Simone Liberati: un figlio, un padre | Rolling Stone Italia

Foto: Riccardo Ghilardi

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Simone Liberati: un figlio, un padre

Ha iniziato con ruoli da perfetto ragazzo ‘de Roma’: su tutti, il finto/vero Zerocalcare de ‘La profezia dell’armadillo’. Poi tutto è cambiato, dentro e fuori dallo schermo. L’attore, oggi uno dei volti chiave della nostra serialità ‘adulta’, è diventato papà nella vita e in tv. Prima in ‘Chiamami ancora amore’, adesso in ‘A casa tutti bene – La serie’ di Gabriele Muccino. Un cortocircuito? No. Solo «un mistero». Che è ciò che guida le sue scelte

Quando nella Profezia dell’armadillo Zerocalcare incontra il se stesso del futuro e scopre che da grande lavorerà come fumettista, va nel panico: “Dove stanno i contratti? Le garanzie? Quelle cose là che fanno un lavoro vero. Come sai che non finisce tutto domani, sennò?”. Quando nel 2017 Simone Liberati va a conoscere il fumettista per interpretarlo nel film tratto dal suo libro, giocano per due ore alla Play. Ma a pensarci bene, anche lui sta incontrando il se stesso del futuro: quel giorno scopre che diventerà padre per la prima volta. Va detto che Simone me lo racconta con grande sobrietà. Minimizza. Io invece ci vedo dentro il passaggio più profetico della sua storia. “Qual è il colmo per uno che sta per interpretare l’Autore che incarna tutto il disagio, il bluff e l’inettitudine alla vita adulta della nostra generazione?”. “Scoprire che diventerà adulto”.

Questa formula di momenti che scandiscono “un prima o un dopo” torna nell’intervista quanto nei suoi personaggi. Dai ruoli young adult in film come Arance & martello, Il permesso – 48 ore fuori, Bangla e Cuori puri a quelli con cui improvvisamente lo abbiamo trovato adulto. Due padri, uno dietro l’altro, in Chiamami ancora amore di Gianluca Maria Tavarelli e ora nella serie di Gabriele Muccino A casa tutti bene. Due padri carichi di responsabilità, di rabbia e disincanto. “Cani feriti e più cattivi”, per dirla con Margaret Mazzantini, che impiegheranno tempo “per tornare ad essere qualcosa”. Due padri che ci hanno un po’ squarciato il cuore. Sarà che in questa nuova fase Simone Liberati inizia a collocarsi nella sfera dei fuoriclasse veri: sembra uno che ha già vissuto cento vite e che può raccontarci anche la nostra.

All’improvviso si è formata quest’aura attorno alla tua carriera, del tipo “sono il nuovo padre della serialità italiana”. Che è successo?
Che so’ scoppiato, nel vero senso della parola (ride). Da fuori forse il passaggio è sembrato molto forte, ma invece io ricordo perfettamente tutte le scansioni temporali. Mi sembra sia successo tutto rapidamente ma in maniera densa.

Molti titoli importanti, pochi progetti di raccordo.
Sì, ce la mettiamo anche una bella dose di fortuna? I film poi vanno come vanno, ma io associo ad ogni titolo una fase della mia vita, diventa una sorta di tesoriere dei ricordi.

Foto: Riccardo Ghilardi

Ruoli e fasi della vita. Si intrecciano mai le due cose?
No, quello non lo percepisco. È anche vero che in pochi anni sono passato dall’interpretare ragazzotti e giovani adulti a fare serie in cui sono padre. Tu dici che è legato al fatto che questo passaggio alla paternità c’è stato anche nella mia vita?

È uno dei grandi misteri della recitazione. Di certo c’è che quando tu interpreti un padre, il confine tra realtà e finzione sembra azzerarsi.
Rimane un mistero anche per me. Ricordo che quando ho letto Chiamami ancora amore mi aveva colpito subito la storia. È stata la prima volta in cui ho interpretato un genitore adulto. Sono rimasto folgorato, ho avuto la sensazione di leggere uno di quei romanzi che ti scavano dentro, che ti portano a farti delle domande e cercare delle risposte scomode. Forse sono storie che parlano di te a prescindere.

L’idea che le tematiche sentimentali siano da relegare all’universo femminile non è ancora superata. Per la serie “parlare d’amore è roba da donne”. È stato importante invece parlarne tra uomini?
Esatto, anche per questo credo sia stata un’indagine preziosa e interessante. Loro attraverso certe idee, e io attraverso i personaggi: insieme abbiamo esplorato diverse fragilità dell’universo maschile, qualcosa su cui ci si sofferma ancora a fatica. O comunque è faticoso parlarne in modo aperto. Nelle serie di Tavarelli e Muccino c’è un divorzio di mezzo, con un bambino che diventa oggetto di contesa. Sono fragili i personaggi o sono le circostanze a tormentarli? Non lo so, tu come la vedi? Io le cose le penso mentre le dico (ride).

Penso che i due aspetti siano legati, e che poi subentri anche la rabbia di questi tuoi personaggi.
Io ho l’impressione che certi uomini che ho interpretato vivano una circostanza che li inquieta. La loro fragilità è data da una vita tormentata, agitata, ma in realtà si trovano in situazioni fin troppo comuni. Si tende a viverle in maniera tragica perché le famiglie, nella concezione culturale che abbiamo noi, sono sempre una sorta di tempio sacro. Quindi qualsiasi trasgressione viene vista come qualcosa di estremamente sacrilego, e si reagisce con una rabbia inaspettata. Una rabbia che si verifica malgrado l’amore.

Mi piace, fermiamoci qui: la trasgressione del sacro vincolo familiare.
Esatto, abbiamo una concezione molto austera e vincolante della famiglia. In altri termini? Una concezione religiosa. Questo rende le separazioni estremamente dolorose.

Simone Liberati con Maria Chiara Centorami, che nella serie interpreta Isabella. Foto: Sky

I nostri nonni non si facevano una guerra così feroce, però. Siamo davvero la generazione delle famiglie degeneri?
Io credo che stia avvenendo una presa di coscienza sul fatto che i rapporti e i sentimenti possano mutare nel tempo. Viviamo semmai la difficoltà di accettare questa realtà. Spesso si cerca di tenere in piedi una coppia che o è tormentata o è soporifera. Per le generazioni dei nostri genitori e soprattutto dei nostri nonni il compito della famiglia è sempre stato uno: quello di sopravvivere. Di durare nel tempo. Ed è sempre stato portato avanti prevalentemente dalle madri, dalle donne. Era una questione di compromessi, di nascondere le falle. Ma in realtà, anche se non le agitavi, rimanevano lì a ribollire.

Che proponi allora?
Si può convivere con ciò che una famiglia ha creato, vivere bene ed essere comunque genitori. Forse dovremmo entrare in quest’ottica, se vogliamo superare questi conflitti ogni volta che una coppia con figli di sfalda. Sennò affogheremo nel malessere e nella rabbia.

In A casa tutti bene – La serie ci sono scene piuttosto forti in questo senso. Muccino ti ha affidato il suo alter ego? Parli di scrittura, di regia, sei l’outsider della famiglia…
Sai, ho provato a non farmi troppe domande sulle direzioni che mi dava. Ho accolto tutto quello che ha riversato su di me senza mai fermarmi a pensare: chissà se sta parlando di sé attraverso di me. Il punto è che Gabriele è dappertutto nella serie, perché è un autore che scrive le sue storie, segue delle tematiche con un linguaggio che è solo suo.

Mi è piaciuta molto una battuta che per certi versi risponde alla questione, vecchia come il cucco, che nei film di Muccino si reciti “alla Muccino”. Il tuo personaggio dice: “Il regista deve far vivere agli attori le emozioni come se le vivesse lui”. Qui c’è un cast corale pieno di interpreti e di identità diverse, ma riuscite a stare su uno stesso ritmo “mucciniano”. Come?
Credo che nasca grazie alla composizione del puzzle emotivo scelta già a monte, è un’intuizione di Gabriele e del casting director, Antonio Rotundi. Ho lavorato in un coro di attori potentissimo, che potrei aggiungere? È stato bellissimo. Essere parte di un tutto, per un attore, non è scontato. Gabriele ha una necessità feroce di raccontare.

Necessità feroce rende bene l’idea.
Sì, ed è quello che poi accende anche in tutti noi. Un trasferimento di emozioni urgenti, che inevitabilmente tu restituisci nel racconto.

Nella serie quando scopri che tuo padre è morto sei insieme a tuo figlio. Implodi tu per proteggere lui. È il cuore del passaggio alla vita adulta?
Eh. Quando tu che sei padre perdi tuo padre… Succede che, se fino ad allora ti sei sentito figlio, da quel momento in poi, seppur dolorosamente, ti elevi a qualcosa di diverso. È un passaggio cruciale dell’esistenza. Di quelli che segnano un prima e un dopo.

Tra Chiamami ancora amore e A casa tutti bene le scene emotivamente pesanti non sono mancate. Come bere un bicchier d’acqua?
(Ride) No, ma diciamo che io ci arrivo abbastanza comodo. Si aggiusta sempre qualcosa in corsa, ma detto tra noi cerco proprio di non pensare che devo fare una scena così pesante. Questo lavoro è un apprendistato continuo, non ti acquieti mai. O almeno, io non mi acquieto.

Per te è un lavoro sul “fare di meno” o sul “tirare fuori di più”?
Sempre maggioritario. In A casa tutti bene sono talmente necessarie le emozioni forti, che per forza devi lavorare sul carico. Non puoi essere sottotono. C’è solo la possibilità di vivere senza pelle.

Un passo indietro: questo lavoro di carico emotivo è iniziato con il primo ruolo da protagonista in Cuori puri. Lo hai percepito come uno scatto forte?
Sì, perché fu il primo ruolo importantissimo per un film che poi andò a Cannes. Però me ne sono accorto alla fine, quando è uscito il film a distanza di un anno dalle riprese. Anche con L’amore a domicilio credo di aver avvertito uno scatto. Una commedia uscita su piattaforma, insieme a Miriam Leone, diversa da tutto quello che avevo fatto fino a quel momento. La serie di Tavarelli e quella di Muccino credo rappresenteranno un altro passaggio.

Che rapporto hai con la scalata al successo e l’ambizione?
Non frequento l’ambizione (ride). Diciamo che non è che m’aiuto troppo, non faccio nulla oltre che lavorare. È che alla fine sogno di fare film che rimangano nella cultura del cinema e della serialità, ma non è un’ambizione. È un’aspirazione da sognatore. Sono rimasto un sognatore, questo è.

Testa fra le nuvole? Davvero?
Pensavi fossi diverso, coi piedi per terra? No, per niente…

Tipo?
Mi incanto, mi distraggo, non sento quello che mi succede intorno. Per fortuna non mi capita troppo spesso quando guido (ride). Però perdo la fermata della metro, le cose, i panni sporchi da mettere in lavatrice. E poi non ritrovo mai un cazzo.

Per quello poi non vai alle cene di lavoro?
(Ride) Perché non c’ho vestiti lavati, sì. Ci vado alle cene, dài, per la serie di Gabriele mi è capitato pure di fa’ qualche vernissage.

Una risposta alla Zerocalcare.
Che serie, eh? Mi ha commosso tantissimo. Io Zero lo leggo come fumettista da sempre. Aspetta che prendo una pillola…

Una pillola?
Sì, tu come la chiami? Una pasticca, una medicina… Eccomi, dove eravamo rimasti?

Simone Liberati e Pietro Castellitto in ‘La profezia dell’armadillo’ di Emanuele Scaringi. Foto: Fandango

Allora è vera la storia della testa tra le nuvole. Eravamo rimasti a Strappare lungo i bordi, che ha reso Zerocalcare un fenomeno di massa, mentre tu nel 2018 interpretavi La profezia dell’armadillo ed eravamo ancora in pochi…
Sai, quando abbiamo girato La profezia dell’armadillo, io e Pietro Castellitto ci siamo ispirati a Zero e Secco, ma abbiamo anche messo del nostro. Pietro spingeva molto sull’improvvisazione, sono nate cose che sono andate oltre il fumetto. E sia chiaro, lo sottoscrivo: mi hanno scelto per fare la trasposizione cinematografica di un fumetto che per me era il corrispettivo di Batman. Cioè, io manco me lo sognavo.

Zero che ti ha detto?
Lo andai a trovare a casa sua prima di iniziare a girare, mi tranquillizzò molto. In realtà disse solo: “Non c’ho consigli da darti”, e questa fu un’apertura enorme per me. Poi per le successive due ore abbiamo giocato alla Play.

Non ci credo.
Giuro. Quello fu un giorno che non potrò mai dimenticare, perché la mattina mi ero svegliato sapendo che avrei incontrato una figura importantissima per me. Così per entrare nel mood stavo rivedendo L’odio di Kassovitz, un film a lui molto caro che cita spesso nei fumetti. Alle 15 avevo appuntamento con lui. Alle 11 scoprii che aspettavo un figlio. Tutto lo stesso giorno, quella mattina là.

Pazzesco. Allora questa domanda ti devasterà: qual è la prima cosa che chiederesti al Simone del futuro?
(Ride) Io c’avrei paura a sapere come è andata. Forse oggi gli chiederei solo: “Ma a casa tutti bene, Simo’?”.