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Rocco Fasano, il nuovo star system parte da ‘SKAM Italia’ e arriva all’indie

Dal ruolo di Niccolò Fares nel miglior teen drama italiano al nuovo video di Gazzelle. Chiacchierata tra musica, vampiri, lupi mannari, voglia di sperimentare e una certa Eva Green

Foto: Alessandro Peruggi

«Ho letto un tweet che mi fa troppo ridere e dice: “Ok, siamo d’accordo che il cast di SKAM Italia sta monopolizzando i videoclip italiani?”. E in effetti negli ultimi tempi ne sono usciti un botto!», ride Rocco Fasano. Siamo a metà intervista, ma mi pare giusto partire da qua nel riportarla, un po’ perché la lista è davvero lunghissima – da Benedetta Gargari e Ludovica Martino per Ultimo a Francesco Centorame per Michele Bravi – e un po’ perché è il motivo per cui stiamo chiacchierando: Rocco è il protagonista del nuovo, cinematogracifissimo video di Gazzelle, Belva, diretto dal collettivo bendo, dove l’attore quasi 28enne interpreta un lupo mannaro. Ci arriveremo, intanto approfondiamo l’input: «Le playlist di SKAM Italia sono troppo fiche, c’è una selezione pazzesca, estremamente curata. E quindi credo che sia naturale questo scambio tra la serie e un certo tipo di musica». Dopo il bellissimo ruolo di Niccolò Fares nel miglior teen drama italiano, ora per Rocco le cose stanno andando sempre più veloci. Meritatamente, perché dalle sue parole traspaiono una sensibilità artistica e una purezza che avercene. Ma partiamo dall’inevitabile.

Togliamoci subito il dente, così poi andiamo oltre: uno dei commenti al videoclip è “Il Robert Pattinson Italiano che fa il lupo mannaro per un brano di Gazzelle, adoro”. Il paragone ricorre da un po’, come la vivi?
È una cosa che vivo con simpatia e si ferma chiaramente lì, negli anni me l’hanno sempre detto: “Ma sai che somigli molto al vampiro di Twilight?”. Poi c’è una mia amica che ha notato la somiglianza ai tempi di Cedric Diggory in Harry Potter. E me la sono portata dietro. Per il resto, visto che vengo associato a quest’immagine spesso “vampiresca”, è stato molto divertente e inaspettato poter vestire i panni della fazione opposta.

Il fatto che, dopo SKAM Italia, sia arrivato subito l’imminente Non mi uccidere, già soprannominato (erroneamente) il Twilight italiano, avrà rincarato la dose…
Eh sì (ride). Sul discorso del Twilight italiano: sono due film molto diversi, chiaramente la somiglianza fisica tra me e l’attore c’è, mettici anche che parliamo di una storia d’amore gotica e quindi quell’elemento più la locandina… Ma Non mi uccidere è tratto da un romanzo di Chiara Palazzolo, che purtroppo ci ha lasciati e che scrisse quella storia un annetto (o poco meno) prima di Stephenie Meyer. E il film è tratto liberamente dal libro, ha poco a che vedere con Twilight, ha tinte molto spinte sull’horror.

E intanto nel video di Gazzelle hai annullato il vecchio scontro fantasy tra vampiri e lupi.
Ho avuto modo di sperimentare entrambe le fazioni, diciamo così.

Com’è nata la collaborazione con Flavio?
A quanto pare lui mi aveva visto in SKAM Italia e gli sarebbe piaciuto avermi come protagonista. Il videoclip aveva un approccio cinematografico fin da subito, è stato girato in pellicola, per cui anche già solo questo richiede un certo tipo di tecnica e di lavoro dietro. Conoscevo i bendo e anche Flavio: mi piace la sua poetica, il suo modo di fare arte e musica. Amo sperimentare con altre forme visive che non siano per forza film o serie, e poi mi è stata presentata molto bene anche l’idea. Parlava di questa trasformazione metaforica, di un ragazzo che si vede come una belva: è un’espressione della sua insicurezza, che non lo porta a comunicare con la persona con la quale vorrebbe farlo.

Flavio ti ha dato dei consigli rispetto all’intenzione della canzone?
È stato presente con grande entusiasmo entrambi i giorni di riprese, abbiamo parlato parecchio. Io tra l’altro ero impossibilitato da varie protesi dentarie, lenti a contatto, avevo peli ovunque… insomma, è stata una chiacchierata ostacolata tecnicamente, ma ci siamo trovati su molte cose. Però mi ha lasciato molto libero, era un po’ uno spettatore attivo, anche perché io seguivo le istruzioni dei ragazzi di bendo, che si erano ovviamente consultati con lui prima: non volevano accentuare l’aspetto bestiale del lupo perché quello era già presente nell’estetica, volevano invece che l’atteggiamento fosse di dolcezza, vulnerabilità, insicurezza.

Che rapporto hai con l’indie italiano? Perché so che sei un musicista, un pianista diplomato al Conservatorio, quindi immagino che per te tutto il panorama classico…
È un po’ una zavorra (ride): amo profondamente la musica classica, ma mi rendo conto che mi ha indotto un po’ una deformazione – positivissima eh, sono molto contento perché è una fonte immensa di ricchezza, profondità, conoscenza, è un mondo in cui sono stato immerso per moltissimi anni. Ma durante il periodo dell’adolescenza stare chiuso in Conservatorio voleva dire anche perdersi i generi popolari. Ho recuperato dopo, e devo dire che con l’indie ho un rapporto bellissimo: se non sbaglio in questo grande contenitore ci finiscono anche tutti quegli artisti che hanno difficoltà a etichettarsi o a trovare una bandiera che corrisponda a un genere, per cui già da questo punto di vista sono un supporter. E poi esteticamente ammiro quello che fanno, quello che fa Gazzelle.

È la voce di una generazione.
Sì, e mi piace molto il suo approccio rispetto anche a quello dei rapper, che vanno più di traverso sulle tematiche. Amo lo stile di Flavio, che è più delicato, ma molto molto sincero. C’è molta sincerità sia nei testi che, per quello che ho avuto modo di vedere, nel suo modo di vivere, di fare musica, di approcciarsi a questo mestiere. Per me somiglia molto alla strada che ogni artista dovrebbe percorrere: ascoltare i propri istinti e creare, senza troppi vincoli esterni.

“Sincerità” è anche una parola chiave di SKAM Italia, è quello che ha davvero lanciato la serie sopra gli altri prodotti: l’onestà nella scrittura e la vostra naturalezza nell’interpretazione.
Ti ringrazio. In effetti SKAM da questo punto di vista è nato quasi con un approccio documentaristico. Prima di scrivere le sceneggiature e di girare, il nostro showrunner Ludovico Bessegato ha fatto un raffica di interviste ai ragazzi italiani dell’età dei personaggi della serie, seguendo l’approccio dell’originale norvegese. Sono stati molti ligi in questo, e ha pagato perché nella scrittura poi hanno riversato una serie di cose vere e sincere che gli adolescenti hanno manifestato. Aggiungi poi una bella direzione degli attori, che parte dallo sporco, da quel tipo di realismo, e che si sposa bene con una sceneggiatura scritta in così. Il risultato è un po’ quello di spiare la vita dei ragazzi.

Il tuo personaggio, Niccolò Fares, al discorso di una ricerca di identità sessuale unisce il disturbo borderline della personalità. Che tipo di responsabilità hai sentito? Come ci hai lavorato? E quanto sei cresciuto sia come attore che come persona?
SKAM ha anche un messaggio di empatia forte, che mi rimasto addosso come una cicatrice positiva, mi ha cambiato profondamente sia dal punto di vista professionale che umano. Il senso di responsabilità c’era, anche se mi sono fatto schiacciare un po’ di più dopo. Subito non mi sono fatto distrarre perché comunque il lavoro va fatto e basta, come credi tu e ascoltando le persone con cui lavori. C’è stata prima una fase di ricerca, soprattutto per quanto riguarda il disturbo borderline, e mi si è aperto un mondo: ci sono segni e sintomi che andavano messi in scena nello stile di SKAM, senza tradire, esacerbare, scivolare nel dramma pietistico. Gli aspetti più vicini a te fai meno fatica a renderli: ci vogliono naturalezza, tecnica attoriale. Quelli più lontani li porti in scena con il metodo, ti crei una sorta di cartina geografica delle emozioni. E piano piano porti fuori tutti gli aspetti che servono. Ludovico mi ha supportato tantissimo, mi sono sentito in mani sicure fin dall’inizio.

La cosa più bella che ti è stata detta sull’effetto di SKAM Italia?
Ce ne sono state veramente tante, alle convention abbiamo incontrato moltissimi ragazzi che venivano a vederci anche da Paesi lontani: una fan ci ha addirittura regalato una stella e l’ha chiamata “Martino e Niccolò”, un’altra ha adottato per noi una giraffa al Bioparco di Roma… Ma i momenti che ti rimangono più impressi, e che hanno fatto la differenza nella mia percezione di questo lavoro, sono i ragazzi e le ragazze che versano lacrime vere perché si sentono meno soli, si sentono rappresentati in un certo modo, perché tu hai dato volto a dinamiche che loro magari vivono tutti i giorni… Leggere questa gratitudine nei loro occhi non può che lasciare un segno, mi ha fatto capire che questo mestiere non significa solo fare intrattenimento, ma anche aiutare le persone: è un superpotere, che va trattato con grande responsabilità.

Il discorso sulla rappresentazione poi è fondamentale: in tutti i prodotti dedicati alla Generazione Z (da SKAM Italia a Euphoria), anche la fluidità è finalmente “normalizzata”.
Finalmente, sì! Anzi, mi sentirei di dire che la mia generazione è stata quella che ha un po’ fatto da testimone e, se vogliamo, anche da partecipante attiva a questo cambiamento, a uno smantellamento progressivo e continuo di tutta una serie di dogmi del passato che non appartengono più né all’Europa, né a tante altre realtà con cui ci troviamo spesso a confronto. Era ora che succedesse anche in Italia, dobbiamo stare al passo, ce lo meritiamo.

So che tu fai Medicina all’Università, come Federico Cesari tra l’altro…
Sì, anche se lui è uno studente più bravo di me, è più ligio al dovere (ride).

E ho letto che vorresti specializzati in Psichiatria: ti piacciono i ruoli un po’ estremi, questa scelta ha a che fare con il tuo lavoro?
Parlando di Medicina, l’unico motivo per cui ho iniziato quella carriera accademica è l’eventualità di potermi specializzare in Psichiatria, anche se poi con l’intrattenimento ho continuato nel settore che era stato la mia prima vocazione. Il tempo per l’università diventa sempre più difficilmente conciliabile, e adesso mi fa anche un po’ strano immaginarmi in quei panni. Però sì, quella scelta è nata sempre dall’interesse per la mente umana, per il diventare qualcos’altro al di fuori di se stessi, l’esplorazione anche un po’ filosofica di questi aspetti della realtà e della persona. E la recitazione è sempre stata la mia passione più grande, da quando ne ho memoria.

Quindi non c’è stato un momento in cui hai deciso di fare l’attore?
Considera che quando facevo le elementari mi impegnavo tantissimo per le recite scolastiche, per me erano fondamentali. E mi sono portato questa cosa avanti fino al liceo, strenuamente, perché ci credevo tanto. Quella passione è sempre stata lì e l’ho coltivata.

Da SKAM Italia è nato un nuovo star system di emergenti. Quanto stanno andando veloci le cose dopo la serie?
SKAM ci ha dato un boost notevole, è un progetto molto amato sia in Italia che all’estero, ci ha spinti sia a livello di popolarità che a livello di esperienze fatte. Per cui un cambio di velocità c’è stato senz’altro. Oltre al film di Andrea De Sica (Non mi uccidere, nda), altra esperienza meravigliosa e totalmente differente, ho girato anche una serie per Netflix Francia, la seconda stagione della Mitomane, che dovrebbe uscire a breve.

Che cosa puoi anticipare?
Per chi non avesse visto la prima stagione, la protagonista Elvira è italo-francese, ha una famiglia italiana e vive a cavallo tra due mondi. Io interpreto questo seduttore italiano che ha un ruolo importante nella sua vita, ma non posso dire altro.

Foto: Alessandro Peruggi

Ti piacerebbe interpretare un ruolo per il quale usare tutta la tua competenza musicale? Magari un biopic?
Non mi dispiacerebbe affatto, anzi, sono stato molto contento di aver potuto utilizzare questa skill su SKAM Italia. Lo faccio ogni volta che c’è la possibilità, perché la musica è importantissima per me. L’ho sempre vissuta in maniera molto più intimistica e privata rispetto alla recitazione, che invece ti porta a metterci la faccia.

Ma suoni ancora parecchio?
Sì, magari non sette ore al giorno come quando stavo sotto esame al Conservatorio… Adesso è il periodo della vita in cui posso suonare quello che mi pare, comporre liberamente, dare sfogo alle mie fantasie senza vincoli. Lo faccio ancora perché è una bellissima valvola di sfogo, uno strumento espressivo irrinunciabile

Hai un mito? Ho sentito che c’è un’attrice che ami in particolare…
Ho un’ammirazione profondissima per Eva Green, la adoro da tutti i punti di vista: come artista, come donna. Se la incontrassi dal vivo potrei veramente avere la sindrome di Stendhal, non reggerei.

Quando l’hai scoperta?
Credo con Le crociate, però poi è successa una cosa strana. Io sono sempre stato un grande appassionato della saga arturiana, ho letto il romanzo di Malory. Prima che Eva venisse ingaggiata per Camelot (serie Starz che durò una sola stagione, nda), mi dicevo: “Sarebbe perfetta come Morgana”. E subito dopo l’hanno presa, è stato un segno del destino. Ha un modo unico di esprimere certe sfumature dark, la palette oscura delle emozioni umane al femminile, è la migliore in questo. E per qualche motivo mi fa veramente perdere la testa.

A parte un film con Eva Green, che cosa vorresti fare adesso?
Qualunque cosa arrivi e sia ben scritta per me sarebbe un piacere e un onore interpretarla. Se parliamo di generi preferiti, però, mi piace tantissimo il thriller psicologico, dovesse capitare l’occasione…

Per chiudere, domanda obbligata: se ci fosse una quinta stagione di SKAM Italia, tu torneresti?
Ma certo! SKAM mi ha cambiato la vita da tanti punti di vista, rimane un prodotto meraviglioso. La vicenda di Niccolò mi sta tantissimo a cuore. Tornerei anche per SKAM Italia 20!