prima cosa che dico al suo creatore Tony McNamara quando lo incontro su Zoom per il lancio della seconda stagione (dal 19 dicembre su Starzplay). Gli dico anche che deve portarsi per forza a casa qualche riconoscimento con questi nuovi episodi: «Speriamo!», risponde lui con un accento australiano al limite dell’incomprensibile.

Breve intro sul personaggio se il suo nome vi dice poco: McNamara è lo sceneggiatore della Favorita, la bizzarra dramedy barocca e punk di Yorgos Lanthimos starring Olivia Colman (Oscar come miglior attrice protagonista), Emma Stone e Rachel Weisz in un disfunzionalissimo triangolo politico-sessuale, raccontato con un’eleganza selvaggia, un’energia scabrosa, vivace e sboccata. McNamara è anche lo sceneggiatore di Crudelia, prequel live action à la Joker (con qualche concessione dalla Disney sulla darkitudine) sulla cattiva della Carica dei 101, dove scrive ancora una volta per Emma Stone (che lavorerà di nuovo con McNamara e Lanthimos in Poor Things). Insomma, senza dubbio l’autore australiano ha una spiccata predilezione per le protagoniste donne, il politically scorrect e l’esagerazione in costume. E niente potrebbe testimoniarlo come The Great (di cui è anche produttore esecutivo), con Elle Fanning nei panni della futura imperatrice arrivata appena sedicenne in una corte russa che pare Animal House, dominata dal bambinone sadico Pietro III (Nicholas Hoult). E alla compagnia si unisce anche un’altra fuoriclasse: Gillian Anderson, nei panni di Joanna Elisabeth di Holstein-Gottorp, madre di Catherine.

Sembri molto interessato ai personaggi femminili: le protagoniste della Favorita, Crudelia e, ovviamente, Catherine.
Sì, e credo sia perché sono cresciuto in una fattoria con sette ragazzi, e poi ho frequentato una scuola maschile. Non avevo molte donne intorno e mi hanno sempre incuriosito parecchio, sono così diverse dagli uomini. Gli uomini mi annoiavano, li comprendevo fin troppo bene. Ho quattro fratelli e tre cugini, vivevamo praticamente tutti insieme. Nasce tutto da lì: ho iniziato a scrivere le loro storie, e funzionavano. E poi ho incontrato attrici come Emma e Elle, a cui sono piaciute quelle storie. E allora continuo a scriverle.

Perché hai voluto raccontare la vicenda di Catherine?
Mi è capitato di leggere qualcosa di lei e ho pensato che conoscevo solo quella storia sul cavallo. E ho cercato un sacco di altre cose su Catherine: ritrovarsi in un Paese nuovo che non era il suo e arrivare a tenerlo in pugno, appoggiare l’Illuminismo, promuovere l’educazione delle donne. Credo che non le sia mai stata davvero resa giustizia. Forse perché sono australiano e so poco della Storia europea, ma mi è sembrata davvero un personaggio interessantissimo. Stavo scrivendo uno spettacolo per un’attrice in Australia e ho pensato che potesse concentrarsi su Catherine. Poi lo show ha avuto successo e ho deciso di farne un film o una serie tv. Ed eccoci qua.

Alla fine della prima stagione abbiamo lasciato Catherine mentre guidava il colpo di Stato ed era disperata per il destino del suo amante, Leo. Dove la ritroviamo all’inizio della seconda?
Iniziamo a qualche mese di distanza dal colpo di Stato, con lei che cerca di mettere al sicuro il risultato ottenuto. Vediamo come è iniziato tutto, in che modo ha preso il potere e mentre si chiede come gestirlo una volta che è suo.

Hai scritto The Great con in mente Elle Fanning e Nicholas Hoult? Perché grazie alla serie sono praticamente diventati la regina e il re della dark comedy a Hollywood.
È vero (ride). Ma in realtà no: era appunto una pièce che ho scritto in origine, quando erano entrambi molto giovani, troppo. Poi ho incontrato Nick sul set della Favorita e conoscevo Elle per connessioni dei nostri agenti. Lei è divertentissima, fantastica. Ho sempre pensato di trasformare la storia in una serie, e faticavo a immaginare chi avrebbe potuto interpretare i protagonisti… Loro si conoscevano già, è stata davvero una gran fortuna.

In un tempo in cui il politically correct è tutto, come si fa a essere così deliziosamente politically scorrect?
Non lo so, non ci abbiamo pensato troppo, credo che andremo avanti finché qualcuno non ci fermerà. Non ci hanno mai reso le cose difficili, penso che derivi tutto da una questione di personaggi e di umanità. È satira e credo che questo sia chiaro. Perciò incrociamo le dita, e speriamo di continuare a farla franca.

Hai anche deciso di mettere all’inizio di ogni episodio un cartello con un avvertimento: “An occasionally true story”, una storia occasionalmente vera. Serve ad essere sicuri che il pubblico colga le esagerazioni, le incongruenze, gli anacronismi, eccetera?
Fondamentalmente sì, l’abbiamo fatto per non ricevere mail su mail di professori di Storia che sottolineano che “questa cosa non è vera”. E anche per evitare il fatto che le persone siano infastidite dalla non accuratezza storica. Dev’essere chiaro da subito che questa è una serie divertente. Quindi divertitevi, non prendete seriamente la parte storica di quello che raccontiamo, perché noi non lo facciamo nemmeno noi.

Elle Fanning e Nicholas Hoult. Foto: Starzplay

Pensi che la dark comedy oggi venga un po’ trascurata per questa ondata di correttezza a tutti i costi? C’è sempre paura di superare i limiti, di offendere qualcuno…
Sì, credo che sia difficile navigare nell’oceano della comedy contemporanea. Probabilmente a noi viene concesso di più in questo senso perché è una storia in costume, e fa arrabbiare meno le persone. Siamo fortunati e il periodo storico ci aiuta parecchio.

Il mondo ha più bisogno di quel politicamente scorretto?
Credo che il mondo abbia bisogno di più gentilezza e senso dell’umorismo nello stesso tempo. La commedia è per sua natura trasgressiva, spinge i confini più in là, ma non dovrebbe essere una licenza per essere deliberatamente crudeli o odiosi. Ci dev’essere una libertà nella commedia. E non puoi vivere un’intera vita senza essere mai offeso in alcun modo. E spesso la commedia parla di cose che sono state importanti nella Storia e le persone al tempo magari l’hanno trovato offensivo. Penso che il politicamente corretto possa essere troppo, ma non penso che il razzismo o il sessismo siano divertenti. La vecchia commedia che si basa su questi elementi non ha più spazio ora. Ma le persone in questo momento sono davvero ipersensibili su cosa sia accettabile e cosa no.

Nella prima stagione ho adorato la scena in cui Catherine va al fronte della guerra tra Svezia e Russia per omaggiare i soldati mutilati con i macaron: è geniale.
Per noi la comedy dev’essere sempre al servizio dei personaggi e della situazione. Nella mia writers’ room dico spesso che non mi interessano le battute, possiamo fare commedia, possiamo essere divertenti, ma non con le battutine e basta. Deve avere tutto senso rispetto ai protagonisti, tutto deve contribuire a raccontare quella storia. E ovviamente è una rottura di scatole per gli sceneggiatori.

Senza spoilerare, c’è anche nella seconda stagione un momento cult come quello?
Ci sono chicche nella seconda stagione che sono scioccanti e bizzarramente divertenti allo stesso modo, ma non posso rovinare la visione.

Ci sarà una terza stagione? Dimmi di sì.
Lo spero tanto.

Di che cosa ha bisogno uno script per essere davvero buono?
Per me si può sintetizzare così: ottimi personaggi in grandi situazioni, un mondo che consenta loro di muoversi, agire, giocare. The Great, ad esempio, è divertente, ma c’è parecchio in gioco: vita o morte. E il futuro di una nazione.