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Più Valeria Fabrizi per tutti

Il ritorno al successo nei panni della suora più amata di ‘Che Dio ci aiuti’, il quarto posto a Miss Universo, gli inizi a teatro, l’amicizia speciale con Walter Chiari, il flamenco con Ava Gardner e compagni di lavoro da Ugo Tognazzi a Can Yaman. Chiacchierata con un’artista che è patrimonio nazionale


Auguro a tutti almeno una volta nella vita di trascorrere un’oretta a chiacchierare con (anzi, ad ascoltare) Valeria Fabrizi, migliora la giornata. «Sto bene! Vivo da sola con una barboncina toy, birbante e bellissima: Gilda Hayworth, è roscia come me e di cognome fa Giacobetti, me l’ha regalata mia figlia Giorgia. La mattina mi sveglio, muovo le gambe, le mani, le braccia, mi stiro come fanno i mimi. Dico: “Ho tutto, ci vedo, parlo, buongiorno Valeria” e comincio la giornata». Da una decina d’anni è protagonista di Che Dio ci aiuti (questa sera su Rai 1 andrà in onda il finale della sesta stagione e c’è una sorpresa, vedi più avanti) nei panni dell’amatissima suor Costanza: «Sono sempre stata frizzante, forse adesso c’è più attenzione alla mia personalità, quando sei nel cuore e negli occhi delle persone… sai che mi fermano per strada?: “Ma lei è suor Costanza?”. “Sì sì, figliolo, sono io, mi dica”. Sono veramente felice, è un momento magico per me». Le chiedo se preferisce il lei: «No no, diamoci del tu perché voglio essere giovane». A parte l’iniezione di energia e positività, pare di ascoltare la cantastorie (e che cantastorie, spesso canta pure davvero) di un mondo meraviglioso che non c’è più, o forse resiste: finché c’è Valeria c’è speranza. «Devi sapere che nel mio studio una volta al mese cambio le foto, è una specie di tic (ride), ogni immagine mi ricorda qualcosa». E i racconti vi faranno cadere dalla sedia. Le dico che dovrebbe scrivere mille libri, intanto partiamo da questa intervista.

Iniziamo da Sanremo: le nuove generazioni scendevano terrorizzate da quella scalinata, tu l’hai fatto con disinvoltura e pure canticchiando Un bacio a mezzanotte.
(Ride) Sì sì, ma devo essere sincera: si vede che mi hanno sentito mentre mi lamentavo. Mi sto curando per non prendere il virus, ma cadere e rompermi il femore, poi va a finire che muoio così e sarebbe stupido… e allora mi hanno fatto fare metà scalinata. Ne ho scese di scale quando ero giovane, facevo teatro con Garinei e Giovannini, con Macario… Allora guardavo avanti, mentre a Sanremo facevo attenzione a dove mettevo i piedi. Ero talmente contenta che Amadeus mi avesse voluta lì da non essere emozionata come di solito succede.

 

 
 
 
 
 
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Però sei stata sul palco troppo poco, ti avremmo voluto vedere di più…
Dovevo fare di più infatti, ti dico solo che mi hanno dato i fiori correndomi dietro mentre uscivo… immaginati che tensione c’era. Si sono lamentati tutti, gli amici, i colleghi, perché davvero potevo avere e dare qualcosa di più. Che bello sarebbe stato non saperlo all’ultimo momento e scendere con il vestito da suora, toglierlo piano piano e rimanere con un abito carino sotto e cantare (intona): È scesa malinconica la sera – una canzone di mio marito (Tata Giacobetti del Quartetto Cetra, nda), così ne approfitto – Buttando in cielo un riflettore blu. Gettando una manciata di stelline. Lassù. È l’ora in cui riaffiorano i ricordi. Di un’epoca che non esiste più

Ma dovevi cantare?
No, magari! Perché non lo sanno che canto bene. Abbiamo fatto questo omaggio al Quartetto Cetra, di cui sono stata felicissima, ho sparigliato un po’ le carte portando questo libricino: quand’ero piccola, c’era la radio e ascoltavo il Festival con la nonna e il nonno, cantavo sempre I due gattin. Non ne ho mai parlato con mio marito. Quando sono venuti i ladri a casa mia hanno buttato per aria tutto e, tra i libricini di Sanremo, ho trovato questo. Pensavo: “Come mai c’è Fred Astaire?”. E invece era Tata, che gli somiglia in questa foto. Vedo I due gattin e leggo Giacobetti: ”Ma ti rendi conto che ha scritto lui questo pezzo?”, che meraviglia. Ho la storia del Festival a casa, non hai idea, perché Tata collezionava tutto, ha tenuto un diario da quando ha iniziato con i Cetra. Ho detto a mia figlia che dobbiamo fare qualcosa per mettere questo materiale a disposizione dei giovani, per tramandarlo.

Che cosa ti ricorda Sanremo?
Io appartengo alla generazione di Papaveri e papere, L’edera, Vola colomba (le canticchia, nda): ero piccola, conoscevo la Pizzi perché andavo a lavorare a cottimo da sua sorella, sentivo Nilla nella camera accanto che provava con il pianoforte e il maestro. Facevo le bomboniere con il panno lenci, mi arrangiavo per portare a casa i soldini e comperare le pastine la domenica per la mia nonna, che adoravo, avevo il pasticciere sotto casa a Bologna. Sai, sono nata nello stesso palazzo di Walter Chiari a Verona, dove mio papà aveva uno studio dentistico e mio nonno faceva l’operaio delle ferrovie dello Stato. Ebbe un incidente a una gamba, mia mamma andò a trovarlo e io sono venuta al mondo lì, vicino a Giulietta e Romeo.

Ti è rimasta in testa qualche canzone di questo Sanremo?
A me piace l’Orietta Berti, che ho presentato. Poi c’è lo spettacolo in mezzo che ti depista, dovrebbe esserci solo all’inizio e basta. A parte che il calciatore poteva stare un po’ meno sul palco, si sono lamentati anche i miei amici uomini. Però mi sono piaciuti i vincitori degli anni passati, Mahmood con Soldi soldi soldi, e poi io amo Fai rumore di Diodato: è stupenda, l’ho visto quando l’ha cantata da solo all’Arena di Verona, mi si è aperto il cuore. Io dividerei il Festival con i big che cantano le canzoni senza concorso e poi fanno da madrine e padrini ai giovani, chiuso. Amadeus se l’è cavata benissimo, gli voglio un bene dell’anima perché credo che sia anche un po’ introverso, quindi immagina lo sforzo che fa con quel pazzo del mio amico Rosario (Fiorello, nda): sua sorella Anna ha il negozio qui davanti a casa mia, ogni tanto lo vedo che la va a trovare. Sono fantastici, anzi, mi vorrei proporre per l’anno prossimo, per fare la loro nonna.

Io ti vedrei non bene, benissimo.
Sì, perché io vengo dal teatro, dall’avanspettacolo, per cui vado a braccio, se mi dicono “vai a ruota libera”, io lo faccio: sono intelligente, ho senso della misura e autostima, per cui so fin dove posso arrivare. Vado a fare la fighetta lì, capito?!

Sarebbe una boccata d’aria fresca.
Una signora di una certa età, perché io quest’anno ne compio 85, per cui sarebbe perfetto per dimostrare che le donne come me hanno fascino e vitalità.

Il tuo successo in Che Dio ci aiuti lo dimostra.
Suor Costanza sono io col velo, sai, cosa pensavi? Ero in dubbio quando me l’hanno proposta la prima volta, e mia figlia Giorgia mi ha detto: “Fai tu, mamma. Ma sei proprio tu, sei così, mettiti il velo e vai”. E così ho fatto.

Lo sai che il tuo è il personaggio più amato? Ci perdoni Elena Sofia Ricci, ma è così.
Sono felice, me lo sono creato: io sono davvero così nella vita e metto un po’ di mio nei dialoghi, rispettando sempre quello che scrivono. Ho voluto essere bolognese, ho preteso il lambrusco, ma sai che nessuno sponsor ci ha pensato?! E io lo nomino in continuazione, l’ho fatto mettere pure sulla tavola, si vede che son distratti.

Valeria Fabrizi nei panni di suor Costanza in ‘Che Dio ci aiuti’. Foto: Lux Vide

Che cosa ti ha restituito suor Costanza?
Questa è una bella domanda: mi ha dato la possibilità di dimostrare che anche una donna della mia età può avere delle chance. Io sono uscita adesso col successo, perché sono anni che sto sulla breccia. Mi hanno dato qualche premio? Mai. Quando ero giovane e bella premi a iosa, non hai idea, non sapevo dove metterli. Quindi ho iniziato a dire: era la mia bellezza, non era quello che facevo.

Ma perché c’è voluto tutto questo tempo per dare a Valeria Fabrizi quello che è di Valeria Fabrizi?
Bello, giusto. Tutto questo tempo… Io ho perso un bimbo, il primo, e da lì ho smesso di lavorare, in un momento in cui già iniziavo ad avere popolarità. E sono rimasta tanto, quasi 16 anni, fuori da questo mondo quando è mancato mio marito ed è stata Giorgia che mi ha detto: “Devi assolutamente tornare”, me lo chiedevano in tanti. Per cui ho perso quel treno e mi sono agganciata agli ultimi vagoni, diciamo così. Ma praticamente sono sempre rimasta nel cuore e negli occhi delle persone, perché se mi proponevano cose dignitose io ho sempre detto di sì. Solo una volta ho esagerato un po’, ma ho avuto il permesso di mio marito: ho scattato ‘sta foto per Playboy. Erano le ultime cartucce, l’hanno fatto attrici più importanti di me, e ho pensato: “Ma sì, facciamo vedere il fior fiore dei miei 40” .

Ti sei pentita un po’?
Sì, stavo girando i gialli di Canzonissima con Alberto Lupo, presentava Pippo Baudo: non ti dico a Milano… mi vergognavo, andavo col foulard, gli occhiali. I primi giorni mi dicevano: “Può scendere la signora Playboy?”. Mi prendevano in giro, ma sempre con amore. Era un momento particolare, ho accettato. Elena (Sofia Ricci, nda) mi ricorda sempre: “Noi siamo delle attrici, possiamo fare qualsiasi cosa”. Qualcuno ha tentato di provocarci, di mettere in piazza delle immagini mie e di Elena spogliate. Io ho reagito subito ma, grazie anche a Elena, mi sono fermata.

La bellezza secondo Valeria Fabrizi.
Se hai talento e sei anche bella, bene, è un punto in più, è un passaporto nella vita. Non serve solo quello, però, se uno vuole fare questo lavoro deve avere talento e questo talento va coltivato. Molte volte la bellezza penalizza, non credere che sia stato facile. Io ero bella e avevo dei vantaggi, ma ho lavorato non tanti anni. Ho cominciato nel teatro con Tognazzi. Dovevo fare Giove in doppiopetto e mi sono ammalata dieci giorni prima del debutto, dove poi è uscita Delia Scala con Carlo Dapporto, che mi chiamava “tormento in passerella”. Mi vide Ugo: faceva le prove il pomeriggio con Vianello nello stesso teatro in cui lavoravamo noi, ha saputo che non avrei più fatto quella parte perché ero malata, ha aspettato e mi ha scritturata per fare compagnia con lui, con Raimondo Vianello e con Gino Bramieri. Ho cominciato la carriera in tono minore perché il ruolo di Giove era molto più importante, ma sono entrata come soubrettona, una parte abbastanza rilevante e, per farmi voler bene dalle altre ragazze, andavo alla stazione e portavo le loro valigie sul treno. C’era rivalità, e io soffrivo del fatto che mi tenessero lontana.

Partiamo dall’inizio: i fotoromanzi.
Stavo con i miei nonni e studiavo quel poco che dovevo, non avevo voglia e allora mi avevano messo a lavorare al catasto, ho fatto la pantalonaia, la sarta, sono la donna ideale io, sai. Quando sono andata a trovare la mia mamma che aveva un centro medico a Milano, c’era un dirigente della Mondadori che si era rotto un braccio, lo stavano ingessando. Mi ha visto e ha detto: “Bellina quella ragazza, le piacerebbe fare un fotoromanzo?”. Mia mamma si commosse, abbiamo fatto il primo fotoromanzo con la Mondadori, poi sono passata a Cino Del Duca e a Grand Hotel. Pensa che io al catasto leggevo i fotoromanzi con le mie amichette, quando hanno pubblicato il primo sono tornata a Bologna e le ragazze mi aspettavano con i fiori (si commuove).

Il quarto posto a Miss Universo.
Non parlavo un tubo di inglese: yes, thank you e basta. Sono stata scelta dai giornalisti in Italia, non ho fatto il concorso, lo hanno fatto loro sotterraneo. Quando mi chiamò Ezio Radaelli, credevo fosse uno scherzo e invece… Mi hanno impacchettato e spedito via con pochi vestiti, non ero organizzata. Sono arrivata a Long Beach dove non mi aspettava nessuno all’aeroporto, allora mi sono messa la fascia con scritto Miss Italy e sono rimasta lì a camminare. Poi sono arrivati i poliziotti, poco dopo ero diventata una star. Là sono riuscita a cavarmela additando sul menù cosa volevo mangiare, ero diventata un po’ la mascottina. I primi giorni sono stati un po’ difficoltosi ma eravamo super protette, tanto’è vero che sono entrata in bagno e non riuscivo più a uscire, c’era il poliziotto fuori che non capiva un tubo e mi ha lasciato lì più di venti minuti. È venuta Miss Francia a cercarmi. Poi sono diventata amica di Anna Maria Pierangeli (lo scandisce bene): mi ha dato il suo vestito, mi ha aiutata, mi è stata vicino, infatti poi quando è venuta in Italia… Ma sai che non ne parlano mai, non sanno chi è, c’è un’ignoranza tale… Alla stessa cena in cui l’ho incontrata, ho conosciuto anche Elvis Presley, arrivato a cantare la sera finale. Gli ho chiesto se potevo dargli un bacino, perché dovevo tornare in Italia e dire che lo avevo baciato. Quello che mi ha impressionato di questo ragazzo bellissimo – mamma mia, di una bellezza… – è che le altre miss si strappavano i capelli, urlavano. Io capisco il fanatismo, ma non fino a quel punto. Pensavo: “Ma son matte?”.

Ti dico un po’ di nomi e tu mi racconti? Partiamo da Walter Chiari.
È stato il suo compleanno l’8 marzo, il giorno della festa della donna… Il mio sentimento per Walter è sempre stato di natura particolare. Non va confuso con l’amore, che è esclusivo, e mai sopporta tradimenti, perché Walter è stato un uomo che ha lasciato il segno ma era anche incline al fascino femminile, per cui ha sempre tradito tutte. C’è stato un periodo in cui fra me e lui si erano accesi i fuochi della passione, lo posso dire, suo figlio Simone è di casa. Rappresentava il mio principe azzurro, la mia famiglia era amica della sua, comunque la nostra storia è rimasta un rapporto tenace e dolcissimo, un sentimento di natura complice, io dico sempre che è un cordone ombelicale sotterraneo mai spezzato, anche quando le nostre strade hanno preso direzioni diverse. Lui diceva sempre: “È scritto nelle stelle, Pampaluga”. Walter mi è stato molto vicino, lui viveva già con noi quando è morto Tata, perché è stato proprio mio marito che l’ha portato qua: ho una casa a ferro di cavallo, da una parte c’è lo studio e dall’altra la camera di Walter. Adesso con il Covid no, ma solitamente quando vengono da me, tutti vogliono dormire nella sua stanza.

 

 
 
 
 
 
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Tata Giacobetti.
Lui è stato l’amore vero, il sogno di ogni ragazza: Walter era il principe azzurro, Tata non aveva il cavallo ma di lui mi sono innamorata, di Walter non ero gelosa, di Tata sì. La dolcezza, il rispetto: ho capito subito che lo dovevo sposare, avere dei figli, in lui vedevo questo, ed è stato così. Quando filavamo, ma ancora niente di più, ho dormito con lui una notte in albergo – e non era mica come adesso –, siamo stati costretti perché non c’era più posto: stavamo in due letti separati e lui la mattina svegliandosi mi ha detto: “Ti ho guardato tutta la notte”.

Poi non ti sei mai più risposata.
No, ho avuto uomini intorno, ma no. Ho mia figlia, ho tanti amici e amiche, per cui non sento la necessità. E poi non mi sono mai più innamorata. Si vede che avevo chiuso la finestra del cuore.

Garinei e Giovannini.
Ho fatto due anni con loro: Carlo non farlo e L’adorabile Giulio, e prima con Tognazzi. Poi mi è stato proposto il cinema e ho lasciato il teatro, facendo la più grande fesseria della mia vita, perché io ero una creatura da palcoscenico. Ho fatto la primadonna di Macario, ma lo sai perché? Non avevo speranze con Garinei e Giovannini perché c’era sempre Delia (Scala, nda), chapeau. Mia grande, carissima amica, lei e Sandra (Mondaini, nda): eravamo in tre, loro poi si sono allontanate stupidamente, io ho fatto l’impossibile per portare la pace. Sai la mela di beneficenza? Hanno litigato perché una di loro ha dato per un anno la possibilità all’altra di esserne la madrina, che però non ha più mollato. Erano molto legate, ancora più che con me, poi io sono stata vicina a Sandra sino alla fine e Delia mi chiedeva di farle riappacificare, ma non c’è stato niente da fare.

Ugo Tognazzi.
Raimondo (Vianello, nda) era un birichino, non credere che fosse posato come sembrava, si scatenava anche lui vicino a Ugo. Sai gli schiaffi alla gente che parte sul treno in Amici miei? Loro l’hanno fatto, ero presente. Lo facevano nel ’54, stavamo in stazione con le valigie e quando partiva il treno: pa pa pa. Dicevano che se l’era inventato un autore, ma li ho visti con i miei occhi. Io pure mi ero imparata (ride): la prima volta che l’ho fatto avevo un cappello tirolese con la penna che mi aveva portato mia mamma, mi vergognavo ma dovevo metterlo perché era un regalo della nonna. Mi ricordo che mi sono alzata per dare uno schiaffo e mi è caduto ‘sto cappello con l’elastichino. Ero contenta di non averlo più.

Alida Valli.
Lavoravo al Sistina con Garinei e Giovannini, abitavo in via Archimede. E Alida Valli, Elio Bartolini, lo scrittore che era amico suo, e Zardi mi dicevano: “Perché spendi tutti quei soldi, sei matta?”. E mi hanno trovato casa nel palazzo loro in via Apollo Pizio, a Vigna Clara. Alida abitava nell’attico, io al secondo piano. Stavo sempre con loro, tutti intellettuali, ma non me ne fregava niente, si divertivano con me, mi volevano un bene incredibile. (Suona il cellulare, siamo sul fisso) Scusami tanto. Pronto? Pino, ti devo richiamare… (Parlano qualche secondo) Hai capito? Era Pino Insegno, dobbiamo fare una trasmissione su Walter insieme. Dice che era con il sindaco a consegnare la scarpa d’oro a Ciro Immobile, quello della Lazio. Ma figurati, io son della Roma, al mio matrimonio è venuta quasi tutta la squadra (ridiamo). Vai col prossimo.

Ava Gardner.
Ovviamente l’ho conosciuta con Walter, quando mi sono sposata mi ha mandato una bellissima coppa avvolta in un giornale, ce l’ho ancora. Ha fatto una cosa sbagliata agli inizi: era la seconda sera che la vedevo, stavamo con un gruppo di amici alla Rupe Tarpea, un locale famosissimo a via Veneto, c’era l’orchestra, mi hanno chiesto di cantare (accenna “Quando sto vicino a te sento un sentimento dentro in me, ti voglio dire amor ti voglio bene”, nda). Ava ha preso il bicchiere del whisky e l’ha buttato addosso a Walter. Perché lui mi accarezzava e mi coccolava e lei pensava che ci fosse qualcosa di più, e invece no. Poi quando sono andata in Spagna prima di sposarmi, a Madrid, ci siamo incontrate e sono stata due o tre volte a Corral de la Morería, dove Ava era di casa e ballava il flamenco, avevo imparato un po’ pure io e mi sono slogata anche la caviglia. Walter era a Barceloneta che girava un film e poi l’ha raggiunta. Era bella, molto bella, ma un po’ bambina.

Ci sono altri nomi importanti che ti vengono in mente?
Io ho avuto un sacco di filarini con persone importantissime (ride) che andavano alla Scala e poi mi venivano a prendere con la Rolls, la Bentley e mi portavano in questi club. Ma senza mai essere poco signori, con grande rispetto, solo con simpatia. Ho avuto un’avventura con un attore americano, lo dirò più avanti, cadranno dalle sedie. Sono sempre stata molto umile e non mi sono mai sdraiata su un materasso. MAI.

Il MeToo secondo Valeria Fabrizi.
Succedeva tutto anche quando ero giovane io, tu pensi che bella com’ero non c’abbiano provato? E sono stata anche penalizzata nel mio lavoro, perché non facendo la stupida… Li mettevo subito a posto, compreso un regista importantissimo del quale non posso fare il nome, ma per cui dovevo fare la protagonista. E non ho più fatto neanche la comparsa. Ma non s’azzardavano, gli davo un calcio in quelle parti lì, molto più delicate delle mie. Certo che ci provano, l’hanno sempre fatto, l’uomo è cacciatore, però se non ci vuoi stare non ci stai, non c’è niente da fare, io mi sono liberata di un uomo che era grande e grosso. Dovevi vedere come mi sono difesa.

Hai ancora un sogno da realizzare?
Sì, è un film che ha fatto Bette Davis con Glenn Ford: Angeli con la pistola. È bellissimo e io sarei pronta, è il mio sogno fare un musical così. Lo dissi a Mariangela Melato e lei mi rispose: “Avevo preso i diritti io, tu saresti perfetta, più di me”. Alla mia età, capito?

Ma io ti vedo spesso che canti e balli nei video che pubblicano Diana del Bufalo, Gianmarco Saurino e tanti altri dal set di Che Dio ci aiuti.
Ne ho fatto uno pure io, adesso lo devo trasmettere.

 

 
 
 
 
 
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Chi è il tuo pupillo lì sul set?
Io lavoro tanto con Saurino: Gianmarco è tenero, mi accarezza, mi abbraccia, è affettuosissimo, dovessi fare teatro mi piacerebbe farlo con lui. E quest’anno ho conosciuto Pierpaolo Spollon: ci siamo divertiti da morire con “un, due, tre, chiappa!”, lo adoro, è un signore nell’animo e nei modi, d’altri tempi, ha detto che ha un’ammirazione per me. E poi c’è il mio vicino di casa: Erasmo (Genzini, nda). Ha un fisicaccio e una faccia, ammazza se è bello. Abbiamo dei ragazzi meravigliosi, poi io son suora e non posso fare delle avance, ho un’età. Ma mi vogliono bene, mi coccolano, e a me piace moltissimo. Un momento, però: io ho anche la foto con il bonone.

Infatti, volevo arrivare lì: Can Yaman. Racconta tutto.
Lui era al trucco, io sono entrata vestita da suora e gli ho detto: “Ma sei tu il bonone!”. Si è girato e mi ha detto: “Wow”. E io: “Ti posso dare un bacio sulla guancia, data l’età?”. E Can si è alzato, mi ha abbracciata, io gli ho dato il bacino sulla guancia e sono andata via perché dovevo andare a girare, tutta contenta e felice. Il mattino dopo, appena mi ha visto, si è alzato e mi ha abbracciato, baciato, non ti dico. Mi ha detto “amore mio” e nel frattempo mi è caduto l’orecchino, ci siamo chinati sia io che lui per raccoglierlo, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Se avessi avuto la tua età, mi sarei innamorato”. Ho le foto, da domani (oggi, nda) inizio a pubblicare. È una montagna eh, ma bello, con ‘sta faccia. Due giorni di felicità, mica di più. Adesso lui farà Sandokan sempre per la Lux Vide e tu pensi che io me ne stia in casa? Eh no, mi metto tre mascherine e vado a trovarlo! Anche perché lui mi aspetta…

Can Yaman e Valeria Fabrizi sul set di ‘Che Dio ci aiuti 6’

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