Foto: Francesco Guarnieri

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Pierpaolo Spollon Unchained

Da ‘Doc – Nelle tue mani’ a Twitter: chiacchierata fiume, (intelligentemente) poco seria e senza filtri con l’instant star di questa stagione televisiva. Che non è solo un attore molto amato, ma pure un fenomeno pop che ha travolto i social

Quanti chilometri si possono percorrere in macchina in un’ora e otto minuti? Perché tanto (giuro) è durata la mia intervista telefonica con Pierpaolo Spollon: «Sono logorroico, non me lo far pesare, e poi sono sovreccitato perché siete Rolling Stone», mi dirà alla fine. Macché pesare, qui la colpa è 50 e 50 (facciamo 70 e 30, vah). «Lo so che è difficile starmi dietro nei discorsi, sono dei flussi di coscienza al punto che pure io non mi capisco mentre parlo». Fortuna che aveva appena fatto il pieno di benzina: «Ho questo problema: non riesco a stare al telefono senza camminare. Faccio le maratone, ma ho scoperto che se mi metto in auto per forza di cose non posso».

Non ci provate a far finta di non sapere chi è Pierpaolo Spollon (pronuncia: «La ó è chiusa, a culo di gallina. È l’unico modo per farlo capire al volo», ride), colui che regge sulle spalle (copyright la sua fandom, aka la spolloncine, si chiamano così) l’intero palinsesto Rai da mesi: prima L’allieva 3, ora Vite in fuga. Ma, soprattutto, la serie-hit di quest’anno: Doc – Nelle tue mani, già diventata stracult grazie anche ad ascolti da capogiro, dove interpreta lo specializzando Riccardo Bonvegna.

Di più: Pierpaolo è l’instant star della stagione televisiva, grazie anche a un clamoroso exploit su Twitter (ci torneremo). «In realtà io sono una capra coi social, non puoi capire quanto c’ho messo per fare la mia prima diretta l’altro giorno. E oggi ho postato la mia prima foto advertising (lo pronuncia alla british, nda) e ci ho impiegato 45 minuti, ho dovuto litigare con tutti i miei familiari perché stavo rincoglionito al cellulare. È vero che sto cercando di cambiare, però mi hanno detto che sono un boomer inside. E mi ci sono voluti due giorni per capire cosa significasse. Ma il gioco inizia a prendermi». Quello che segue è il resoconto della conversazione fiume (ma che fiume, tsunami) tra me e Pierpaolo Spollon, una delle persone più travolgenti, brillanti e meravigliosamente old style con le quali abbia mai avuto il piacere di cazzeggiare. Una conversazione dove in effetti ha parlato soprattutto lui, e qua e là io ho avuto le vertigini. Capirete.

Pierpaolo Spollon in ‘Doc – Nelle tue mani’. Foto: Rai

Questa intervista nasce da un articolo di Rolling che hai condiviso su Instagram con scritto: “Corro a dire a mia madre che si sbagliava: non è vero che essere cazzone non mi porterà da nessuna parte: sono su Rolling Stone Italia”. Che ha detto mamma?
Non posso più nascondere questa mia indole, nonostante mia madre mi abbia dato un’educazione ultraborghese che, se domattina mi invitassero a pranzo a Buckingham Palace, probabilmente non farei brutta figura. A patto però che non ascolti quella vocina che mi accompagna da tutta la vita e ogni tanto mi dice: “Ma quanto sarebbe divertente se facessi o dicessi questa cosa?!”.

Il cosiddetto “minuto Spollon”, giusto?
Sì! Ma quanto hai studiato?! È come nella psicanalisi. Sono riuscito per tanti anni a tenerlo a bada, e quindi a dare tante soddisfazioni a mia madre. Poi un giorno ho pensato: “Ma se diverte me e pure gli altri, perché devo limitarmi?”. Purtroppo il “minuto Spollon” mi ha fatto fare tante figure di merda nella vita, ma ho riso sempre tantissimo. Ci ho messo almeno vent’anni, ma a quasi 32 posso affermarlo: Pierpaolo Spollon ha fatto pace con la sua vocina delle cazzate. Ma pure con la sfiga, che è un’altra componente fondamentale per essere autoironici, una cosa che mi piace da morire.

Ma perché la sfiga?
Io sono un vostro fan da sempre, mi intervista Rolling Stone e non c’è più il mensile cartaceo. Questo è il leitmotiv della mia vita: il “mai una gioia” di Spollon, siamo una coppia aperta da anni.

In realtà Rolling è tornato in edicola con un numero speciale monografico su Sfera Ebbasta.
Scusa, lavoro assai… Comunque benissimo, non parlatemi mai più.

A questo punto, l’unica è proporre un nuovo numero speciale monografico: Spollon Ebbasta.
Ma anche “Basta Spollon”, che ha una duplice lettura, così attiriamo più pubblico: sia chi mi ama che chi mi odia. Io sono vintage nell’animo, vorrei avere una copia dell’intervista a casa, se ve la pago me la stampate? La metto vicino ai miei vinili da collezione.

Vabbè, domanda obbligata: quali vinili?
Con il lockdown ho fatto danni finanziari per secoli. Recentemente sono diventato superfan di questo fenomeno che risponde al nome di Billie Eilish, l’ho scoperta tre settimane fa, considera. “Ma chi è questa Billie Eilish, fammi vedere un video…”, vado su YouTube: 620 milioni di visualizzazioni. Ah, Pierpaolo, ben arrivato. Mi piacciono i Black Keys e mi si riempie il cuore di gioia quando vedo dei ragazzi bravissimi che hanno un animo vintage come i Greta Van Fleet. Però io rimango old style e mi sono comprato la prima edizione limitata, quella turchese, dei Led Zeppelin, super rara, mi sono svenato. E tra i miei preferiti c’è pure il primo album dei Black Sabbath. Ascolto anche il cantautorato: mi piace Fausto Mesolella, che non è noto ai più… C’ho messo tre mesi e mezzo per trovare il suo vinile, mi ha aiutato una mia follower. Sto scoprendo un mondo meraviglioso con i social: prima riuscivo a rompere i coglioni solo alla gente che conoscevo, ora li rompo a tutti, sono felicissimo.

A proposito di social: come passerà il giovedì sera Spollon ora che non può twittare su Doc?
Devo trovarmi qualcos’altro su cui twittare… Sono aperto a richieste, suggerimenti: scrivetemi in DM. Si dice così?

Sì, intendi in direct?
Ecco, la prima volta che mi hanno detto: “Scrivimi in direct”, ho risposto: “Sono sempre abbastanza diretto, non capisco cosa vuoi dire” (ridiamo).

Tornando agli sviluppi impossibili di Doc che avevamo sognato a Rolling, proviamo a immaginare nuove avventure per Riccardo: cosa vorresti che gli succedesse?
La gente non lo sa, ma la sceneggiatura iniziale prevedeva che Riccardo non avesse nessuna delle due gambe. Io avevo già iniziato a studiare a manetta perché amo molto il mio lavoro, e almeno su quello sono serio. Prima mi affidavano ruoli molto simili, mentre adesso si stanno aprendo nuove possibilità tutte diverse, quindi sono sovrastimolato… Tu lo sapevi che anche Joaquin Phoenix ha questo problema di ansia e di “eccitazione” e quando gira devono mettergli dei tappeti sotto i piedi perché sennò li batte per terra? Io sono uguale, non ho il suo talento però una cazzata come lui la faccio anch’io. Tornando alla tua domanda: il mio personaggio che perde l’altra gamba potrebbe essere divertente, per me come attore sicuramente. Mi immagino pure il momento in cui glielo dicono: “Eh Ric, dobbiamo tagliare anche l’altra”.

Uno spin-off su Riccardo Bonvegna come lo vedi?
Guarda, firmo domani mattina, se me lo chiedono lo faccio pure sottopagato. L’unica condizione è che voglio anche Jan Maria Michelini e Ciro Visco (i registi di Doc, nda). Nella serie c’è una scena in cui io tiro a canestro e la palla va fuori, per il famoso mai una gioia… In realtà quel giorno ne avevo infilati due, c’erano pure delle birre in palio. E, nel video che ho pubblicato sui social, si vede che sarebbe andato dentro pure il terzo… Il punto è: quella è l’aria che c’è sul set quando mi lasciano un po’ di libertà. Mi piace da morire questo mix di serietà, leggerezza e condivisione, rende il lavoro meraviglioso.

Matilde Gioli ha scritto che vorrebbe che il tuo personaggio si innamorasse del suo, cioè la dottoressa Giulia Giordano, a un certo punto.
Sì. Però, se proprio devo innamorarmi di qualcun altro, allora mi innamoro di Lorenzo, il Dottor Bollore. E allora scriviamo questo: nella seconda stagione, dopo la battuta che ho fatto in onore di Argentero – “Ma io vado a vivere con Luca”, prima del bacio con Alba –, si scopre che in realtà Riccardo è veramente gay e inizia una storia con l’oppiomane Lorenzo.

 

 
 
 
 
 
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Quand’è che hai capito che Doc stava esplodendo?
L’ho saputo dal primissimo momento: c’erano Argentero e altri attori che stimo tanto, avevo letto le prime tre puntate che erano esplosive. E poi Jan (Michelini, nda) ha un approccio mitteleuropeo, ha preteso che andassimo in ospedale, che facessimo le letture, e per questo lo ringrazio: ha protetto i suoi attori con un atteggiamento da regista internazionale. Da quando ci trovavamo per leggere i copioni, continuavo a dire “È una bomba”, e tutti facevano gli scongiuri, mi dicevano di tacere. E io: “Qui famo er botto”.

E dopo il botto?
Non ho vinto niente, ma ho avuto ragione. E nessuno mi ha detto grazie!

Oltre a essere il personaggio più amato di Doc
Questo l’hai detto tu, io non lo direi mai. Non faccio mai un complimento a buffo, ed è anche un problema perché poi, quando non ne faccio ad altri attori, mi scrivono subito “Ah, ma quindi non ti piace come recito?”, e ogni volta devo inventarmi una scusa diversa… Ma Luca ha dato vita a un personaggio bellissimo, è un attore super professionale, ha interpretato un ruolo che tutti vorrebbero perché ha molti piani, sfumature… Diciamo che se il mio Riccardo viene menzionato nella triade dei preferiti, sono contento.

Allora sviluppiamo: Argentero è un’istituzione per il pubblico, tu sei il personaggio più amato perché sei stato una sorpresa.
Allora così ci sto: scrivilo in grassetto ed evidenzialo anche (ride).

Dicevamo: sei pure diventato un influencer delle serie tv su Twitter. Con Doc era più facile, ma ora pure Vite in fuga schizza in tendenza quando posti, e c’è il delirio in ogni sequenza dove appari.
Ma ti rendi conto che in queste quattro puntate già andate in onda io praticamente non ho mai fatto o detto niente? Il personaggio non è delineato, per ora. Ieri ho minacciato il regista Luca Ribuoli: “Dove cavolo è il vice ispettore Polito?”. E lui mi ha risposto: “Vai tranquillo, nei prossimi episodi esce fuori”. Perché io mi ricordo di aver girato delle scene in cui parlavo, giuro.



Intanto hai scritto pure: “Ma commentare via Twitter può essere un lavoro”?
L’ho chiesto perché non si sa mai. Un attore si domanda: se andasse male, cos’altro mi piacerebbe fare? E mi è venuta in mente la radio, che è la cosa più simile a Twitter o alle dirette Instagram: sei tu che parli a sproloquio. E, come avrai capito, a me la parlantina non manca.

C’è gente che ti chiede di commentare Sanremo.
Io non ho filtri, avrei troppa paura, poi non mi chiamerebbero più come attore, dovrei darmi una regolata. Già lo faccio, come diceva Woody Allen: “La differenza tra una persona intelligente e un imbecille è che la persona intelligente può fare l’imbecille, l’imbecille no”. Mi limito, però amo il black humor, sono della filosofia che non ci siano limiti per l’ironia su qualunque aspetto. Seguo un sacco di associazioni di ragazzi con disabilità e con loro mi comporto – e pare sia quello che funziona – in maniera assolutamente normale, cioè li prendo in giro per la loro disabilità, e loro ridono. E questo mi crea dei problemi, non capisco perché ci sia gente che la prende male.

Eh, lo so, siamo un Paese che ha ancora parecchia strada da fare sugli eccessi del politically correct.
Infatti. Prova a pensare: Spollon che commenta Sanremo. Mi piacerebbe molto e, dopo l’altra sera che l’ho sparata, ci sto veramente pensando. Ma devo stare attento.

I tweet te li prepari o ti vengono sul momento?
Non credo che sia possibili prepararli, la mia ironia ha due caratteristiche: è assolutamente istantanea e ha bisogno di una controparte, cioè non sono quello che scrive le battute per un altro, devo trovarmi in quella situazione. Tutti i “minuti Spollon” probabilmente non esisterebbero, se mi mettessi a tavolino a scriverli.

La domanda nasce dal fatto che ad ogni scena clou del tuo personaggio in Doc arrivava la battuta on point su Twitter. Tipo:



È tutto spontaneo, e ti giuro che mi sale pure mal di testa alla velocità con cui twitto, quasi mi vergogno. Però mi vengono così, al momento. E questo è l’unico modo con cui posso approcciarmi ai social: se mi venisse tolto, mi cancellerei da tutto. È una cosa che fa estremamente parte di me: nella vita non sono diverso, quando esco con la gente ne sparo una dietro l’altra.

Me ne sto accorgendo, e lo dico nel più positivo dei modi.
Una volta delle amiche mi hanno detto: “Pierpaolo, basta, perché ci vengono le rughe precocemente”, ed è stato un gran complimento. Dovrei scriverlo nella mia bio: “Faccio venire le rughe”. E poi lascio libera l’interpretazione.

Il miglior tweet che hai digitato?
Non ne ho idea: quelli che pubblico sono solo una piccolissima parte di quelli che mi vengono in mente. Il bello (o il brutto) arriverà quando inizierò a twittare sui programmi in cui non recito, e quindi su attori che non conosco… lì saranno cazzi amari.

Il migliore tweet che hanno scritto su di te?
Sarebbe un’ingiustizia sceglierne uno… Dopo la mia prima diretta nei giorni scorsi, hanno iniziato a fare i meme, o “meem”, come quell’attrice meravigliosa che è Gina Stiebitz di Dark mi ha insegnato. Abbiamo girato un corto insieme e non so perché li ho tirati fuori. E lei: “What is meme?”. E io: “Le faccine”. Ha riso come una pazza per 45 minuti, e ho imparato la pronuncia corretta. Amo moltissimo quelli che fanno su di me, mi metto sul divano e rido: dovrei girare dei video, ma poi diventa veramente The Spollon Show.



Tu perseveri con questa immagine da ragazzo della porta accanto, ma in realtà c’è una follia collettiva per te. Lo sai, sì?
Sai che anche da uomo è difficile capire? Storicamente le donne che mi piacciono non sono quelle belle belle belle, ho sempre avuto difficoltà a trovare una donna esteticamente bellissima che mi interessasse davvero tanto, quindi non mi fermo mai a quello. E ora che mi trovo in questa posizione noto che, quando faccio una diretta con Giancarlo Commare (nel cast di Vite in fuga e già protagonista di SKAM Italia, nda) o con altri super belli, diventa: “Annullato Spollon, che bono Giancarlo”. Lo comprendo e ci sta.

Ma come? Anche le tue fan?
Eeeeeh, un pochino l’ho notato: il bello continua a vincere. Ma io sto portando avanti la mia personalissima battaglia su “Quello che c’è dentro is better”, o anche “Donna che ride, mutanda che scende”, che mi accompagna da una vita. Punto su quello. Poi, dai, siamo anche un po’ onesti: non sono un brutto ragazzo, certo, mi sono rotto il naso un paio di volte, prima stavo meglio. Sono catarifrangente, perché ho una pelle che se la metti sotto la luce… tu lo sai che la scena della piscina in Doc la illuminavo io? Comunque, tutte che si lamentano dei bellocci stronzi. Ma vogliamo aprire un attimo gli occhi?! Ci sono dei Pierpaolo Spollon che stanno aspettando, in giro.

Ecco.
Ti dico anche questo: forse non si percepisce, ma io sono un super fanatico di moda, ho fatto delle foto con il foulard perché nella vita lo uso, mi piace. E tutti a prendermi in giro: “Con il foulard solo Clint Eastwood, Battisti e Spollon” (ride). Ma poi la gente, quando mi incontra per strada, mi fa: “Hai un sacco di stile, tu sei molto più bello di come appari in televisione”. E devo ancora capire come mai.

Foto: Francesco Guarnieri


Ma scusa, il ragazzo della porta accanto non può essere figo?
Nella mia esperienza l’amico della porta accanto è quello che deve faticare un sacco, però poi il risultato lo porta a casa. Pure io vengo ormai catalogato dalla Rai e anche dal pubblico per i ruoli che ho interpretato finora come quello magari non bellissimo, che parte in sordina. Però poi alla fine, nella Porta Rossa, la Romani, nonostante stesse con Raniero Monaco di Lapio con tanto di Maserati, diventa fidanzata mia. In Doc pure Alba ce casca, nell’Allieva idem. Voglio dire, il ragazzo della porta accanto alla fine…

Vorrei chiedere alle spolloncine che cosa ne pensano.
Ma loro sono gentili, sono come Pierpaolo Spollon, sono le ragazze della porta accanto, sono persone che usano la testa… E adesso mi manderanno un sacco di messaggi tutti i miei colleghi boni infuriati, mi scriverà l’Ente Bonazzi d’Italia per offendermi. Comunque è la prima volta che parlo in terza persona, voi di Rolling Stone mi state facendo montare la testa.

Intanto i tuoi follower fanno notare che Pierpaolo Spollon non ha ancora una pagina Wikipedia: com’è possibile? Vogliamo fare un appello?
A chi lo devo fare l’appello, come funziona? I cartelli autostradali hanno la pagina su Wikipedia, perché Pierpaolo Spollon no?

Per non parlare del fatto che non ci sono ancora “Le bimbe di Spollon”…
Vedi? Caccamo, Saurino e gli altri lasciano bimbe dappertutto. La risata non è equiparata a niente di buono in questo mondo infame, perché la bellezza al momento vince ancora. Ma io combatterò per far sì che, come dicevano a Mai dire Grande Fratello, anche la “simpaticità” abbia il suo perché. Continuate a dirmi: “Anche tu sei bello”. E allora dove sono le bimbe di Spollon?

Se dovessi fare un tweet dopo questa intervista, cosa scriveresti?
Così però mi metti l’ansia da prestazione, non ce la faccio, ci sono delle condizioni psicofisiche e geografiche perché io possa twittare, devo stare sul mio divano, tranquillo. Potrei fare un controtweet al primo su mia madre: “Ho appena finito l’intervista con Rolling Stone e ho capito che avevi estremamente ragione, mamma. Non andrò da nessuna parte”.
Posso dire l’ultima cosa? Poi basta, giuro.

Vai.
Barattiamo con una copia cartacea, una finta copertina… Vi giuro che, se mai un giorno diventerò una star da milioni di follower e mi chiederanno di commentare Sanremo, dirò: “No, lo faccio solo per Rolling Stone, sottopagato”. Oppure mi dai il numero del vostro impaginatore, lo corrompo e mi stampo la copertina. E ‘nculo ‘a mammeta a Rolling Stone.