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Patrick Melrose: ritratto di un tossico

Benedict Cumberbatch è stato Sherlock Holmes e Doctor Strange, ma è nella sua vita privata che l’attore inglese ha vissuto pericolosamente e si è spinto al limite. Ora deve interpretare il suo ruolo più difficile

ustin Downing/SHOWTIME

Questa mattina a Malibu, prima che sorgesse il sole, Benedict Cumberbatch è risorto. Nudo, perché il suo pigiama era da lavare. Si sarebbe svegliato prima, ma ieri sera è stato a Las Vegas, per prestare la sua voce a un personaggio di Mowgli, nuovo spin-off di Warner Bros tratto dal Libro della giungla, e l’altro ieri, lui e il suo completo Armani sono stati in piedi fino all’alba a bere tequila, cercando di sembrare eleganti, dopo la première di Avengers: Infinity War, dove interpreta Doctor Strange. Adesso sta pensando che vorrebbe dormire ancora per un po’. Ma i suoi figli l’hanno chiamato – ne ha due, Christopher, 3, e Hal, un anno, con sua moglie Sophie Hunter – e anche il mare l’ha fatto, anche più di loro. «Vado matto per il mare», ha detto una volta.

Si è alzato e ha iniziato a correre, buttandosi nel Pacifico incurante degli squali, senza pensarci due volte, come fa spesso: «Mi sento a mio agio con ciò che mi circonda. Mi muovo a ritmo con il mare, seguo l’onda». Per un po’, quindi, è stato libero dai confini della sua esistenza da stella del cinema. Dalle costanti speculazione sui suoi tratti “elfici”, su “quello sguardo”, su “i suoi incomparabili zigomi”, su “le cose che sa fare con la sua bocca”, su “il suo tono baritonale” e sulle sue “spietate buone maniere”. Dalle continue meraviglie sulle sue inarrivabili interpretazioni – Stephen Hawking, Dr. Frankenstein, Robert Oppenheimer, Alan Turing, Vincent van Gogh, Dr. Strange, il platinato Julian Assange. E dalle controversie di cui ha dovuto rispondere, la più recente quella nata quando il suo compagno di avventure in Sherlock, Martin Freeman, ha definito lo show della BBC “una cosa alla Beatles… Non è più piacevole, piuttosto qualcosa per cui ti dicono cose come: ‘È meglio che facciate bene, cazzo, altrimenti siete degli stronzi’. E questo non è più divertente”. Un’uscita che Cumberbatch ha marchiato come “patetica”. Salvo poi correggersi, dicendo che “tutto è stato preso fuori contesto. Una cazzata creata dai media per vendere copie”.

Ma, come sempre, non si può godere della natura troppo a lungo. Quindi, seguendo un’onda, nuota verso riva e corre verso casa, dove decide che i pantaloni neri sono la cosa migliore da indossare per tutta la giornata, assieme a una camicia blu perfettamente stirata e lasciata aperta, i soliti occhiali da sole e delle infradito, che su di lui stanno benissimo, dentro la macchina dai vetri oscurati che lo accompagna a Beverly Hills. Poco dopo, si ritrova su una terrazza di un albergo, sedendosi direttamente sotto il sole di metà mattina, nonostante gli ovvi pericoli per un tipo dalla pelle così chiara («L’unica cosa che avrebbe senso sarebbe chiudermi in una stanza scura tutto il giorno con una protezione 15»), giocando con gli alluci e parlando del suo ruolo nella nuova serie Patrick Melrose, che è un estratto delle cinque novelle semi-autobiografiche di Edward St Aubyn. Nei racconti c’è molta cocaina, molta eroina, enormi quantità di autodistruzione, vagonate di humor nero, un carico di sguardi à la Cumberbatch da dissoluto britannico e un padre che incendia tutto con ripetuti atti di incesto durante i primi anni di vita di Melrose.

Oggi, sotto il sole, Cumberbatch sta declamando con la sua tipica precisione retorica: «Quello che è fondamentale per me», dice, «è la psicologia della necessità, la fame, l’appetito, la ricerca del caos, dell’abbraccio di una madre, della cocaina, la volontà di spingersi al limite tanto da iniettarsela, la cocaina, quella voglia di correre a 200 all’ora in città, sapendo che ti farà stare male».

Ma queste cose le sa per esperienza diretta? La sua performance è abbastanza inquietante da suggerirlo – specialmente quando si spalma contro un muro mentre è fatto di Quaalude.
«God, no», dice. «Mi sono fatto qualche canna ogni tanto, ma niente di più. No Quaalude, no cocaina, no eroina. Sì, un po’ di alcol e un po’ di caffè. Sono sempre stato un tipo moderato. Non sono uno che fa le maratone di serie, non ho alcuna dipendenza. Quindi, per capire come vive un tossico, ho dovuto studiare a fondo».

Guarda verso il sole, si alza, si sposta verso una zona più in ombra, accavalla le gambe, le distende, mette un piede al sole e si vede che si sente perfettamente a suo agio. Otto anni fa, Sherlock arrivava in televisione e con lui una pandemia internazionale conosciuta come “Cumbermania”, che ha contagiato molte delle sua fan femminili – oggi si fanno chiamare “Cumberbitches”, per piangere e sciogliersi ogni volta che sentono il suo nome. Ha vinto numerosi premi (Bafta, Emmy), si è portato a casa una nomination agli Oscar (per The Imitation Game), ha raccolto alte onorificenze (è Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico) ed è sempre nelle prime posizioni dell’annuale lista di People degli uomini più sexy del mondo. Nel 2014, Time l’ha inserito in quella delle 100 persone più influenti. Lo stesso anno, il Madame Tussauds di Londra ha creato una sua statua di cera, un segno netto della sua importanza.

Ha avuto anche una cyberstalker, una vicina di casa che metteva su Twitter ogni sua mossa. Hanno realizzato un’opera teatrale sulla sua popolarità, intitolata Benedict Cumberbatch Must Die. Parla senza mezzi termini dei suoi anni al collegio: «C’era della sperimentazione… Ma alla fine erano solo dei ragazzi con i loro peni, così come delle ragazze con le loro tette e le loro vagine. Non c’era mai del desiderio». E, fin dall’inizio, la sua attitudine verso certi argomenti è sempre stata abbastanza fluida e ambigua, spesso aggravata dal modo un po’ lascivo in cui le sue labbra sottili riescono ad aprirsi nel più inusuale dei sorrisi: un po’ decadente, un po’ innocente… Una volta ha detto: “Mi do delle arie, vivo la mia vita e faccio quello che mi chiedono”.

Ma in questo momento si sta guardando i piedi («Sono fatti per salire sugli alberi») e muove le dita: «Non vedono mai la luce del sole, quindi questo è un momento inedito per loro», dice, illuminandosi. Osserva le sue dita da diverse angolazioni, poi si china per pizzicare quello accanto all’alluce.

Ma non c’è più spazio per il triviale, quando incombe l’imponderabile; per esempio, in questo momento, quale dovrebbe essere la cosa più importante che una persona dovrebbe sapere su di lui?
Sul momento, sembra non trovare una risposta. «Vorrei saperlo», dice. «Non lo so. La conoscenza di se stessi è qualcosa che cerchiamo di raggiungere per tutta la vita». Segue un lungo silenzio, ma alla fine ci arriva. «La cosa più importante da sapere su di me è che il mio secondo dito del piede è più lungo dell’alluce». Ha ragione, è così incredibilmente più lungo che vale la pena fargli una fotografia. «Oh no, sarebbe bizzarro», dice, timoroso che una foto del genere possa finire in Rete e portare alla ricerca di un’ulteriore prova fotografica, quindi con meno tempo per muoversi a ritmo con il mare, seguire l’onda, eccetera.

In termini di fortuna, Cumberbatch è stato tutto fuorché sfortunato. Fino a quando è stato rapito, a 29 anni, infatti, non ha mai sofferto di nulla, nessun problema in famiglia, nessun problema a scuola, nessun problema nello sport. «Niente, grazie a Dio». I suoi genitori, Timothy Carlton e Wanda Ventham, sono attori di esperienza con parecchi lavori di livello nel teatro britannico, che hanno guadagnato abbastanza da permettere al figlio i migliori collegi dall’età di otto anni, fino ad arrivare a Harrow, uno degli istituti d’élite inglesi, dove ha passato i primi due anni a giocare a rugby e cricket, diventando popolare, e gli altri due a studiare teatro, trovando un senso alla sua vita.

Il peggio è arrivato dopo il diploma alla London Academy of Music and Dramatic Art, nel 2000, con una specializzazione in Teatro Classico, quando un agente ha notato il suo cognome – usava ancora Carlton, il middle name di suo padre – e gli ha detto, “Perché diavolo non usi il tuo cognome? Cumberbatch è spettacolare!”. Quindi lo ha cambiato, facendo nascere diverse battute e giochi di parole tra i suoi amici che non lo toccano più di tanto, oggi. Tra questi: Cumby, Cumbers, Cumbersome, Cumbercrotch. «Ma il migliore è stato Bendy-Dick Cum-on-My-Baps (Cazzo-curvo Sperma-sulle-mie-tette, ndt)». Sorride.

In termini di lavoro, il nuovo nome ha funzionato. «Ha fatto partire il motore». Dal 2001 in poi, Shakespeare ha portato a Ibsen, e quindi a Frankenstein, al Teatro dell’Assurdo, a piccole e poi grandi parti negli show Tv della BBC, poi nel 2010 a Sherlock, seguito da circa 25 film: 12 anni schiavo, Il quinto potere, The Imitation Game, Doctor Strange e Avengers: Infinity War.
Ma torniamo al rapimento. Era all’inizio della sua carriera. Aveva 29 anni e si trovava in auto al confine tra lo Swaziland e il Sud Africa, con due amici, verso il set di una miniserie intitolata To the Ends of the Earth, quando è esplosa una gomma alla loro auto. Mentre tiravano fuori la ruota di scorta, sei uomini armati li hanno circondati, urlando, “Mani sulla testa!”. Una delle prime cose che ha fatto Cumberbatch, dice, è stato implorarli: “Qualsiasi cosa vogliate fare, fate in fretta ma non fateci male, vi prego”. Lo hanno legato con le stringhe delle scarpe, infilato nel bagagliaio dell’auto e sono ripartiti, senza dirgli se l’avrebbero stuprato, ammazzato, torturato o altro. A un certo punto, i rapitori hanno fatto inginocchiare i tre, come in un’esecuzione. Cumberbatch ha pensato di essere arrivato alla fine. Riusciva a sentire la pistola tra i capelli, sulla nuca. Ma dopo una visita al bancomat più vicino, i rapitori li hanno lasciati andare.

Benedict Cumberbatch as Patrick Melrose in PATRICK MELROSE (Season 1, Episode 01, “Bad News”). – Photo: Ollie Upton/SHOWTIME – Photo ID: PM_101_B4_OLIE9382.R

Tornando alla balconata dell’hotel di Beverly Hills, Cumberbatch dice che l’episodio del rapimento, assieme all’anno sabbatico post-Harrow che si è preso a 19 anni, andando a insegnare inglese ai monaci tibetani, sono le sue due più grandi «esperienze di vita». Dalla seconda, è tornato con la mente più aperta, grazie a lezioni di meditazione e altre attività buddiste, che immediatamente ha cercato di rovinare «restando in piedi fino all’alba, divertendomi, bevendo più superalcolici che birre, andando in discoteca… E non dirò altro», un periodo durato fino a quando non ha preso la febbre ghiandolare («È tipo la mononucleosi»), che gli ha fatto giurare di non tornare mai negli abissi à la Melrose.

Allo stesso modo, subito dopo il rapimento, ha passato una notte a bere, prendendo sedativi e fumando erba, cercando di calmare l’adrenalina. La mattina dopo si è aperto una birra, salutando la nuova alba «quasi piangendo», dice, «perché non pensavo di poter sentire il calore del sole di nuovo sulla mia pelle. Successivamente, mi ha spinto a fare cose estreme, fino a quelle più pericolose: sky jumping, nuotare in mezzo agli squali senza gabbia… È una ribellione contro la tua sicurezza, ti spingi al limite, fregandotene della tua mortalità».

In questo momento Cumberbatch sta guardando oltre il balcone dell’hotel, verso un prato dove alcuni ragazzini stanno giocando: uno di loro si inginocchia e inizia ad agitarsi. Allarme. Cumberbatch si alza di colpo. «Oh my god!», dice. «Quel ragazzo sta avendo un attacco epilettico». Pausa. «Credo». Pausa. «È così!». All’improvviso, Cumberbatch è Sherlock, un modello di perspicacia, attento e saggio come un gufo. Anche i suoi occhi sono coinvolti in quello che sta accadendo e cambiano colore, passando da verde chiaro a blu plumbeo. Ma non ce n’è bisogno. Il bambino si alza in piedi e si allontana camminando, senza sembrare per nulla scosso. Cumberbatch tira un sospiro di sollievo. «Ok, sta bene. Stava giocando, ci sono cascato». Ma se davvero fosse stato male, cos’avrebbe fatto, Cumberbatch? Sospira. «Cosa sono?», dice. «Sono un dottore, per caso?». E non va oltre. Quindi no, nessun gesto eroico oggi. (Qualche tempo dopo questa intervista, l’attore ha fatto parlare di sé per avere fatto fermare il taxi su cui viaggiava, a Londra, e avere salvato un rider da un pestaggio, ndr.)

Il sole si è spostato, negandogli l’ombra, quindi torna al riparo. Stende le gambe e si guarda intorno, come fa sempre. Utilizza la parola “cunt” (stronzo, ma anche termine volgare per indicare l’organo sessuale femminile, ndt) con la stessa frequenza con cui la usano tanti suoi connazionali? Indossa i suoi occhiali da sole, ovviamente, che lo proteggono da incursioni luminose non richieste, ma in questo momento si possono vedere i suoi occhi dietro, muoversi velocemente. «Oddio. La domanda è se la uso ancora, sapendo quanto può essere offensiva per le donne?». Continua: «È una parola molto soddisfacente da dire, più per il suono stesso che per il suo significato». Conclude, «Ma la risposta è no, non la uso così tanto».

E da qui si passa ad alcune altre chicche, raccolte dopo un po’ di tempo trascorso insieme alla sua meravigliosa ed estremamente gentile persona. Sa ruttare come nessun altro. «Ovviamente so farlo. Sono Benedict Cumberbatch. È divertente per i bambini ma non è molto simpatico da fare in pubblico». Parlando di suoni, dice che anche il suo stomaco è noto per produrre strani rumori. «La gente mi chiede, “Hai scoreggiato?”, “No, è solo un piccolo rumore interno. Vieni ad annusare, non c’è odore, se non mi credi”». Altri suoni. Piange facilmente, specialmente quando guarda film sugli aerei, di recente è successo con Philomena. «Urlavo dal dolore dentro i fazzoletti». Per non far pensare di essere una mammoletta, comunque, sottolinea che, «a quanto pare piangere rumorosamente è dovuto all’altitudine».

Una volta ha detto, “Non mi guardo allo specchio per dire, ‘Sì, che figo! Ecco quello di cui parlano!’. Vedo tutti i miei difetti, tutti quelli che ho sempre visto come difetti”.
Vorrebbe dircene qualcuno? Mentre il sole sprigiona tutto il suo calore di mezzogiorno, fa un cenno, alza le spalle, sorride, si alza, entra in stanza, verso un grande specchio, trovandosi faccia a faccia con se stesso, con il suo corpo smilzo, e dice, «Gesù. Non c’è modo di nasconderlo».

E non prova nemmeno a farlo. Si avvicina. Il primo difetto che trova è sulla sua fronte, vicino all’attaccatura dei capelli. «Un po’ di danni solari», dice. Poi: «Nei, qualche capello grigio, un naso un po’ all’insù. Ma ho 41 anni e si abbasserà con l’età. Non è grave». Si mette di profilo e dice, con più preoccupazione, «ho la testa molto lunga. E quando reciti, di profilo, non c’è molto di “leggibile”, è solo una lastra enorme». Torna a guardare il suo riflesso, mostra i denti, sorride, non nota quanto siano distanti i suoi occhi, ma dice, «Questo è interessante. Non avevo queste guance fino a quando non ho dovuto fare un po’ di lavoro cardio per Sherlock e all’improvviso sono apparse, blop!, come per magia». Fa un passo indietro, allarga le mani come per dire che cose incredibili come quella gli succedono spesso. Che è vero. Perché lui è Benedict Cumberbatch. E questo dice tutto.

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