Foto: Stefania Rosini

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Nell’occhio del narcotraffico

Dal romanzo-inchiesta di Saviano, Stefano Sollima firma la sua serie più internazionale: uno sguardo dall'interno sul mondo della cocaina, dove però non 'pippa' nessuno. Tra il tocco da gangster-sceneggiata e il post-rock dei Mogwai, la cifra del nostro autore più action diventa sempre più inconfondibile

A dispetto dell’idea che adesso “vive a Hollywood” e in giro non si vede più, Stefano Sollima sta già montando il suo prossimo film a Roma nel quartiere Delle Vittorie – televisionari, avvocati – dov’è nato, è cresciuto e ha frequentato il collegio quando suo padre Sergio che, come si sa, faceva il regista non lo portava con sé sui set di Sandokan in India o del Corsaro nero in Colombia. Ha fatto così anche per Soldado, ed è andata discretamente bene. Ora è il turno di Without Remorse, tratto da un bestseller di Tom Clancy, di cui sapremo al momento giusto. 54 anni, occhi azzurrissimi, un’aria di riservata e gentile timidezza, Sollima affronta la giornata di interviste per ZeroZeroZero con pazienza e un bel po’ di sigarette, fumate a scadenza fissa sulle terrazze del grande albergo dove ci incontriamo. Pensavo che Hollywood ti avesse fatto passare il vizio, lo saluto. «Lo sai come sono gli americani?», sorride. «Chiedi se c’è un posto dove andare a fumare e ti guardano malissimo, poi dopo un po’ si avvicina qualcuno che ti offre un dollaro se gli dai una sigaretta».

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‘ZeroZeroZero’ sulla digital cover di ‘Rolling Stone’. Foto: Rosa Hadit


Esperto di cinema di genere per averlo respirato in famiglia, e con una rara capacità di girare storie dove tutto accade sotto gli occhi degli spettatori e poco o niente resta da spiegare, Stefano è stato uno degli inventori delle nuove serie tv italiane, che sono, si può dire, un genere nel genere. Azione, crudeltà, onore, brutalismo architettonico e dell’anima, machiavellismi e inseguimenti con un tocco di sceneggiata. La contemporaneità scassata e il nostro eterno barocco. Caravaggio, Pasolini. Ottimo per l’export. Prima Romanzo criminale, poi le prime due stagioni di Gomorra. Adesso ZeroZeroZero, la serie Sky Original prodotta da Cattleya, di cui è creatore (con Leonardo Fasoli e Mauricio Katz) e regista, in onda dal 14 febbraio su Sky Atlantic e in streaming su NOW TV (disponibile anche on demand su Sky).

Ancora Roberto Saviano, il libro che fu l’atteso seguito di Gomorra ma sette anni dopo e con in mezzo il trauma della vita sotto scorta e un metodo di lavoro tutto da reinventare. Allora, in quasi 500 pagine, lo scrittore napoletano esasperava l’idea di “non-fiction narrativa” con la quale aveva esplorato le periferie della sua città. Allargava il campo da un quartiere al mondo, posando le parole della letteratura sui casi di cronaca e i faldoni della giustizia, con un accumulo di nomi e notizie ai limiti dell’ossessione. Scrivere di cocaina è come farne uso, ha lasciato scritto in qualche introduzione. «Il libro di Roberto era una gigantesca inchiesta sul narcotraffico, ma dal punto di vista pratico poco utilizzabile», spiega Sollima. «Raccontava tanti mondi diversi che andavano collegati, e la nostra prima idea è stata quella di unirli attraverso un viaggio da un continente all’altro: una nave porta-container parte da New Orleans e va verso la Calabria, passando per il Senegal e il Marocco…».

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Stefano Sollima durante le riprese della serie. Foto: Stefania Rosini

Saviano figura tra i produttori esecutivi di ZeroZeroZero. Tra i responsabili della riscrittura troviamo (come da titoli) lo stesso Sollima, lo sceneggiatore Leonardo Fasoli (Gomorra e un’altra dozzina di mafia movie per la tv), il messicano Mauricio Katz e molti altri nomi familiari delle serie Sky. Nei vecchi spaghetti western la posta in gioco era quasi sempre un carico d’oro o di armi. Qui, dentro i container, in fondo alle latte di peperoncino tipico, ci sono 5000 chili di cocaina spediti dai narcos messicani ai clan della ’ndrangheta calabrese sulla nave di una compagnia di New Orleans. “Broker” e complici questi ultimi, sì, ma con una facciata rispettabile. La famiglia Lynwood: il vecchio padre (Gabriel Byrne), una figlia e un figlio. «Normalmente si associa la cocaina al consumatore, oppure ai pusher di periferia», continua Sollima. «Ma non è soltanto così. L’economia del pianeta è condizionata pesantemente dai ricavi del narcotraffico, e questo è un altro aspetto che mi aveva colpito. I Lynwood sono una famiglia rispettata, hanno un’impresa commerciale autorizzata, ma quel singolo trasporto che fanno una volta l’anno vale tutta la loro attività legale».

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Andrea Riseborough e Dane DeHaan sul set. Foto: Stefania Rosini

Colletti bianchi? Anche. Secondo la grammatica familiare delle serie tv, la figlia Emma (Andrea Riseborough) ha sacrificato tutto all’azienda di famiglia, mentre il figlio Chris (Dane DeHaan) attende l’arrivo della malattia degenerativa che gli ha già portato via la madre. ZeroZeroZero è una serie sulla cocaina dove non pippa nessuno. «Penso si veda due volte in tutto», sorride Sollima. «Invece raccontiamo gli effetti del traffico sulle realtà sociali ed economiche del pianeta. Da una parte, hai un’organizzazione criminale come la ’ndrangheta, che è nuova ma classica dal punto di vista della narrazione cinematografica. Dall’altra, per mettere in scena i Paesi sudamericani che sono i principali produttori ed esportatori di cocaina, ci siamo ispirati alla storia degli Zetas, un gruppo di militari messicani dedicato al contrasto al narcotraffico che, frustrato dalla mancanza di mezzi, dalla scarsa volontà politica e dalla gigantesca forza economica del nemico, decide di diventare un clan di narcotrafficanti».

Quella degli Zetas è una parabola che racconta bene il fallimento della guerra alla droga, osserva ancora il regista. Chiedo a Sollima se condivide le dichiarazioni fatte da Roberto Saviano dopo la proiezione di ZeroZeroZero all’ultima Mostra di Venezia: «La cocaina va legalizzata», disse lo scrittore, «per chiudere i pozzi di petrolio delle organizzazioni criminali». Se, insomma, ZeroZeroZero possa dirsi una serie antiproibizionista. «Io non credo che un autore debba portare soluzioni o messaggi. Un film fatto bene deve suggerirti delle domande possibilmente intelligenti», risponde cauto, lui che pure in questi anni s’è occupato unicamente di temi dirompenti nel dibattito politico nazionale: il G8, la banda della Magliana, la camorra. Cautela tutt’altro che diplomatica, segno anzi di profonda lucidità estetica. «La serie si chieda un’altra cosa: se il contrasto al narcotraffico non sia soltanto di facciata, e quanto potremmo farne a meno davvero».

Ma dovremo entrare nella testa di Manuel Contreras (Harold Torres), sergente di una squadra speciale antidroga dell’esercito messicano che ascolta nelle cuffiette i sermoni di un predicatore evangelico mentre i suoi ragazzi dispensano torture e violenze inenarrabili, per arrivare alle conseguenze estreme di questo paradosso. «Una cosa che non faccio mai è giudicare i miei personaggi o il mondo che rappresento. Sto letteralmente un passo indietro, sempre», commenta ora Sollima. «Trovo molto più interessante affidare a ogni personaggio il compito di mostrarsi nella propria ambiguità».

Zero zero zero foto di scena

Foto: Rosa Hadit

Del resto, il libro di Saviano era anche un’indagine sulla crudeltà umana, un’antropologia del potere e della solitudine del potere, un viaggio nel nero più nero del fascismo profondo che seguiva il lato barocco del lavoro dello scrittore, rimproverato spesso per la sua fascinazione nei confronti di Céline o Curzio Malaparte. Nel cinema di Sollima – che pure ha in curriculum una formazione da cameraman di guerra, Gerusalemme nei giorni della guerra del Golfo e Timișoara dopo la caduta di Ceaușescu – questa antropologia negativa, la ricerca del limite umano, si scioglie piuttosto nello spettacolo dei movimenti di macchina, nel balletto degli inseguimenti, nei colori accesi iperreali, nel gusto per la battuta sopra le righe e nell’uso del post-rock che allarga i confini di ogni immagine.

«Io non uso mai la musica per commentare l’azione», spiega. «Cerco sempre di mostrare lo stato d’animo del personaggio, la sua musica interiore, se vuoi». Starei per ripetere che tutto questo era già negli spaghetti western di suo padre e degli altri grandi registi di quella generazione, ma non sarebbe nemmeno giusto. I Mogwai, all’epoca, non c’erano. Dopo la collaborazione in Gomorra coi loro allievi romani Mokadelic e in Suburra (ma solo il film) coi francesi M83, in ZeroZeroZero Sollima realizza un vecchio sogno di fan e lavora finalmente con i maestri del genere: «I Mogwai li seguo da decenni. Non hanno fatto molte colonne sonore: Revenant, Zidane… Sono una band rock, quindi non proprio dei compositori per il cinema, ma per questo più interessanti. Li ho contattati mentre ero in Messico a fare dei sopralluoghi. Incredibile, erano in Messico anche loro in tournée, così ci siamo incontrati subito». Ti conoscevano? «Avevano visto Gomorra e sapevano anche di Soldado, dove avevo lavorato con Hildur Guðnadóttir (la compositrice islandese neovincitrice dell’Oscar per la colonna sonora di Joker, ndr). Insomma, è stata una bella collaborazione». L’uso della musica, il ronzio elettrico del post-rock che lavora dentro e sotto l’immagine, è uno dei punti fermi del cinema di Sollima – o quel che resta di un’autorialità possibile in quelle macchine complesse che sono le serie tv.

Un altro dei temi ricorrenti nei suoi racconti è il passaggio generazionale, il rapporto tra padri e figli, la crudeltà dei legami di sangue in genere. «È un motore emotivo», osserva. «Il figlio che deve scrollarsi di dosso l’eredità del padre è qualcosa che fa parte del processo di crescita degli esseri umani, perciò rende più “empatizzabili” i personaggi».
Torna anche in ZeroZeroZero la sceneggiata esplosiva dei Ciro, dei Genny e dei Don Pietro per cui abbiamo tifato e tremato in Gomorra. Soprattutto nella parte calabrese del racconto, animata dalla rivalità tra il vecchio boss Don Minu (Adriano Chiaramida), latitante in Aspromonte, e suo nipote Stefano (Giuseppe De Domenico), giovane, intraprendente e crudele. Gli attori sono entrambi siciliani e molto bravi: «Siamo pieni di grandi attori che aspettano soltanto l’occasione di uscire fuori», annota il regista. I luoghi invece, come sempre nei lavori di Sollima, sono veri. I panorami vertiginosi dell’Aspromonte, le stradine solcate dai suv neri luccicanti (la macchine che sembrano racchiudere dietro i vetri oscurati i segreti di tutto il pianeta), la chiesa della Madonna di Polsi dov’è stata ricostruita una grande processione all’inizio della prima puntata. Per molto tempo, in effetti, la chiesa è stata uno dei luoghi di incontro dei capoclan della ’ndrangheta. Al porto di Gioia Tauro, location finale della serie, le riprese invece non sono state autorizzate.

Qualcuno ricorderà l’attacco del libro di Saviano, che riscriveva (o reinventava, chissà) il discorso di un vecchio boss calabrese registrato da un informatore della polizia. A partire da questo discorso, recitato con le stesse parole, la serie trova il suo ritmo e la sua cifra: un continuo gioco di specchi e rimandi tra ciò che ci è familiare del mondo e degli uomini e ciò che invece ci appare spaventoso e disumano. Leggiamo Saviano: «Si deve vivere per se stessi. È per se stessi che bisogna saper essere rispettati e poi rispettare (…). Il rispetto lo conquista chi può darvi qualcosa, lo perde chi è inutile (…). Quando non servite più, siete considerati come basura». Immondizia. «Le regole dell’onore e del rispetto sono comuni a tutte le società e sono ferree. Cambiano solo le poste in gioco e quello che rischi», dice infine Sollima. «Anche un mondo che si muove secondo linee così diverse dalla morale comune ha bisogno delle sue regole».

Zero zero zero foto di scena

Foto: Rosa Hadit