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Ricchi e Poveri: «gli Abba hanno studiato la nostra discografia»

Dagli esordi con De Andrè a 'Ora o mai più'. A tu per tu con i mitici Angela Brambati e Angelo Sotgiu, tra Sanremo, J-Ax, Califano, cadute e risalite

Stasera su Rai1, in prime time, è giunto il momento della finalissima di Ora o mai più, il talent che riprende le star della musica finite (quasi tutte) nel dimenticatoio, per cercare di regalare loro nuovo lustro. Tra i coach – che quest’anno sono agguerritissimi – ci sono anche loro, i Ricchi e Poveri. Anche se ora sono un duo, dopo la defezione di Franco Gatti, Angela Brambati e Angelo Sotgiu continuano a essere belli combattenti. E non si fermano mai nel loro ruolo di stelle internazionali nell’Est Europa. Del resto chi non ha cantato, almeno una volta nella vita, brani come Mamma Maria o Sarà perché ti amo? I Ricchi e Poveri sono delle vere icone, fanno parte della cultura italica e, volenti o nolenti, i loro brani li conosciamo a menadito.

Perché avete deciso di fare i coach a Ora o mai più?
AS: Per noi è sempre un divertimento partecipare a delle serate dove si canta, per cui siamo felici di questo.

E cosa mi dite del vostro protetto Michele Pecora?
AB: Si è adattato a pezzi che, chiaramente, non gli appartengono. Piano piano ci è riuscito.
AS: Sì, non è facile reinterpretate le nostre canzoni. Non perché siano difficili, ma perché sono molto alte come tonalità e abbiamo dovuto trovare un adattamento che facesse bene a lui che è in gara.

E voi?
AS: E noi facciamo la nostra parte.

Capito. Quest’anno a Ora o mai più sono fioccate le polemiche, ma vi siete sempre comportati in modo neutrale. Siete la Svizzera del programma.
AB: (Ride) Diciamo cosa pensiamo, ma non è giusto offendere le persone. Ognuno ha il proprio genere e col proprio modo di pensare. A Ora o mai più si discute il cantante, non le canzoni.
AS: Chiaramente a volte ci sono piccole indecisioni o piccole stonature. Dal vivo le cose piccole si lasciano, normalmente, da parte: l’importante è la volontà e il risultato.

Facciamo qualche passo indietro. I vostri esordi hanno visto, tra le figure importanti, un certo Fabrizio De Andrè.
AS: Hai fatto tanti passi indietro. Tra noi e De Andrè c’era un’amicizia, ma non una grande frequentazione. Quando ci ha sentiti ci ha invitato a casa sua e ci ha proposto di andare a Milano, per presentarci a una casa discografica.

Contenti?
AS: Abbiamo toccato davvero il cielo con un dito, perché era un’occasione incredibile.

Ma quella casa discografica, se non sbaglio, non vi scritturò.
AS: Non è andata bene perché non siamo piaciuti o non eravamo nei programmi di quell’etichetta.
AB: Ma allora sai cos’era?

Cosa?
AB: Non andavano i gruppi vocali, funzionavano i solisti o le band. Non c’era mai stato un gruppo vocale, a parte il Quartetto Cetra.
AS: Che apparteneva a un’epoca precedente. Poi, per di più, un gruppo misto era ancora più difficile.
AB: Eh sì.

Però alla fine ce l’avete fatta. E per sfondare vi ha dato un aiuto un altro cantautore iconico come Franco Califano. Ma è una leggenda metropolitana che si deve a lui il nome Ricchi e Poveri?
AB: È stato Califano a scoprirci veramente perché ha visto in noi qualcosa. Pensava avremmo avuto un gran successo. Ha iniziato a comprarci i vestiti, a creare i personaggi, a farmi tagliare i capelli corti, a trasformare Angelo in biondo. Ogni sera ci portava a cena, noi ci vergognavamo di non poter mai offrire e ci eravamo inventati i parenti.

Cioè?
AB: Ogni volta dicevamo che non potevamo andare da lui perché ci aspettava qualche parente.

E lui?
AB: Lui si è accorto che ci fermavamo alla prima curva a mangiarci un panino.
AS: Che ci portavamo da casa.

E come finì?
AB: Ci disse “Contatemela giusta: non è vero che andate dai parenti, vi ho visti”.

Che gli avete detto allora?
AB: Gli abbiamo detto “Eh, lo so, però siamo a disagio, paghi sempre tu”. E Califano ci disse: “Ah, ma allora siete ricchi di spirito, ma poveri di tasca”. E ci ha messo il nome Ricchi e Poveri.

Ma quando avete capito che qualcosa stava cambiando, che il successo era a portata di mano?
AB: Califano ci portava a fare i locali più importanti, come il Piper di Roma. Tutti locali che erano un po’ la prova del nove, per lui. E andavano tutti molto bene.
AS: Io mi sono accorto che avremmo avuto successo – sarà per l’incoscienza o l’età – quando siamo arrivati secondi a Sanremo con La prima cosa bella (era il 1970, ndr). Lì ho detto: “Forse ce l’abbiamo fatta”.

Ma tra tutti i brani che avete cantato qual è quello che, più di altri, ha significato qualcosa?
AS: La prima cosa bella.

La canzone che, invece, non è stata capita?
AS: Probabilmente Chi voglio sei tu. Secondo me meritava un successo migliore. Siamo andati a un Sanremo (nel 1989, ndr), ma non ha avuto il risultato sperato, pensavo molto di più.
AB: La gente ci ha visti sempre con solarità. E Chi voglio sei tu era un pezzo un po’ impegnato, forse è arrivato troppo presto. “Per darti il meglio che mi passa nel cuore…” (canticchia il brano, ndr).
AS: Era una bella storia d’amore.
AB: Eh, ma non l’hanno capita forse.

Sentite un po’, ma nella vostra carriera c’è anche il teatro, la tv e collaborazioni illustri come quelle con Garinei e Giovannini – con i quali avete fatto Mai il sabato sera signora Lisitrata – e con Walter Chiari. Non avete più fatto teatro?
AB: Purtroppo no, a me manca.

Che ricordi avete di Garinei e Giovannini e Walter Chiari?
AB: Esperienze troppo belle che non potremmo mai dimenticare, ma che hanno richiesto anche molto studio. Stavamo sempre a provare in sala, in palestra, a imparare il tip tap, ma avevamo come maestro il bravissimo Tony Ventura che sembrava il fratello di Fred Astaire. Ci ha insegnato lui il tip tap.
AS: Garinei e Giovannini, Walter Chiari e ci aggiungo anche le due trasmissioni fatte con Vianello e la Mondaini. È stata una grande soddisfazione collaborare con artisti enormi come loro.
AB: Ci manca un po’ questa cosa, ma la rifaremo.

Sapete che c’è stato un musical dal titolo Sarà perché ti amo, che aveva le vostre hit più famose?
AS: Sì, l’abbiamo saputo, ma non lo abbiamo visto perché in quel periodo eravamo molto impegnati. Non ne abbiamo più sentito parlare, non sappiamo se hanno avuto risconti positivi o negativi.

Pensavo foste coinvolti nel progetto.
AS: No, ce lo avevano proposto, ma era una cosa per noi impossibile.

Motivo?
AS: Eravamo sempre in Russia, in tournée e non avevamo proprio il tempo di aderire.

Be’, sarebbe stato un po’ come Mamma mia!. A questo proposito. Ma cos’è ‘sta storia che gli Abba vi hanno copiato?
AS: Copiato mi sembra un’esagerazione.
AB: Però l’idea gli è venuta.
AS: Noi lo abbiamo saputo da uno dei produttori degli Abba, che ci aveva detto una cosa che non sa nessuno: gli Abba avevano comprato la nostra discografia. Hanno studiato le nostra canzone e le nostre armonie come noi abbiamo fatto con i Mamas e Papas. Quindi non ci hanno copiato, ma c’erano delle idee musicali, il modo di armonizzare, era abbastanza simile.
AB: E comunque erano bravissimi!
AS: Sì, molto bravi.

Devo ammettere che pure i titoli di certe canzoni sono simili: Mamma Maria e Mamma mia!, Voulez-vous e Voulez-Vous Danser
AB: È vero!
AS: Eh sì, quelle sono cose che succedono. Non sono ruberie, la musica ti influenza.
AB: Certo, ascolti una cosa e, magari, non ti rendi neanche conto che la tua testa ha registrato una cosa. Mentre componi, ti viene una cosa simile, ma non è fatta apposta.

Ma li avete mai incontrati gli Abba?
AS: Purtroppo no, anche se siamo stati tanto all’estero.

Si vocifera di una reunion degli Abba nel 2019. Voi? Nessuna reunion?
AB: Non abbiamo neanche il tempo, perché siamo talmente di corsa! Ora vogliamo un pochino riposarci anche noi. Abbiamo un’età. (ride)
AS: Anche perché gli Abba sono fermi da oltre 20 anni. Hanno il tempo di ricreare. Noi sono 50 anni che non ci fermiamo un attimo.

Una curiosità. Non è sempre andato tutto liscio. A un certo punto avete avuto una flessione. Chi vi ha ritirato su? Chi dovete ringraziare?
AS: Freddy Naggiar. Avevamo avuto una flessione perché ci eravamo dedicati un po’ di più alla televisione e al teatro, studiando ballo e recitazione, trascurando la canzone. Freddy Naggiar, in un periodo basso della nostra carriera, ci ha scelto e ha deciso che dovevamo fare parte della sua etichetta discografica. E lì siamo nati nuovamente.
AB: Con Dario Farina che ha scritto le musiche e Minellono le parole. Ma sempre sotto suggerimento delle idee chiare di Fredy Naggiar. Sapeva esattamente cosa voleva da noi.
AS: È stato un grande discografico.

Perché vi siete staccati da lui?
AS: Perché aveva deciso di cambiare lavoro. E allora siamo rimasti a spasso.
AB: Un discografico così non ci sarà mai più.
AS: Soprattutto per l’istinto. Sapeva capire se una canzone funzionava o meno.

Passiamo ai cantanti di oggi. Chi vi piace tra le nuove leve?
AS: Guarda, ce n’è uno che non è più una nuova leva, perché ormai ha un successo confermato: Marco Mengoni. Trovo abbia una voce stupenda. È bravissimo, un professionista.
AB: Visto che siamo un duo, la penso sempre come lui (ride, ndr)

E di questo Sanremo, che mi dite?
AS: A me è piaciuta molto Loredana Bertè, speravo in qualcosa di meglio come classifica, però la classifica non è molto importante.

Cos’è che è importante?
AS: Che l’abbiamo vista sul palco, che ha dominato il palco. E non solo il palco, ha conquistato anche il pubblico.
AB: Ma Angelo, insomma, volevo dire la stessa cosa anche io. Identica.

Vi piace Mahmood, il vincitore?
AB: Il pezzo è bello, lui è bravo, ma io preferivo qualcosa di più melodico, in Italia siamo famosi anche per quello, per la melodia.
AS: La canzone è un po’ rappata, un po’ parlata, noi lo avremmo preferito più melodico.
AB: Però il pezzo è bello eh!

Ma ci tornereste in gara?
AB: Sai che cos’è?

Dimmi.
AB: Che noi tutti gli anni, quando c’è Sanremo, siamo a Mosca o in Kazakistan. È proprio il periodo in cui non ci siamo, abbiamo impegni presi da anni. Ci sono tanti amici nostri che ci aspettano. E attenzione: noi amiamo Sanremo, siamo nati proprio lì. Ma davvero siamo sempre all’estero quando c’è il festival.
AS: Però l’idea di partecipare potrebbe non essere male. Se si sapesse per tempo, ci si prepara. A me piacerebbe.

Poi il prossimo anno è anche il 70esimo. Sarebbe bello vedere all’Ariston gli artisti che hanno reso grande la kermesse.
AS: Questo dipende dall’organizzazione. Non so se è della stessa idea.
AB: Non siamo noi artisti che decidiamo di andare al festival, è l’organizzazione.
AS: Come quando ci hanno chiamato per il Premio alla Carriera (nel 2013, ndr). Poi purtroppo è successa una cosa (la morte figlio 23enne di Franco, ndr) e non abbiamo partecipato. Sono loro che ci hanno chiamato e ci hanno cercato. E in futuro sarà sempre così. Se ci cercano, ci trovano.

Certo. Vi siete mai pentiti di qualcosa?
AS: Gli errori fanno parte della vita.
AB: Se c’era qualcosa che non andava facevamo un sorriso e la mandavamo a pari.

Ditemi una cosa, ma visto che a Ora o mai più dovete duettare sempre con il vostro allievo, nella realtà con chi vi piacerebbe fare un featuring?
AS: Jovanotti e poi…
AB: Quello tutto tatuato.
AS: J-Ax, lui ci intriga moltissimo.
AB: Dobbiamo farlo eh!

Be’ sarebbe un colpaccio. Anche perché la critica vi ha un po’ snobbato. Ne avete sofferto?
AB: Non ne abbiamo mai sofferto, perché se c’era qualcuno che ci snobbava, poi suo figlio cantava le nostre canzoni. (ride)

Ma avete un disco in arrivo?
AS: Stiamo buttando giù delle idee.
AB: O buttiamo giù delle idee o ci buttiamo giù noi (ride)

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