Nell’universo di ‘Eclissi’, il podcast di Pietro Turano | Rolling Stone Italia
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Nell’universo di ‘Eclissi’, il podcast di Pietro Turano

Storie di riscatto di sei persone LGTBQ+, vite vere e comuni, raccontate anche dalla voce dei protagonisti. Che possono, finalmente, auto rappresentarsi. È il progetto che unisce al meglio le due anime dell'attore e attivista

Foto: Luigi Lista


Prima di essere un podcast, Eclissi è un’idea culturale e politica nel senso migliore del termine, un mondo allo stesso tempo iper terreno e immaginifico, un viaggio – ora più che mai essenziale – nelle storie di riscatto di sei persone LGTBQ+, di età e provenienze diverse, ma tutte ugualmente imprigionate in un’ombra, prima di poter far emergere finalmente la luce. L’anima di tutto questo è Pietro Turano, il mitico Filippo Sava di SKAM Italia, certo, ma anche il portavoce di Gay Center. E, soprattutto, una delle persone più brillanti e sensibili che conosca. Ecco perché una chiacchierata con lui per l’uscita (dal 19 novembre su tutte le piattaforme, un episodio a settimana per sei settimane) di questo bellissimo progetto (a cura di Maddalena Rinaldo per Cross Productions), diventa un’occasione imperdibile di confronto e riflessione. L’intervista è lunga, ma giuro che ne vale la pena. Per quello che dice Pietro.

Credo che questo podcast unisca al meglio le tue due anime, quella da attore e quella da attivista.
Sì. Da una parte c’è proprio il desiderio di riuscire a portare avanti quanto più possibile le due cose insieme, fare in modo che l’impegno politico e sociale possa entrare in quello che faccio da un punto di vista lavorativo come attore o simili. Dall’altra però c’è anche un vero e proprio progetto culturale con una connotazione fortemente politica, in quello che mi piacerebbe fare da qui in avanti: riuscire a costruire dei percorsi dove sia possibile rappresentare tutti quei temi, tutte quelle persone che si sentono raramente rappresentate o, ancora di più, che hanno meno opportunità di rappresentarsi. Perché poi anche quando i “sistemi” capiscono che c’è una domanda rispetto a degli argomenti, avviene sempre una sorta di appropriazione culturale. In risposta l’offerta viene prodotta, ma le persone di cui parliamo poi hanno l’opportunità di occupare quegli spazi? Eclissi è un primo tentativo: non c’era l’intenzione di intervistare qualcuno di già noto, ma quella di partire da vite vere e comuni, che potrebbero appartenere a chiunque, per raccontare quelle storie e fare in modo che le persone possano parlare per loro stesse. E quindi passare il microfono, sfruttare il privilegio dell’opportunità che ho avuto di scrivere un podcast – e in generale della visibilità che ho –, per lasciare a loro questa possibilità.

Che è un po’ il secondo ordine dei problemi nella rappresentazione, no?
Esatto, c’è il problema della sotto rappresentazione, ma anche quello più importante della possibilità di auto rappresentarsi, quindi parlare per sé e contribuire alla pluralità delle voci, perché altrimenti magari quelle storie vengono raccontate, ma dalle stesse persone che hanno sempre avuto l’opportunità di farlo.

Quando hai capito che c’era un profondo bisogno di sentire queste storie, come dici giustamente tu, auto rappresentate?
Nel mio l’impegno da attivista ho sempre riconosciuto la necessità di portarle “fuori”, perché ogni giorno conosco persone nuove e da dieci anni continuo a sorprendermi: le vicende sono tutte diverse e, soprattutto, le emozioni sono sempre vissute in prima persona e sono sempre genuine. Puoi sentirne mille di simili, ma per chi racconta è la prima volta. Molto spesso però chi si rivolge alle associazioni di ascolto e di supporto sta vivendo un momento complicato e quindi ha solo bisogno di protezione. E noi la garantiamo.

Ecco, immagino che in questo senso la scelta della forma podcast abbia aiutato…
Il podcast in questo ti viene incontro, perché crea meno problemi legati alla visibilità, manca la parte video, ci si sente più tutelati a parlarne soltanto a voce. E poi è un media super affascinante per me, che invece sono abituato a tanta immagine, a volte anche senza la parole. Mi stimolava l’idea di provare a lavorare solo sull’ascolto: partire da un ascolto mio nei loro confronti, per poi trasformarlo in un prodotto che anche le altre persone possono ascoltare. Con questo progetto volevamo anche andare un passetto più avanti: conoscere la parte drammatica, ma anche capire come queste persone si sono liberate da quei regimi di invisibilità, da quei contesti di violenza. E, quando l’hanno fatto, in che modo, a chi hanno chiesto aiuto, se sono stati soli e sole.

Quanto diventa più importante questo progetto alla luce di quello che è successo con il DDL Zan?
Importantissimo. Perché ho notato che, al di là dei giochetti politici, – e quindi della parte un po’ più becera e brutta della politica –, a livello proprio di popolazione culturale e sociale, tanta paura nei confronti di questo disegno di legge era prodotta dalle fake news, che funzionano parecchio. Se tu fermi qualcuno per strada e gli chiedi cosa pensa del DDL, cosa non gli piace, ti dice cose che non sono mai state previste. E questo perché non sono state raccontate le storie reali delle persone. In tv ne parlavano sempre, perché sapevano che faceva dibattito però a intervenire erano sempre le stesse persone, quasi mai della comunità, quasi mai coinvolte o attive in quel senso. O comunque, anche quando capitava, erano sempre le stesse due, come Vladimir, ad esempio, che è bravissima. Lo stesso Zan è stato chiamato un paio di volte in televisione, a notte fonda. Ne parlavano gli opinionisti, i giornalisti, sempre da un punto di vista molto superficiale. Invece bisogna ascoltare le storie e capire la specificità di quello che vivono le persone, perché non è sempre e solo uno che te mena o la famiglia che te caccia di casa, c’è anche quello, ma pure lì va vista la situazione. Spesso è anche percepirti in un mondo che non ti riconosce, non riconoscerti nel mondo dove vivi. Vedi Orfeo, il protagonista della nostra prima puntata: nessuno gli ha fatto nulla, nessuno lo ha violentato in nessun senso. Eppure abbiamo davanti la vicenda di una persona che per tutta la vita si è negata la possibilità di vivere quello che già sapeva di essere.

L’artwork-cover del podcast


Oltre a questo concetto di uscire dal buio per arrivare alla luce, ci sono altre cose che accomunano le persone che hai incontrato, magari schemi che si ripetono nelle vicende?
C’è una cosa che mi ha sorpreso tanto: trovare elementi comuni ma in posizioni totalmente opposte. Per esempio, per alcune persone la famiglia è stato un luogo di violenza, di discriminazione, per altre rappresenta l’unico posto sicuro in cui ripararsi e difendersi dal mondo esterno. Per alcune persone gli amici sono stati una delusione, per altre quelli che hanno salvato loro la vita. Razionalmente lo sapevo già, ma lavorando al progetto mi sono proprio reso conto di come la discriminazione, l’emarginazione, l’invisibilità che gli altri esercitano su di te non siano nemici riconoscibili, individuabili, non sai mai dove aspettarteli, sotto quale forma, se in maniera evidente e palese oppure subdola. E, al di là di come poi ogni protagonista abbia trovato la soluzione, il punto di partenza è sempre stato una scintilla che è nata dentro di loro (e questo ha a che fare anche con l’immagine dell’eclissi, dei pianeti ecc.) e che li ha spinti a dire: “La mia vita la devo prendere in mano io”. E poi c’è chi ha chiesto aiuto ai servizi, chi ha trovato appoggio negli amici, chi in una storia d’amore… Ma tutto scaturisce da una scoperta nella solitudine. Per questo dico sempre anche che la solitudine è un grande comune denominatore di tutte le persone LGBTQ+: la consapevolezza, la scelta di non rinunciare più a se stessi nasce sempre da un momento di solitudine in cui si pensa di essere gli unici al mondo, in cui ci si sente completamente soli e sole. E qui inizia il cammino di luce, che però è una luce che si accende sempre dentro.

E poi la metafora dell’eclissi.
Abbiamo sempre questa idea di dover zoomare, avvicinarci al dettaglio del problema per capirlo meglio, quando invece a volte bisogna allargare la visuale, vedere di più il contesto. E quindi aprire a questo immaginario vastissimo dell’universo, dei pianeti che si muovono secondo precise logiche e regole, ma anche azioni sorprendenti, inattese, paradossalmente aiuta la comprensione di cose che invece sono molto specifiche, individuali, esperienze di una sola persona che riverberano poi nelle altre. C’era un po’ questa intenzione, di allargare per comprendere meglio il microcosmo.

La storia di Orfeo e il dialogo tra voi sono potentissimi, anche per alcune espressioni molto forti che usate, come “i sommersi che derivano dalla repressione” o “il passaporto dell’etoresessualità”. È un podcast, certo, ma è fatto anche di immagini.
Sì, tipo “le scarpe al contrario”. Mi fa piacere che tu lo dica, era in parte questo il gioco: costruire quelle immagini, un po’ come quando leggi un libro e per te le persone sulla pagina hanno non una faccia, le case un certo look. Il bello di quello che è scritto o detto anche attraverso la musica in questo caso, gli effetti sonori.

La costruzione dell’universo musicale è notevole, dà una dimensione epica al racconto. Ed è anche raro per un podcast avere musiche originali di questo livello. Come ci avete lavorato con Umberto Gaudino?
Ci ha sorpreso molto il suo lavoro in generale, perché è cinematografico, i pezzi sembrano colonne sonore. Ci era molto chiara una cosa: non volevamo tappeti musicali sotto le parole giusto per, ma il nostro obiettivo era quello di costruire un immaginario e portare con noi le persone in sei viaggi. Volevamo condurre la gente in una dimensione altra, per questo non volevamo semplicemente un’intervista, ma qualcosa di immaginifico, evocativo, che ti catapultasse un mondo con quei pianeti, quelle metafore, quei personaggi. Per questo era necessario che la musica fosse un elemento assolutamente narrativo tanto quanto la voce narrante o quella dei protagonisti. E quindi che aggiungesse, smorzasse, creasse contrasto, sottolineasse, che fosse proprio una scrittura, parte del lavoro d’autore. E infatti abbiamo avuto la fortuna di incontrare un compositore come Umberto.

E qui inserisco anche le parole di Umberto Gaudino, che mi sembrano altrettanto fondamentali per capire il lavoro pazzesco che è stato fatto sul suono.
«Quando Pietro mi ha proposto di collaborare a Eclissi stavo lavorando alla stesura dei brani del mio primo album. Il sound e l’atmosfera musicale che stavo ricercando sembravano perfettamente in sintonia con le storie raccontate, per le quali, per ragioni prima di tutto personali, ho provato una forte empatia. Il contenuto emotivo delle storie è stato un eccezionale motore per la mia creazione. Ho composto un brano/tema principale per ogni personaggio, cercando di valorizzare le differenze tra ognuno di essi. Fin dal principio l’idea discussa con Pietro era che la musica potesse raccontare il viaggio di protagonisti che partivano da una situazione di chiusura, sconforto e altre emozioni negative per arrivare, attraverso un percorso di crescita, ad una maggiore consapevolezza di sé, trovando la sicurezza di mostrarsi al mondo senza filtri. La musica doveva raccontare il climax di questi personaggi, per questo motivo ho scelto di scomporre ogni singolo brano in piccole cellule musicali collocate in punti strategici della narrazione in modo analogo a quanto accade con le colonne sonore di film e di serie, così che potessero contribuire a creare il crescendo emotivo-musicale necessario a supportare l’esplosione finale, nella quale i protagonisti, e i brani con loro, possono finalmente brillare».

Orfeo ha 72 anni, nel suo racconto ci sono vari riferimenti ai suoi tempi e all’oggi. Perché hai deciso di iniziare il podcast con la puntata dedicata a lui?
Nel corso della storia cambiano gli strumenti, ma le dinamiche, se non scardini le basi culturali, si replicano sempre. E poi sentirai in altre storie anche come le eclissi si continuano a ripetere. Tipo: se incontri una persona che ha ancora quei problemi che tu hai già superato e però vuoi costruirci una vita insieme? Che fai? È interessante ascoltare anche storie che vengono dal passato per riconoscere gli elementi comuni che con sorpresa ti fanno rendere conto di come ti puoi riconoscere nella vicenda di Orfeo. E poi, perché proprio lui? Perché tu senti il racconto di un’Italia di 20, 30, 40 anni fa e pensi che sia tutto cambiato. Poi però, nello stesso podcast, ascolti storie di persone di 18 anni e ti rendi conto che vengono spiegate situazioni che sembrano appartenere al Medioevo. Nella seconda puntata una persona molto più giovane di Orfeo racconta fatti avvenuti qualche anno fa che non pensi possano appartenere nemmeno al tempo di Orfeo. L’idea era quella di partire con qualcosa di un po’ inaspettato, ma che rimarrà poi come termine di paragone per i successivi episodi.

É cambiato qualcosa in te dopo questo progetto, dopo aver sentito quelle storie, dopo averle raccontate in quel modo?
Vorrei ricominciare subito, vorrei incontrarne altre mille di quelle persone. Anche se ne vedo tante in associazione, questa modalità è completamente diversa. Desiderano fortemente mettere insieme i pezzi per costruire un discorso e donartelo, entri a contatto con una generosità incredibile che ti mette davvero nella condizione di stare solo in ascolto. E poi di tornare a casa arricchitissimo da esperienze umane pazzesche e di riflettere tantissimo. Per me, per noi, anche per Dante Antonelli con il quale ho scritto il podcast, i racconti e poi la successiva scelta dei pezzetti da inserire sono stati dei pretesti per ragionare su dinamiche culturali. Anche in Orfeo si aprono delle parentesi per raccontare pezzi di storia della comunità, dei temi, come quello della pornografia, sono modi anche per riflettere su questioni su cui non ti fermi mai a pensare.

Che effetto avrà secondo te Eclissi del discorso della rappresentazione?
Può essere un’occasione per tante persone di riconoscersi in storie comuni, che spesso invece vengono raccontate per conto di altri, in maniera edulcorata, poco terrena. Poi noi in realtà proponiamo un viaggio nei pianeti, ma le vicende sono iper terrene, umanissime. Quando ero piccolo non esisteva il racconto di quello che oggi sento di essere, non te lo diceva la famiglia, non te lo diceva la scuola, non c’erano persone così, racconti così. C’erano cose molte stereotipate per fare colore, senza umanità, senza profondità, invece queste sono le persone che vivono la vita tutti i giorni: siamo noi, le nostre colleghe, i nostri colleghi, i nostri parenti. E quindi io spero che tanti giovani e adulti possano prendersi un momento per riflettere sulle loro vite, riconoscersi in quelle di altre persone, anche apparentemente diversissime. E sapere non solo che ci possiamo prendere lo spazio per raccontarci, ma anche che ci sarà sempre qualcuno che ne beneficerà.

Tu nella vita hai vissuto un’eclissi come quelle che racconti?
Io sento di entrare e uscire continuamente dalle eclissi, e penso che questo per qualche ragione riguardi chiunque in qualche misura. Ci sono dei continui tentativi di mettere in ombra o in cattiva luce delle persone sfruttando quelli che per la società sono punti deboli. Il fatto di essere gay determina sempre dei tentativi di eclissarti, perché sono apparentemente punti deboli funzionali a un certo tipo di operazione per metterti in secondo piano, per non riconoscerti piena dignità. A me è successo quando ero più piccolo: sono cresciuto in un contesto mega privilegiato in questo senso, ho fatto coming out presto con la famiglia, ho avuto sempre più o meno supporto, con tutte le difficoltà dell’ignoranza delle persone che mi stavano accanto e non avevano gli strumenti per darmi una mano, però comunque tutta la buona volontà. E poi a un certo punto, ho subito un attacco. Ero rappresentante di istituto, mi trovo una scritta fuori da scuola: “Frocio dimettiti”, con una croce celtica. A ferirmi non fu soltanto l’insulto, ma il tentativo di affermare che io non meritassi quel ruolo, una carica istituzionale per cui mi aveva votato la comunità studentesca, per il fatto di essere “frocio”. Era questo che proprio non riuscivo ad accettare. E lì ho capito che però il privilegio, se consapevolizzato, è un’occasione per aprire dei varchi. Questo è il motivo per cui nel podcast ho voluto far parlare persone che prima non conoscevo e che oggi invece hanno la possibilità di raccontarsi e far sentire capite un sacco di altre persone. Non aveva senso per me sfruttare una possibilità di visibilità per raccontare la mia storia, volevo che fosse l’occasione per raccontare la storia di chi quello spazio non l’avrebbe mai avuto.

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