Foto: Heather Hazzan per 'Rolling Stone'

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Natasha Lyonne ha sconfitto i suoi demoni

Conversazione sui massimi sistemi con l'attrice, sceneggiatrice e regista di 'Russian Doll', a New York per girare la seconda stagione della serie Netflix. Tra una scorpacciata di pieroghi e una passeggiata nell'East Village

«Credo di non essere più andata in bagno da Veselka dagli anni ’90, ma sono pronta a farlo», annuncia Natasha Lyonne appena arriva in questo ristorantino ucraino dell’East Village in una sera di dicembre, contornata dalla sua aura di ricci rossi e fumo di sigaretta. Fa subito dietrofront, si mette in fila alla toilette come fosse una tipa qualunque e torna da me dicendo: «Allora, non è cambiato per niente. Questo è il mio reportage dal bagno di Veselka. Tremendo come un tempo. Ma sono certa che pure i blinis saranno buoni come allora». Ordina otto pieroghi da una seriosissima cameriera dall’aria tipicamente Est-europea, con indosso un assurdo maglione natalizio e con una ancor più assurda protuberanza paillettata che le spunta dalla testa. «Look pazzesco. 10 punti su 10», osserva Lyonne. «Ha della salsa di mele?». Quindi si lascia andare sulla sua sedia e, sbrigati i bisogni primari, si prepara ad andare fino in fondo. «Essere una persona è una gran bella menata, non trovi? Il senso della vita, e il peccato che ci portiamo dietro…», dice con un’alzata di spalle. «Ok: parliamone».

Sono questi i temi – insieme alla fisica quantistica, alle dipendenze, alla morte, alla rinascita, alla nostalgia, ai traumi infantili, alla religione, all’invecchiamento, al disturbo mentale e all’eterno, inquietante ritorno di quello che siamo stati in passato – che Lyonne scandaglia nell’acclamatissima serie Netflix Russian Doll, da lei prodotta, diretta e interpretata. E di cui sta preparando la seconda stagione, motivo per cui è tornata nella sua città natale: New York. È arrivata questa mattina con un volo notturno da Los Angeles, mi spiega. «Ma ripeto: che cos’è il tempo? Continuo a farmi queste domande. È così che passo le mie giornate».

Il ritmo da spettacolino di un albergo delle Alpi ebraiche (così sono chiamate le Catskills Mountains, ndt) è la sua cadenza naturale, dunque questa può sembrare una battuta. Ma Lyonne lo dice sul serio. Negli ultimi mesi, ha lavorato con gli altri sceneggiatori della serie a L.A. – la città in cui vive per la metà del tempo insieme al suo compagno, Fred Armisen – cercando di capire come potrà far evolvere Russian Doll e anche il suo personaggio, Nadia Vulvokov, che nella prima stagione continuava a morire e risorgere nel bagno dell’appartamento in cui stava festeggiando il suo 36esimo compleanno. Lo scopo di Nadia diventa scoprire la causa di questo intoppo nel continuum spazio-temporale e capire quali sono gli strati della realtà – sia conscia sia subconscia – che l’hanno portata fino a quel punto. Tutto questo dà il via a una commedia camp e spassosa che ripercorre la stessa giovinezza di Lyonne nell’East Village, e a una parabola di esistenzialismo pop che molto spesso vira in qualcosa di più profondo. Sviluppata da Lyonne, Amy Poehler e della commediografa Leslye Headland, la serie ha ricevuto quattro nomination agli ultimi Emmy. E ha dato un nuovo spessore alla carriera di Lyonne, regalandole un successo clamoroso e il patentino di artista a tutti gli effetti.

Non che noi avessimo bisogno di una conferma. Russian Doll rappresenta, per l’attrice, una sorta di reincarnazione di se stessa, una rinascita dalle ceneri di una serie intitolata Old Soul, che Lyonne aveva ideato con Poehler qualche anno fa, e da quella che, emotivamente e professionalmente, lei definisce “la mia documentatissima era Keith Richards”. Come racconta lei stessa, «un giorno, Amy mi ha chiamato e mi ha detto: “Stavo pensando a te, e a quanto bene ti conosco” – in effetti, ci conosciamo da vent’anni – “Tu sei sempre stata la più vecchia del gruppo”. Al che ho replicato: “Grazie per aver chiamato solo per insultarmi. Però, non posso darti torto”». Il suggerimento di Poehler è stato fare di tutto questo il soggetto di una serie. Lyonne ha preso l’idea in considerazione. «Mi sono guardata attorno e non ho visto altro se non scatole di cibo vuote e un computer: “Ci sto!”, mi sono detta». Quando NBC si è tirata indietro su Old Soul – dove Lyonne avrebbe interpretato un’ex giocatrice d’azzardo che decide di fare un’ultima partita di poker clandestino per la sua madrina, Ellen Burstyn –, Poehler ha rilanciato. «Stava guidando – non mi ricordo nemmeno dove stessimo andando – e mi ha detto: “Lo so che questa serie non ha funzionato, ma perché non la prendiamo come un’occasione per fare quello che abbiamo sempre sognato? Cos’è che ci interessa davvero raccontare?”».

Natasha Lyonne in ‘L’altra faccia di Beverly Hills’

Quello che interessava a Lyonne, allora come adesso, era dare un senso alla nostra mortalità. Anche se non è l’argomento preferito di Natasha, la “documentatissima era Keith Richards” includeva una documentatissima dipendenza da eroina, che non solo spinse la star di Pee-wee’s Playhouse, L’altra faccia di Beverly Hills e American Pie nel mirino della pubblica gogna (Da cittadini che pagano le tasse, esigiamo che la nostra città faccia qualcosa per Natasha Lyonne, recitava un titolo di Gawker del 2006), ma che la costrinse anche a passare cinque mesi in ospedale con endocardite, un polmone collassato e un’infezione – colloquialmente nota come “heroin heart” – che poteva essere risolta solo con un’operazione a cuore aperto. In una realtà alternativa, avrebbe facilmente potuto morire. In questa, non è successo.

E, proprio perché non è successo, tutto quel “senso della vita” e quel “peccato che ci portiamo dietro” sono confluiti dentro Russian Doll. «Quando ho riletto le prime stesure della sceneggiatura, mi sono resa conto che era come se guardassi la vita con gli occhi di una persona morta», osserva Lyonne. «La mia esperienza della vita di tutti i giorni era quella di qualcuno che aveva vissuto, era morto e, per qualche strana ragione, stava rifacendo tutto da capo. Tutto questo continua a sorprendermi».

Non ha sorpreso però le persone attorno a lei, almeno non il cerchio che da una vita gravita attorno a Lyonne. «È una persona molto profonda, non c’è nulla di superficiale in lei», mi dice la sua migliore amica, Chloë Sevigny. «Il modo in cui affronta un problema o una relazione mi stupisce ogni volta, perché è sempre creativo, intelligente». Interpretare la madre di Nadia da giovane – in alcune delle scene più intense di tutta la serie – è stata un’esperienza fortissima per Sevigny. «Non credo che gli spettatori abbiano capito il peso di quel personaggio: gran parte della storia si fonda su ciò che è successo alla madre della protagonista. Perciò interpretarla è stato emozionante, sconvolgente, catartico. E molto profondo: da un punto di vista umano e personale, e anche perché sono la sua migliore amica».

La durezza talmudica di Lyonne può essere rintracciata nelle sue radici. A partire dal padre, promoter di boxe, che ha fondato la loro famiglia assai precaria sull’«ethos del ragazzo tutto d’un pezzo». Quando Lyonne aveva otto anni, il padre si è trasferito con tutta la famiglia in Israele: «Il suo sogno era portare Mike Tyson al Tel Aviv Hilton e diventare il Don King israeliano». Natasha è cresciuta con film come Scarface, Taxi Driver e Il padrino, e alimentando un atteggiamento rabbioso, da maschiaccio, grazie al quale sperava di farsi amare dai suoi genitori assenti. Non aveva molte amiche femmine. Sognava di diventare un’agente segreto, e ora ne capisce il motivo: «Ero così vigile perché sapevo di essere una bambina sola, in una famiglia poco sicura. Nel bene e nel male, stavo sviluppando un “quoziente emotivo” altissimo, capivo già un sacco di cose a proposito della condizione umana». Dopo il divorzio dei genitori e il ritorno a New York con sua madre, la situazione si è fatta ancora più instabile. La sua fiorente impresa di venditrice di marijuana l’ha fatta espellere dalla prestigiosa scuola ebraica dell’Upper East Side, in cui era entrata grazie a una borsa di studio: una spiantata in mezzo a una luccicante fauna di fighetti. A 16 anni, è entrata alla New York University col sogno di diventare una regista, per piantarla perà poco dopo, inorridita al pensiero di dover analizzare Apocalypse Now con un gruppo di diciottenni di periferia.

Nelle tante realtà alternative che può costruire nella sua testa (come dice Nadia, «La vita è come una scatola di linee temporali»), Natasha si domanda che cosa sarebbe potuto succedere se non fosse nata da due genitori disfunzionali, che le hanno lasciato così tante ferite da farle considerare la droga «una soluzione prima che un problema». Si chiede che cosa sarebbe potuto succedere se qualcuno le avesse messo in mano una penna o una macchina da presa, invece di «un calumet della pace. Chiamiamolo così. Non voglio spaventare i tuoi gentili lettori». Probabilmente, pensa lei, sarebbe finita nello stesso posto in cui è ora, ma molto prima, «senza buttare 15 anni nel cesso. Che, per essere chiari, è solo la versione edulcorata di ciò che significa drogarsi». Non vuole che io scriva tutto quello che le è successo, ovviamente. Per lei, quella è una vecchia versione di Lyonne, uno strato della realtà oggi sepolto sotto moltissimi altri livelli. Ma è lo strato che sovverte ancora oggi il continuum spazio-temporale; è lo strato che ritorna costantemente, come a volerle dare la caccia.

Natasha Lyonne in ‘Russian Doll’

I pieroghi sono finiti. Il conto è arrivato. «Sono 400 dollari, ma dev’essere un errore di battitura», scherza Lyonne, prima di infilarsi dentro un cappotto con le spalline esageratamente grandi («Assicura una grande entrata in scena, ma vale lo stesso per l’uscita?») e mettendosi in testa un fedora nero che dice di aver rubato in un castello del Galles («Fred era incazzato nero. Ma, all’epoca, pensai che fosse la cosa giusta da fare»). Fuori, l’aria è così limpida e tonificante da sembrare sterilizzata; l’aria perfetta per questa versione gentrificata dell’East Village, così diverso da quello, decisamente più cupo, che Lyonne ricorda bene. «Negli ultimi vent’anni, ho vissuto praticamente in ogni angolo di questo quartiere: i fantasmi che vedi per strada sono reali. È come se potessi camminarci attraverso. È come rivivere i tuoi ricordi nel modo in cui lo farebbe Fellini».

Anch’io riesco a vedere questi fantasmi. Stiamo passeggiando nell’isolato del mio primo appartamento a New York, che era in un palazzo d’inizio secolo senza ascensore e con tutto il fascino lercio di un film di Jim Jarmusch. Per un attimo, non sono però sicuro che sia il posto giusto, considerato quanto è cambiata tutta la zona. «Mi piace che tu non riesca a trovare il tuo appartamento», dice Lyonne. «Questo non è un fantasma: è l’uomo nero!». Sbirciamo dal vetro che dà sull’entrata del condominio, sul corridoio di vecchie piastrelle sconnesse su cui non metto piede da 17 anni. Lyonne fa un cenno di approvazione con la testa. «Questo è proprio un classico newyorkese. È il tipo di appartamento in cui è bello finire con uno sconosciuto incontrato in un bar, e la mattina dopo ti svegli, te ne vai, e più tardi ti dici: “Oh, sì, è successo. Ma non ho il suo numero. Dove vive? Proverò a cercarlo”. E poi ci provi davvero, ma quella casa non la ritroverai mai più».

Le racconto che la mia camera da letto affacciava su un’agenzia di pompe funebri. «Ah!», grida lei. «Questa è la New York in cui sono cresciuta: agenzie di pompe funebri ad ogni angolo!». Nel punto in cui, se non ricordo male, c’erano le pompe funebri, adesso c’è una pizzeria in franchising («Serviranno le pizze imbalsamate»), che osserviamo da sotto la luce degli alberi di Natale in vendita sull’altro lato della strada. «Una volta ho rubato uno di questi alberi di Natale», racconta. «Un furgoncino del New York Post stava consegnando i giornali, noi abbiamo rubato l’albero, abbiamo dato una mancia all’autista e ce lo siamo fatti portare di fronte a casa».

Passiamo davanti al vecchio appartamento di Chloë Sevigny, in cui Lyonne ha trascorso moltissime nottate, forse senza immaginare che un giorno avrebbe scritto una serie in cui sua madre sarebbe stata incarnata dalla sua migliore amica. «È surreale almeno quanto scrivere una parte per Chloë, l’amica della mia vita, quasi una sorella. E poi guardare lei recitare quelle battute, vederla entrare in una roulotte che fuori ha scritto il titolo della serie, ripensare a tutto quello che abbiamo vissuto insieme e, in fase di montaggio, vederla nei panni di mia madre e piangere al buio, senza farmi vedere. È molto “meta”. Non posso credere di avere avuto l’opportunità di esplorare così a fondo tutto questo».

In effetti, Sevigny è uno dei motivi per cui Lyonne ha potuto realizzare questa serie. Quando Natasha era ancora “in via di guarigione”, come dice Sevigny, l’amica ha convinto il regista Scott Elliott a far debuttare Lyonne sul palco. L’anno successivo, Nora e Delia Ephron l’hanno voluta nel cast di una loro commedia, accanto a Tracee Ellis Ross, Tyne Daly, Rosie O’Donnell, Samantha Bee e Rita Wilson. «Mi sono sentita capita fino in fondo», confida. «Ero andata così oltre lo standard dell’emarginato-tipo di questa città che ogni volta restavo sorpresa dal fatto che gente come Nora Ephron mi lasciasse le chiavi di casa sua e mi dicesse: “Stai da me, io sarò fuori città”. Ero confusa, non capivo come potesse pensare che non le avrei rubato niente. Credo avesse capito, ancora prima di me, che ero uscita da quel periodo buio della mia vita. È stata una delle cose che mi hanno permesso di ricostruire la fiducia in me stessa, che mi hanno fatto pensare a cosa avrei potuto fare dopo. Il potere di questa “sorellanza” mi ha purificata, creando in me una nuova spinta creativa».

Quella spinta l’ha condotta fino alla parte di Nicky Nichols in Orange Is the New Black, in cui Lyonne si è ritrovata ancora una volta «in un gruppo di donne che mi ha davvero rimessa insieme pezzo per pezzo». La serie le ha finalmente regalato il tipo di ruolo a cui sembrava destinata da sempre, e che aveva schivato nel corso di tutta la sua carriera: pensare che le fu persino offerta la parte della protagonista in Buffy l’ammazzavampiri. «Cazzo, in 35 anni avrò recitato in un centinaio di film, e io sono la prima a ricordarmene forse tre», confessa. «Con Orange Is the New Black mi è stato permesso di essere l’attore maschio e newyorkese anni ’70 che avevo sempre sognato di essere, grazie a un arco narrativo e psicologico ricchissimo».

Anche Nadia ha quelle caratteristiche, ripetute all’infinito. Si comporta, si muove, si veste e parla come pochissime donne che abbiamo visto sullo schermo. Ora che Lyonne è a New York per la seconda stagione di Russian Doll, si trova in un momento cruciale: il suo successo dipende inestricabilmente da questa discesa nel passato e nei suoi fantasmi. «È una serie di finzione, ovviamente, ma per me è stato spaventoso essere così sincera e autobiografica», osserva. Però ha sempre tenuto il controllo sulla narrazione, per «concepire qualcosa dalla polvere», mi dice mentre ci dirigiamo ancora più a Est. È bello ricordarci insieme della persona che non siamo più, del fatto che abbiamo scelto di non tornare mai più a quello che eravamo. «Mi piace invecchiare», rivela Lyonne. «Il mio consiglio alle donne più giovani è di lottare comunque, perché è una bugia che la vita da adolescenti o a vent’anni è una figata».

Alla fine, arriviamo all’isolato di Lyonne. Armisen stasera è impegnato con il Saturday Night Live, e lei deve prepararsi, innanzitutto per capire se fare anche lì la sua entrata con le spalline extralarge. Ci saranno anche Sevigny e Maya Rudolph, amica di Lyonne dagli anni ’90 nonché colei che le ha presentato Armisen, e che con Natasha ha fondato una casa di produzione di nome Animal Pictures. Ora stanno lavorando a nove progetti, il che permetterà a Lyonne di continuare a dirigere e produrre. «Essere al tempo stesso una sceneggiatrice, una regista e una produttrice è la cosa più bella che potesse capitarmi. Non posso credere di venire pagata per sedermi ogni giorno accanto a queste donne meravigliose solo per buttare giù delle idee. È un sogno». Di recente, Rudolph ha ricoperto il frigo dell’ufficio con le foto scattate nei loro tanti anni di amicizia. «Sono scoppiata a piangere», scherza Lyonne. «Pensavo: “Cazzo, questa è proprio la mia casa”».

Questa è la famiglia che Lyonne ha costruito, fatta di persone che le hanno messo in mano una penna e una macchina da presa e l’hanno aiutata a capire cosa fare. Nel frattempo, la vita continua, con tutti i suoi fantasmi, i suoi buchi neri, le sue assurdità spaventose e bellissime. «Non posso credere che siamo già così avanti nel futuro», dice Lyonne. «È una roba da pazzi». Quindi si sistema sulla testa il suo fedora rubato e scompare nella notte dell’East Village.