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‘Ossi di seppia’: da Černobyl’ al caso Regeni, su RaiPlay il nostro passato accade oggi

20 minuti per raccontare fatti della Storia che abbiamo rimosso (o quasi). Per memoria breve, pigrizia, ignoranza. O perché siamo perdendo l’attenzione. Intervista all’ideatore Mauro Parissone

Foto: Ansa/42° Parallelo

«La storia è spesso caratterizzata da catastrofi, e l’uomo dalle catastrofi non impara mai un cazzo». Mauro Parissone è piuttosto categorico, ma quando srotola il filo invisibile che va dal naufragio della Costa Concordia al crollo del ponte Morandi, da Černobyl’ a Fukushima – «Quasi trent’anni dopo, un ingegnere pazzo decide di costruire una centrale termonucleare su una spiaggia. A nessuno viene in mente che un’onda molto violenta di tsunami potrà causare un disastro» – diventa impossibile non essere d’accordo con lui.

Parissone è il direttore editoriale di 42° Parallelo, società di ideazione e produzione “madre” del progetto Ossi di seppia – Il rumore della memoria, «la prima serie tv non fiction nell’era del coronavirus». Il format di 42° Parallelo, ideato e prodotto in esclusiva per RaiPlay, prevede il rilascio – ogni martedì dal 12 gennaio – sulla piattaforma online gratuita del servizio pubblico Rai, di un nuovo «racconto della realtà» di circa venti minuti, per un totale di ventisei episodi. «I social network e il web hanno prodotto una frammentazione dell’attenzione, che nei giovani e giovanissimi si è di conseguenza notevolmente ridotta. È per questo che abbiamo deciso di realizzare un prodotto che sta entro i venti minuti: le nostre storie sono monotematiche, mono-puntata, con un solo io narrante e con il repertorio preso dalle Teche Rai. È una narrazione essenziale, non siamo di fronte a un documentario: si tratta di una serie tv non-fiction pensata nell’epoca del Covid-19 per i ragazzi».

Una duplice opportunità: per Millennial e Generazione Z, che non saranno più costretti a rifugiarsi nei vari «ero troppo piccolo/non ero ancora nato/non ricordo» per mascherare la propria ignoranza; per la Rai, che dopo un’occasione mancata (leggi alla voce SanPa) realizza un contenitore utile, interessante e avvincente per il servizio pubblico, attingendo dal suo immenso archivio. «Nelle Teche Rai c’è tutto, perché la Rai è l’Italia. Il problema consiste nell’avere un’idea e andare a rovistare all’interno di questo pozzo senza fondo: serve qualcuno che metta in fila i pezzi, li colleghi, unisca i puntini e arrivi a un racconto».

E qui arriva l’intuizione di Parissone e dei suoi: «Volevamo ripensare l’uso della memoria durante il coronavirus, senza parlare di Covid-19 e selezionando una serie di storie che ci potessero riportare a ciò che stiamo vivendo oggi. La domanda iniziale è stata proprio, come può una serie non-fiction anticipare il passato? Oltre alla situazione attuale, ce ne sono altre in cui l’impensabile e l’inatteso hanno governato?». La vicenda di Giulio Regeni (online da oggi, presentata da Carlo Bonini di Repubblica) in tal senso è esemplare: «Se dovessimo riassumerla all’osso, la sua è la storia di un ragazzo brillante che arriva da un paesino sperduto della provincia friulana, bravissimo a scuola, talentuoso, che vince delle borse di studio, si fa notare e viene preso a Cambridge. Quindi decide di svolgere un dottorato su un segmento da un punto di vista sociologico parecchio interessante: i sindacati dei venditori ambulanti egiziani. Giulio Regeni è un ragazzo come tanti, a cui – una volta in Egitto – accade l’impensabile: viene scambiato per una spia e ucciso».

Ossi di seppia ha debuttato con una puntata dedicata al discusso metodo Di Bella: correva l’anno 1998 e la tormentata vicenda di cronaca sociale del discusso “venditore di false speranze” è ricordata da Rosy Bindi, l’allora Ministro della Sanità. «Non era nostra intenzione fare polemica. Piuttosto, ci interessava capire quando è nato il movimento no-vax in Italia. Quand’è che nascono i grillini? Quand’è che nasce una fazione che s’allontana dalla casta, che combatte il “sapere costituito” e i valori della medicina? Il caso Di Bella e le controversie a esso legate scatenano un movimento d’opinione trasversale la cui convinzione è “voi non ce la raccontate giusta, non ci state dicendo la verità, le grandi aziende farmaceutiche non vogliono si faccia sperimentazione”. Mischiando il vero con il verosimile, si originano deviazioni che diventano difficili da governare: tutta la diatriba sui vaccini non è affatto recente, siamo noi a essercene dimenticati».

Così come ci siamo dimenticati del disastro di Seveso, al centro di un ulteriore episodio, avvenuto il 10 luglio 1976 nell’azienda ICMESA di Meda, che causò la fuoriuscita e la dispersione di una nube tossica di diossina. «Nel repertorio Rai abbiamo rinvenuto una serie di interviste ad alcune signore di Seveso e Meda, che raccontavano di essere ossessionate dal lavarsi costantemente le mani, la faccia, gli occhi; che lasciavano sempre per precauzione le scarpe fuori dall’uscio; che pulivano l’ascensore, terrorizzate che un vicino avesse toccato qualcosa di nocivo. Ho visto delle immagini di uno speciale del Tg1 di oltre quarant’anni fa in cui i bambini studiavano chiusi in casa, perché le popolazioni dei comuni della Brianza più colpiti non sono potute uscire per tre, quattro mesi. Stiamo usando il passato per rileggere il presente: immaginiamo il passato e lo utilizziamo per capire sia cosa ci sta succedendo, sia cosa ci potrà accadere».

Luigi Di Bella e l’allora Ministro della Sanità Rosy Bindi, al centro della prima puntata di ‘Ossi di seppia’. Foto: Ansa/42° Parallelo

Consci che, spesso, la realtà è in grado di superare qualsiasi film e qualsiasi fiction, come nel caso della slavina di Rigopiano del gennaio 2017, rievocata da Giampiero Parete, il cuoco pescarese sopravvissuto alla tragedia. «C’è lo sciame sismico; c’è un hotel di lusso costruito in un posto dove non avrebbe dovuto essere; c’è l’inevitabile catena di avvenimenti messa in moto dallo sciame sismico. Quest’ultimo produce una leggerissima slavina, che dopo un po’ diventa una valanga, che si stacca quando arriva la terza scossa e ricopre completamente l’hotel, che non doveva trovarsi lì. Parete dà per primo l’allarme al 118, non viene creduto e i soccorsi partono dopo parecchie ore, ma ora siamo già su un altro piano: il tema è che l’uomo ha costruito laddove non doveva, quindi da Rigopiano torniamo a Fukushima, passando per Seveso, Černobyl’… una galleria degli orrori».

Il titolo Ossi di seppia è un chiaro omaggio a Eugenio Montale: «Gli ossi di seppia vengono restituiti dal mare scarnificati, gettati sulla spiaggia come detriti, relitti, e Montale ne coglie la forza evocativa. Perciò la nostra serie tv è anche una medicina audiovisiva contro la perdita della memoria collettiva». Una memoria che tende a dimenticare personaggi che sembrano spaventosamente attuali, come Carlo Urbani, «il capo dell’unità di emergenza dell’OMS, che nel 2003 è il primo medico a identificare la SARS. Viene inviato d’urgenza a rintracciare il paziente zero, e gli ultimi mesi della sua vita sono una specie di thriller: lo trova a Hong Kong, comincia a seguirlo clinicamente e si rende conto della pericolosità della malattia. Nelle mail e nei rapporti all’OMS, Urbani descriveva per filo e per segno le criticità, i sintomi, le avvisaglie e i segnali di una pandemia di tale portata: com’è possibile che, diciassette anni dopo, a Ginevra abbiano totalmente ignorato questi rapporti? Viene spontaneo porsi delle domande che risultano inquietanti: le cose succedono, ma noi non impariamo mai nulla», conclude Parissone.

Tornano in mente i corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico, lontana reminiscenza liceale: per il filosofo napoletano gli accadimenti si ripetevano con le stesse modalità a distanza di tempo in base a un preciso disegno della divina provvidenza, che oggi sappiamo invece essere – nella maggioranza dei casi – nostra pura ignoranza e sciatteria. Forse, a ben vedere, era meglio la divina provvidenza.