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Nino Frassica: «Scendi il cane? Fa parte di una “gamba” di neologismi»

Dopo lo scivolone dell'Accademia della Crusca, abbiamo chiesto al conduttore del "Programmone" di Radio 2 un parere sull'uso transitivo dei verbi di moto: "Ma l’importante è che si capisca. Tutto il resto sono solo canzonette"

Nino Frassica - foto dal profilo Facebook ufficiale

Nino Frassica - foto dal profilo Facebook ufficiale

«L’importante è che si capisca». Nino Frassica riassume nel modo migliore di tutti il polverone scatenato nei giorni scorsi dal presunto sdoganamento dell’uso transitivo dei verbi di moto. Ore in cui in molti avevano dato per certo l’inserimento nei sussidiari di espressioni come “scendi il cane”, “piscia il bambino” (era così?), ma sopratutto “arrabbia il gatto” (che gioca con la buccia e gira in tondo – ci manchi Valeria Rossi).

Come però spesso accade in tempo di FaKe News!1!, nessuno ci aveva capito un cazzo, fino all’intervento del Presidente della Crusca, Claudio Marazzini: «Si guardava con simpatia a una spinta innovativa che trasferisce un modo di dire popolare, accettandola nell’eccezione della quotidianità e delle situazioni familiari. Naturalmente se viene trasportato nella grammatica della scuola nascono dei problemi perché l’insegnante sarà comunque chiamato a correggere quelle forme nell’italiano scritto e formale».

Nella pratica quindi, non è cambiato nulla. Se volete parlare così bene, ma è meglio se lo fate in casa, magari da soli, perché no al buio. Tutto questo a meno che non siate Nino Frassica, vero e luminare in tema di supercazzoloni che, per dirlo alla sua, vanta una vastissima “gamba di neologismi”. E proprio a lui abbiamo chiesto un parere sulla vicenda.

Nino, che hai pensato quando hai letto la notizia?
Non mi sono meravigliato più di tanto, nel dialetto lo usiamo sempre. Dovevano anche fare l’esempio di “nesci”. Tipo “nesci i soldi”.

Il Presidente poi però ha rettificato…
Sì, ma l’ho comunque visto come un segnale d’apertura. La rigidità va usata solo quando si cambia il significato della frase. Se non cambia, si può essere malleabili.

Quale dovrebbe essere il prossimo passo dell’Accademia, per avvicinarsi di più a noi creativi della parola?
Meno severità. A volte le persone scelgono di dire qualcosa di sbagliato perché arriva meglio, è più immediato. C’è un colore in più in quella espressione. L’importante è che si capisca. Tutto il resto sono solo canzonette.

Negli anni ci siamo abbastanza abituati, basta pensare alle frasi di alcuni politici. Tra le mie preferite c’è “sarò breve e circonciso”, pronunciata alla Camera da Davide Trepiede. Lì però c’era il tuo zampino, confessa.
Questa è proprio battuta da cabaret. L’avevo utilizzata a Quelli della notte, ma l’aveva utilizzata anche Totò e forse pure Diego (Abatantuono, ndr).

È un capolavoro, in effetti.
Eccome. Ma l’ha scritto o l’ha detto a voce?

A voce.
Concediamogliela, a voce è più facile sbagliare.

Matteo Salvini una volta ha detto che “migrante” è il gerundio di “migrare”.
Azz, questa è più grave.

C’erano anche “Romolo e Remolo”, di quando Silvio Berlusconi era in forma. Ce n’è una che quando l’hai sentita, ti sei detto: “Questa dovevo pensarla io”?
Moltissime. Su tutte “Io non ci credo, sono incredibile”. Tantissime le sento per strada e poi le utilizzo.

La fonte migliore restano sempre le persone comuni?
Assolutamente. Quando le creo da zero, alla fine suonano sempre come artificiose. Quelle che invece senti per strada sono stupende, cotte e mangiate.

Qual è la tua espressione che, secondo te, è entrata di più nel linguaggio degli italiani?
“È uguaglio”. Senza dubbio. È stata la prima a diventare un tormentone.

Certo che, dopo tutte queste perle che ci hai regalato, una laurea ad honorem te la meriteresti pure tu.
E certo, sì. Dobbiamo studiare qualcosa.

Ora che Lino Banfi è membro della commissione italiana all’Unesco, tutto può succedere.
C’è sta moda che quando qualcuno è famoso devono dargli una carica. È molto discutibile. È un po’ quello che succede in televisione con gli opinionisti. Arrivano e devono parlare di tutto. Magari chiamano una che fa la modella e la fanno parlare di aborto, di leggi, di migranti. Ma quella fa la modella.

Sarebbe meglio parlasse di come si sfila?
Esatto. A me piace parlare di cose che conosco bene, altrimenti sono uno come tanti. E non è giusto che io dica la mia in assenza di un esperto. Le facce note funzionano di più, ma ci dimentichiamo gli esperti. Anche io ho incontrato ragazzi, nelle scuole, per parlare di improvvisazione e recitazione. Se si parla di disinfestazione, per dire, non me ne intendo.

Gli esperti non ci sono più?
Non li chiamano più, che è diverso. L’ostetrico non cura le tonsille.

Chiaro. Ultima domanda, tu hai un cane?
No, due gatti.

Quindi non scendi per pisciarli.
No, no. Hanno la lettiera.

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