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Piero Chiambretti: «Punto a fare il più grande disastro televisivo mai visto»

Il conduttore torna su Rete4 con 'La Repubblica delle donne' e parla delle novità della sua nuova trasmissione, di Sanremo, Costantino della Gherardesca, Celentano, Freccero e Raiplay

Piero Chiambretti

Foto press

L’immagine del “guastatore” della tv non lo ha mai abbandonato. Anche adesso, a 63 anni suonati, è rimasto l’enfant terrible del piccolo schermo, ma pure un conduttore (forse) un po’ troppo sottovalutato. Poche persone, pochi anchorman sono riusciti, come Piero Chiambretti, a dipingere vizi, virtù e markette (rigorosamente con la “k”) della nostra Italietta agrodolce.

Nessuno meglio di Chiambretti riesce a sublimare il trash fino a renderlo puro intrattenimento d’autore. I nuovi mostri sono il suo pane quotidiano, è capace di strappare una risata (amara) e di regalare al pubblico una critica (ferocissima) del Belpaese sotto le mentite spoglie di una perculata. Insomma ci vorrebbe più Chiambretti in tv. E il pubblico lo sa. Non è un caso, quindi, se La Repubblica delle Donne è diventato un successo dal sapore cult, che ritorna prepotentemente su Rete 4 il 27 novembre, in prima serata.

Chiambretti, iniziamo dalle novità dello show.
Sarà un programma della continuità, non della novità. Preferisco dire così, in modo non mi si domandi «Tutto qui?». Cito Il Gattopardo quando diceva «Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente», mi verrebbe da dire che non cambio niente per cambiare tutto.

Quindi il cast resta identico…
Sono confermati quasi tutti i personaggi della scorsa edizione, con qualche aggiornamento come nei computer: abbiamo inserito antivirus nuovi, figure che fanno gola a tutto il panorama televisivo, chiamati come ospiti nei programmi tutti i giorni.

Be’, ma ci sarà qualche novità?
Semmai riuscirò a realizzarla, è quella di trasformare il cast negli ospiti. Considerato che i temi variano e i personaggi sono tanti. Non escludo che l’unica, vera, sostanziale differenza rispetto al passato sia aumentare il minutaggio per quelli che sono lì tutto il tempo. Averli soltanto come il presepe vivente di Gubbio, mi sembra un delitto economico e produttivo. Ci saranno anche gli ospiti e costruiremo con loro il tema dell’intera puntata. È tutto nel gioco di scambio tra ospite e cast/cast e ospite.

Qualche nome?
La vecchia guardia – che non fa riferimento all’età, per carità! – è rappresentata da Iva Zanicchi, Lory Del Santo, Alfonso Signorini e Cristiano Malgioglio. Più le straordinarie corde vocali delle Appassionante e Drusilla Foer, attore/attrice con i tempi televisivi, ma la preparazione del teatro. Un elemento di prestigio, che vanto.

Altro?
Avremo una mascotte che potrebbe essere virtuale o reale: il maiale Deco, diminutivo di Decoder. Il maiale è come la televisione, non si butta via nulla. Nel corso della trasmissione aggiungerò anche Ale, diminutivo di Alessandro.

E chi sarebbe?
Ale è il cinghiale che si è smarrito sulla tangenziale. Quindi, il cinghiale e il maiale sono due figure portanti di questa nuova avventura. Punterò a costruire il più grande disastro televisivo mai visto. Preferisco un grande disastro a un timido successo.

Arriva Antonella Elia…
Sarà la sua Ruota della fortuna, e speriamo anche la nostra. Ci sarà la posta del cuore tenuta da Vittorio Feltri. E poi Massimo Lopez, il Presidente della Repubblica delle donne, nei panni della Monaca di Monza coi baffi.

E poi c’è pure Valeria Marini.
È venuta a trovarci perché con Valeria – presa a piccole dosi, ovviamente – è sempre piacevole trascorrere dei minuti. Noi abbiamo fatto un festival direi storico, eravamo bambini, l’ultimo senza le lobby, i pacchetti, le organizzazioni scientifiche. Eravamo tre (con Mike Bongiorno, ndr) e abbiamo lavorato un programma veramente in forma artigianale.

Ok, ma che farà a La Repubblica delle Donne?
Valeria quando cammina per un corridoio o va ospite in un programma, illumina. Quindi ha illuminato tutto il settimo piano e l’effetto speciale per il suo passaggio, la lampadina, l’ha accesa. Le ho detto che dovevo trovare un’idea forte e giustificata, che desse a noi un valore aggiunto ed a lei una partecipazione importante. Interpreta il ruolo dell’ultima diva, sarà la nostra soubrette.

Lei sarà nella giuria di Sanremo Giovani. Morgan aveva fatto una proposta per il Festival di Sanremo 2020 – non andata in porto – che avete scritto insieme.
Bisogna puntualizzare. Morgan mi ha mandato un testo con idee da musicista di un festival con nomi per una giuria selezionatrice e alcune figure di contorno. Gli ho dato semplicemente qualche dritta per presentare al meglio alla Rai, ma era una proposta molto estrema.

In che senso?
Parlava di una conduzione con Sgarbi. Magari sarebbe stato fantastico sul palco di Sanremo per costruire uno spettacolo, a modo suo, tra arte e musica. Non bisognava presentarlo così, d’emblée, ma farlo a piccoli passi. Fosse stato per lui, in giuria, avrebbe messo Beethoven. Voleva una kermesse fuori dalle righe. Ma non ho mai lavorato realmente al progetto, gli avrei dato una mano e avrei tifato per lui. Io sono sempre alla ricerca del rischio, come è stato per il mio programma e per quello di Celentano.

A questo proposito, perché Adrian non funziona?
L’idea di un Celentano immortale dentro un cartone – è questo il concetto di fondo – è bellissima, ma forse non da prima serata. La tv ha le sue regole, in particolar modo il contesto in cui si viene inseriti.

Del tipo?
La tv commerciale ha delle norme abbastanza rigorose. Se lo stesso progetto fosse andato sul satellite, su Netflix, su Amazon, avrebbe avuto un grandissimo riscontro. La tv sta cambiando, tutti guadiamo l’albero e non la foresta di pubblici oceanici. Non contesto il cartone o la situazione griffata di Celentano. Dico solo che non ha trovato il contenitore giusto.

Torniamo a Sanremo, quest’anno il Dopofestival sarà su RaiPlay. Le piace l’idea?
È un’occasione persa. Capisco la Rai che vuole lanciarsi verso nuove frontiere e può farlo solo con eventi di grande valore. Piccoli documentari, piccole serie o il recupero di trasmissioni non viste, non basterebbero a lanciare l’abitudine. Nel fatto specifico, se fossi stato un dirigente, il Dopofestival l’avrei trasmesso su RaiUno e su RaiPlay, ma l’avrei fatto pagare a RaiPlay.

In tv ci sono spesso scene che lasciano un po’ di stucco, come è successo a Luxuria. Una cosa simile era capitata anche a La Repubblica delle Donne con la scrittrice Contini.
È facile cadere nelle polemiche perché lei è già una polemista. Poi il tema dell’identità sessuale è un’ossessione generalizzata. Perché bisogna dare ai posteri la propria inclinazione sessuale? Nel caso di Luxuria si trova un bersaglio forte, perché ha una doppia identità – o almeno sembrerebbe –, è donna, ma non operata. E poi c’è una confusione costruita ad arte dai talk show della tv, dove tutto è il contrario di tutto: il trapianto, il travestito, il ricostruito, sembra un Lego. Le polemiche servono a far parlare del fenomeno ai contenitori che hanno quella missione.

Jonathan Kashanian la annovera tra le persone cui deve tutto. Mai pentito di personaggi lanciati?
No, anzi. Alcuni hanno una vita propria dopo di me, altri non hanno avuto un futuro tv, ma in quel contesto stavano bene. Ogni allenatore ha uno schema in testa e riesce a riprodurlo solo se ha i giocatori che vuole lui.

Ha dichiarato di essere rimasto deluso dall’allontanamento di Costantino della Gherardesca…
C’è stato un dispiacere per aver perso un contatto umano: è sempre in giro per il mondo con Pechino Express e fa trasmissioni satellitari che fatico a trovare sulla bussola. Non riesco a vederlo al ristorante dei nostri amici napoletani o da lui in Maremma. È il figlio che avrei voluto, il mio affetto era superiore al rapporto professionale. Lui ha preso la sua strada. E ha voluto troncare i rapporti interpersonali con quelle persone con cui ha lavorato a stretto gomito. Poi so che lui di me parla bene, non capirei il contrario.

Pensi che, proprio a Rolling Stone, ha detto che vorrebbe ritrovarsi con lei.
Sarebbe carino, se lui fosse libero lo prenderei immediatamente in un mio programma.

Doveva vedere Carlo Freccero per un eventuale passaggio a Rai2. L’ha fatto?
Ci siamo visti, ma abbiamo fatto due calcoli. Mi ha detto: «Vieni qua, fai un programma che inizia a ottobre, io vado via a novembre». Gli ho detto: «Sì, io vengo per stare un mese, poi arriva un altro che cancella tutto il freccerismo e che faccio»? In Rai è così, quello che arriva dopo deve essere meglio di quello che c’era. Dopo un mese mi sarei trovato a fare il giro delle sette chiese per un’altra sistemazione. Avrei anche lasciato Mediaset dove, per altro, mi trovo benissimo.

Sì eh?
Non pensavo di durare così tanto in un’azienda commerciale. Noi abbiamo fatto grande opinione, altra possibilità che ha la tv per giustificare la sua presenza. Ho dato contributo al patchwork di una rete che deve avere tanti gusti.

C’è qualcosa che ancora non le è stato permesso di fare?
Devo trovare il modo di uscire dalla tv e riprodurmi diversamente, magari con una proiezione virtuale, senza esserci, ma presente. L’assenza-presenza di Celentano è stata solo un’assenza. Nel mio caso starei a casa, muovendo un avatar fresco, bello e giovane che mi sostituirebbe. E anche – attenzione! – intelligente. Finalmente!

Senta, Chiambretti, lei che è sempre attento all’attualità: in questo momento è più sardina o gattino?
Non saprei che rispondere. Non vorrei essere mangiato dal gatto.

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