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Pupo: «Sono sessualmente libero e non me ne frega un cazzo di chi mi critica»

Il cantautore toscano senza freni parla della sua vita spericolata e, tra una battuta e una frecciata, si prepara a condurre, su Rai2, il programma "Un’estate fa"

©_ANGELO_TRANI

C’è poco da fare: Pupo è la vera rockstar italiana. Uno la cui vita è paragonabile a un viaggio sulle montagne russe, cadute e risalite comprese. Il lavoro da cantautore gli ha dato enormi soddisfazioni, poi sono arrivati il gioco d’azzardo, la crisi e la professione di conduttore che lo ha rilanciato. Enzo Ghinazzi è una persona vera, diretta, divertente, generoso e sottovalutata. Se si dovesse dare una definizione a Pupo potremmo dire che è un uomo libero: se ne sbatte delle convenzioni e, con rispetto, porta avanti un’esistenza che – ogni tanto – fa storcere il naso ai benpensanti. Pupo non vuole etichette e lo capirete da questa intervista, in cui ha dato il meglio di sé e si è aperto. Nel frattempo, il 4 e l’11 luglio, su Rai2 conduce Un’estate fa, in un show itinerante attraverso i tormentoni delle estati italiane. Insieme a Diana Del Bufalo, ripercorre i successi estivi dagli anni ‘60 a oggi, attraverso interviste e materiale di repertorio.

Sei uno che di tormentoni se ne intende…
Negli anni ’60, ’70, ’80 aspettavamo i tormentoni estivi. Ne ho fatto qualcuno anche io: Su di noi, Gelato al cioccolato, Sarà perché ti amo (che ho scritto per i Ricchi e Poveri).

Il tormentone che ricordi di più?
Da ragazzino conoscevo a memoria le canzoni di Battisti, Tenco, De Andrè. Ho sempre suonato e visto la musica dalla parte di chi la faceva.

Ma qualche tormentone ci sarà…
Mi ricordo un’estate che passai in un albergo un po’ inquietante in Sicilia.

Di che albergo si tratta?
’hotel Zagarella di Palermo, passato alle cronache come posto legato alla mafia. Lì c’era Sunshine Reggae, negli anni ’80 (la canta, ndr). Quello me lo ricordo perché lo ballavo. Ero già famoso, ero in vacanza e veniva mia moglie a trovarmi, i miei amici, arrivavano altre compagnie. Sai, ho avuto una vita abbastanza sopra le righe.

I tormentoni di oggi?
Non si può dire ci siano brutte canzoni, le ascolti volentieri, ma citartene qualcuna no, non ci faccio molto caso.

Il tuo tormentone è, invece, Gelato al cioccolato.
Siamo sulla soglia dell’incubo.

Tra l’altro, da quando si è scoperta la verità, ogni volta che la sento non riesco a pensare ad altro.
Dillo a me. Malgioglio, nelle sue meravigliose e simpatiche sceneggiate, dice che ho raccontato delle grandi cazzate, che non è vero che ha scritto il testo dopo essere andato in vacanza in Tunisia e in Marocco.

E tu?
Gli dico: «Dai che tu me l’hai detto». E lui: «Ma tu non le devi dire!» Questa storia la raccontai, per la prima volta, a teatro, nel mio spettacolo Il grande croupier, l’anima demonica, quel demone del gioco d’azzardo che alberga dentro di me e che, da anni, domino. Era un gioco tra momenti di tensione e risate. La comicità e il dramma sono su un confine labile e in teatro ci puoi giocare molto. Passavo dai 130 milioni di lire persi nel 1983 al Casinò di Saint Vincent al racconto di Malgioglio quando arrivammo da lui con la melodia e con il tema di Gelato al cioccolato.

Cioè?
Io e Freddy Naggiar – della Baby Records, mitica casa discografica che cambiò il panorama musicale della scena italiana: da Rondò Veneziano a Den Harrow, dai Gazebo con I like Chopin ai Fratelli La Bionda – chiedemmo a Malgioglio una canzone sul gelato al cioccolato.

E lui?
Disse: «Io scrivo canzoni per la Vanoni, per Mina, chi cazzo è questo Pupo?» (ride, ndr) Poi scrisse ‘sta canzone, uscì fuori il testo e un po’ ci giocammo.

Si vocifera non ami particolarmente essere accostato a questo brano…
Maglioglio, furbo stratosferico, persona molto intelligente, ci gioca molto. Una parte del suo ritorno in auge è dovuto anche alle varie situazioni paradossali, grottesche e molto teatrali create da questa canzone. Per questo brano prende diritti Siae che sono il triplo di quelli delle canzoni di Mina e della Vanoni che, onestamente, oggi credo non se le defechi più nessuno.

Mancavi da un po’ dalla Rai. Perché?
Non ho avuto proposte di lavoro degne di quello che è il mio ruolo. Lo dico senza falsa modestia.

Che ti hanno proposto?
Di fare il giudice a Ora o mai più, a Sanremo Young con la Clerici, di essere concorrente a Ballando con le stelle e Tale e Quale Show. Ti rendi conto? Spesso mi sento umiliato e offeso dalle persone che mi propongono queste cose.

Perché?
Ho un’idea di me stesso, professionista, che non credo sia lontana dalla realtà: se mi si propone di fare il concorrente a Ballando con le stelle o a Tale e Quale Show, dovrei rispondere in malo modo, ma declino gentilmente l’invito. Io ho una grande fortuna, che è anche il mio problema.

Quale?
Non ho mai ceduto a compromessi importanti, tranne in un periodo in cui andai a fare la marchetta in alcuni programmi perché avevo bisogno di soldi. Una parentesi piccola, feci Drive in insieme a Ricci, delle cagate pazzesche. Però ho un’arroganza e una presunzione che, nel mio caso, diventano un problema, ma mi salvano: non sono corruttibile dalle proposte economiche. Ho saputo vivere a 22 anni da miliardario, poi ho finito i soldi, ho fatto debiti. E la vita mi ha dato l’opportunità di tornare meglio e più in alto di prima. Con questa consapevolezza, non posso accettare queste cose qua. Io non vado a pregarli. Sai come usano i grandi direttori, che poi si alternano…

Come?
Hanno questo metodo – ne parlavo anche con il mio grandissimo amico Fabrizio Frizzi, che soffriva di questa cosa – di cercare di creare nell’artista quasi una frustrazione perché, in qualche modo, l’artista andava lì ad adularli e pregarli.

E tu ne soffrivi?
Ho una serie di attività lavorative dove mi chiamano in continuazione e mi fanno stare bene in tutti i sensi, con me non si può fare questo giochino. Con uno come Frizzi lo si poteva fare perché, se non lavorava e lo mettevano in castigo a Rai 3 – come lo hanno messo – andava nei pazzi perché non aveva altro da fare. Non c’è rispetto per il talent, un dialogo costruttivo con il talent da parte della dirigenza che è lì per motivazioni politiche. Giustamente uno, quando c’ha un potere, fa quello che cacchio vuole, ma se permetti con me il giochino non funziona. Non ho lavorato perché nessuno mi ha cercato e, quando mi hanno cercato, ho detto no a cose che non volevo fare.

Però sei andato ad Agon Channel Non ti sei mai accorto che qualcosa non andava con Francesco Becchetti?
Assolutamente sì, ma non me ne fregava niente. Scusa, ma frequentavo le bische clandestine negli anni ’70, vuoi che non mi accorgo di un sóla?

Perché hai accettato la proposta allora?
Mi ha fatto un contratto di mezzo milione di euro e me ne ha dati 400mila. Ho fatto il mio lavoro in maniera leale, ho passato un anno a Tirana. A un certo punto ero da solo con due autori, lui non si vedeva più. Non mi specchio su chi è l’interlocutore. Non è che non vado in un programma se c’è qualcuno che non stimo: se quel programma mi va, ci vado e porto me stesso in maniera leale e corretta.

Ok, ma perché la Agon di Becchetti?
La Rai non mi cercava, Mediaset non mi cercava, non avevo altri impegni, volevo continuare a fare tv. Quando andai nel suo ufficio a Piazza di Spagna capì subito che era un soggetto discutibilissimo, che non sapeva nulla di televisione. Credevo di non avere nulla da perdere. Persi solo l’ultima fattura e non l’ho nemmeno denunciato. Però è stata una bella esperienza di vita.

Ah sì?

Ho avuto a che fare con molte maestranze albanesi, gente per bene presa per il culo da questo che non pagava. Sai come ho chiuso la mia esperienza a Tirana?

Racconta.
Ho fatto una cena nel miglior ristorante della città. È costata 4500 euro – che per l’Albania sono cifre pazzesche – invitando tutti quelli della tv. Ho detto loro: «Ricordate che io sono l’Italia, non quel signore che non si vede da mesi e che vi ha preso per il culo».

Bravo!
Sono portato a questi gesti un po’ eclatanti, sono un patriota innamorato pazzo dell’Italia. Mi girano i coglioni quando sento dire che gli italiani sono truffatori, mafiosi, vagabondi e voltagabbana.

Torniamo alla tv. Come immaginerai, molti credono che tu sia tornato per i tuoi apprezzamenti a Salvini.
Mi ha chiamato Freccero che dicono sia in quota Movimento 5 Stelle (ride, ndr). Non sono mai stato un uomo di sinistra. Nonostante sia nato in Toscana, in un paese molto rosso, sono cresciuto in una famiglia di bastian contrari.

Spiega un po’…
Mio padre era il postino di Ponticino, tifoso della Fiorentina, mentre nel Paese erano tutti juventini, mio nonno un simpatizzante di Mussolini. Politicamente, per come sono io, non posso neanche dire di identificarmi nella Lega o nel Movimento 5 Stelle. Sono un uomo che ha le sue idee.

Tipo?
Sono per legalizzazione delle droghe leggere, vorrei si combattesse la piaga dell’alcol e sono contrario all’idea di dare le armi in mano a tutti. Sono convinto che né Salvini, né Di Maio e, prima, né Berlinguer, né Andreotti, né Craxi mi avrebbero risolto i problemi. Ho sempre lavorato, ho sempre cercato di essere generoso con le persone, di aiutare la mia famiglia allargata.

Che vuol dire?
Che ci sono 30-40 persone che vivono in funzione mia. Il piccolo mondo di Enzo Gihinazzi, detto Pupo, dove c’è la musica, l’imprenditore orafo che è mio genero, la gelateria (Gelato al cioccolato, ndr) mandata avanti dalle mie figlie. Ho dato lavoro a tutti e il mio piccolo mondo funziona. Come posso identificarmi in gente che, magari, non fa un cazzo e parla e basta?

Cosa intendi dire?
Che tendenzialmente non ho l’inclinazione di sinistra. Anzi, ho trovato un po’ di spocchia e arroganza nei miei interlocutori con quelle idee. Però sono stato amico di Adriano Sofri, sono andato a trovarlo in carcere a Pisa, insieme al mio amico Enzo Proci, che curava le carceri della Toscana. Sofri è un uomo di sinistra: partì da Lotta Continua, passò al comunismo per poi seguire Matteo Renzi. Non mi sono mai comportato in maniera scorretta, né con la sinistra né con la destra. Non sono tornato in Rai per questioni politiche. Quando Freccero mi ha chiamato la prima volta gli ho detto di no.

E lui?
Mi ha insultato, me ne ha dette di tutti i colori. Mi ha detto che non capivo niente. Ma poi mi ha convinto perché è un uomo con una grande forza e un’energia che coinvolge.

Che armi ha usato?
Ero nel cesso del Grand Hotel La Pace di Montecatini, mentre mi stavo cambiando per un party privato organizzato dall’hotel, per gli ospiti russi. E la Russia la amo perché mi ha dato dignità, popolarità e successo anche nei momenti difficili in Italia.

Ma torniamo a Freccero.
Ero in mutande cazzo, e lui mi diceva (imita Freccero, ndr): «Tu mi devi dire sì adesso! Adesso! È una cosa sensazionale, solo tu la puoi fare, insieme a Diana Del Bufalo, ma non la devi trombare, mi raccomando! Poi mi fai incazzare, perché tu non ce la fai: le trombi tutte»! (ride, ndr)

Ahahahah! Be’, effettivamente, battute di Freccero a parte, non hai mai nascosto la tua attivissima vita sessuale. A questo proposito – e torniamo sulla politica – che mi dici della questione gay e diritti civili?
A parte le mie esperienze personali, sono stato innamorato di una ragazza lesbica. L’ho accompagnata in un percorso difficilissimo. Ha appena perso la madre, che non ha mai accettato la sua omosessualità. Forse ora si alleggerirà. Anche la sorella della mia compagna Patricia è lesbica. E ho avuto un sacco di collaboratori gay. Ho un dialogo e un’apertura. Non ho manco mai escluso che una parte di me fosse tendenzialmente gay. Sono sessualmente libero, ma ha prevalso la parte etero. Per me non è proprio un problema.

Visto che sei così aperto sarei curioso di sapere cosa pensa Pillon della tua convivenza a tre…
(ride, ndr) In passato ho avuto attacchi personali anche dalla Chiesa e dal Vaticano, attraverso i loro mezzi comunicazione. Questo problema non lo avverto perché sono ateo.

Ah…
Non credo nel Dio che hanno fatto conoscere a noi che siamo cresciuti a pane e nutella, facendo i chierichetti. Ma ho molto rispetto per tutti: il Papa, le figure istituzionali, cerco le chiese per trovare un momento di pace e stare in contatto con quell’arte antica che, prima, esisteva soltanto grazie ai preti e ai grandi prelati e alla religione, sponsor degli artisti. Visto che sono un appassionato del bello ci vado. Però che questa agente o certa politica critichino la mia scelta non me ne frega un cazzo.

Perché?
So quanto io, mia moglie e la mia compagna abbiamo sofferto per difendere questa scelta. Abbiamo scelto una strada per non distruggere. Non condividiamo la stessa casa, non facciamo l’amore insieme. Viviamo in luoghi diversi e ci incontriamo, senza ostentazioni, quando devo stare con la mia compagna o con mia moglie. Questa è la mia vita e, pur non consigliandola a nessuno perché faticosa, mi ci sono trovato. Penso ne sia valsa la pena. Non me ne frega niente di certa gente che vive in maniera ipocrita e poi, magari, si masturba davanti alla foto di un bambino di cinque anni. O come, magari, qualche esponente della destra italiana che ha l’amante e fa casini. Mi sento una delle persone più oneste e pulite del mondo: non ho alcun tipo di frustrazione e desiderio represso.

Anche se sei uno che ha fatto sempre musica pop, hai davvero una vita rock.
È capitato così.

Senti, ma ho letto sul web di una possibile direzione artistica a Sanremo.
Non ho mai nascosto il desiderio di tornare come direttore artistico e conduttore del festival. Lo potrei fare dal punto di vista della scelta del repertorio musicale. Fazio, Conti, Baglioni e Morandi hanno guardato verso un genere. Dal mio punto di vista, che vado in giro per il mondo a cantare con Al Bano, Ricchi e Poveri e Toto Cutugno, di novità non c’è niente. Siccome lo specchietto per le allodole, per gli stranieri, è Sanremo, ho il sospetto che non si siano messi a tavolino per costruire un successo come Sarà perché ti amo, tra le dieci canzoni italiane più suonate al mondo. In questo senso credo di essere una risorsa artistica non sfruttata, che potrebbe essere messa a disposizione di un evento che conosco come le mie tasche. Ne conosco anche le potenzialità di comunicazione all’estero. Se Mahmood avesse avuto un supporto di promozione, poteva sfondare all’estero. Le canzoni che hanno successo nel mondo nascono dalla scintilla dell’ispirazione, ma anche dal lavoro di professionisti capaci che lo fanno a tavolino come Nel blu dipinto di blu, Quando quando quando, Gloria. Giancarlo Bigazzi, mio grande amico, sul suono della parola ci lavorava mesi.

Ma la notizia di un possibile Sanremo con te come direttore artistico e Cattelan come conduttore?
Totalmente infondata, ma sono a disposizione. Quest’anno andrei all’Ariston a cantare Su di noi in occasione dei 40 anni. Perché ho contribuito al rilancio di Sanremo.

Cioè?
Quando Ravera mi chiamò, nell’80, per partecipare a Sanremo, non ne volevo sapere. La manifestazione era caduta in disgrazia dopo il suicidio di Tenco: non c’era nemmeno la diretta tv, nessuno ci voleva più andare. Fui pregato da Gianni Ravera, insieme al mio discografico Freddy Naggiar, perché venivo da successi come Ciao, Forse, Gelato al cioccolato. Ravera mi disse addirittura che, se avessi accettato di fare parte di Sanremo, mi avrebbe fatto vedere il cast: se qualcuno non mi stava bene, potevo eliminarlo.

E tu?
Ma figurati se faccio quelle robe là. Non volli vedere il cast, ma accettai di partecipare a Sanremo. Fu un grande successo, portammo Su di noi in tutto il mondo. Ora non dico che Sanremo mi deve chissà che cosa, ma un pochino di riconoscenza, magari…

Che mi dici di Italia amore mio a Sanremo 2010?
Una delle mie tante follie. La mia grande passione – oltre alla comunicazione a 360° – è creare eventi mediatici e scoop. Sono un provocatore nato. È stata un’operazione che Umberto Chiaramonte (presidente di MN Italia, ndr) non condivideva: litigammo mortalmente. Per convincere Emanuele Filiberto a esibirsi ho fatto un sacco di riunioni con Clotilde, la moglie. Ero convinto che quella canzone avrebbe vinto, in virtù di un sistema di votazione che garantiva l’eliminazione la prima sera, il ripescaggio e la vittoria. Avevo studiato tutto scientificamente. Quella era la formula giusta. Scrissi in una notte parole e musica, chiamai il direttore artistico Gianmarco Mazzi – un fratello per me – e gli dissi che avevo questa canzone. Inizialmente non dovevo andare io, ma solo Emanuele Filiberto con un tenore.

Non volevi cantarla?
Stavo facendo molta televisione. Ero un po’ troppo esposto. Gianmarco Mazzi impazzì per il brano e partì l’operazione. Poi ci fu uno scandalo: si mise in mezzo la presidenza della Repubblica, impediva che un principe – che non era un cantante – partecipasse con un tenore che non conosceva nessuno. A quel punto mi misi in gioco per non perdere l’occasione: nessuno poteva dire che non ero un big. Umberto Chiaramonte mi disse che, se avessi fatto quella cosa, non si sarebbe più occupato di me, che stavo facendo una puttanata.

E tu?
Più lui diceva così e più mi gasavo.

Rumors, tra l’altro, dicono che a vincere il festival foste voi.
No “dicono”, è scientifico. Vincemmo noi il festival, ma con l’ultimo magheggio fecero passare avanti Valerio Scanu di 5-6mila voti. Già lo sapevo da sabato mattina: è una storia legata alla paura, che hanno avuto di fronte alla politica, di far vincere Sanremo al Principe Emanuele Filiberto. Agli organizzatori era sfuggita di mano la cosa: pensavano di buttarci fuori la prima sera e, invece, condizionammo il festival.

Dopo tutte queste storie di cadute e risalite, chi ti ha deluso di più a livello lavorativo?
Mi hanno danneggiato senza motivo Mauro Mazza (ex direttore di Rai1, ndr) e Giancarlo Leone (ex vicedirettore generale della Rai, ndr). Mi hanno creato un ambiente ostile per privilegiare loro priorità, che erano altri personaggi, andando contro ogni logica commerciale. Mi piace essere diretto perché la gente deve sapere. Mauro Mazza mi tolse la conduzione di Reazione a catena dopo che avevo lanciato, insieme a Stefano Santucci e Tonino Quinti, un successo strepitoso costruito su di me, tolto senza motivo per darlo al suo amico Pino Insegno. Poi il programma è carino e funziona a prescindere. Mi hanno deluso anche Neri Marcorè e Luca Barbarossa: proposi loro di cantare L’opportunità a Sanremo, ma mi snobbarono. Ci rimasi molto male. (La canzone fu portata a Sanremo 2009 insieme a Paolo Belli e Youssou N’Dour, ndr)

Persone, invece, che ti hanno aiutato?
Gianni Morandi. Mi ha invitato sempre nei programmi che faceva su Rai1. E poi il grande direttore, numero uno, che io adoro: Fabrizio Del Noce. Grande intellettuale. Grande amico e persona che amava rischiare. La Rai1 che ancora funziona è quella che ha costruito Del Noce.

Hai fatto moltissime cose, c’è qualcosa che ti manca?
Spero che, anche leggendo questo articolo, la gente capisca che ho ancora tanta voglia ed energia. Non ho sogni e progetti, vorrei solo che le cose rimanessero così il più a lungo possibile.

Cioè?
Tutto può accadere e se accade, accade perché lo desidero e lo condivido. Non frutto di compromessi.

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