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«Narcos parla degli Usa: siamo noi a creare il narcotraffico»

Parla Eric Newman, produttore e showrunner della serie, che torna con 10 episodi ambientati in Messico, dopo i trionfi colombiani. «Gli Stati Uniti vogliono sempre nuova cocaina, l'offerta dipende dalla domanda»

Ha passato anni ad andare a caccia di talenti per il Saturday Night Live, poi ha creato la sua società di produzione video. Ha lavorato per quel gioiello di comicità che è Fusi di testa, è stato nel dietro le quinte di decine di film, dalle commedie agli horror, e la sua presenza è diventata una garanzia di qualità a Hollywood. Dal 2015, con la prima stagione di Narcos, è passato alle serie tv, e al racconto del mondo del narcotraffico e dei suoi leggendari protagonisti. Come executive producer e showrunner, Eric Newman ha curato le due stagioni dedicate all’epopea di Pablo Escobar, poi la terza, incentrata sui suoi rivali di Cali. Infine ha spostato la baracca nel centro del Messico, per i dieci episodi – disponibili da venerdì in tutto il mondo – che raccontano la genesi e la presa del potere del cartello di Guadalajara. Insomma, non c’è persona più indicata per parlare del fortunato franchise di Netflix, ora alle prese con la sfida di ripartire da capo in un nuovo contesto, dopo i trionfi degli ultimi tre anni. 

Michael Peña nei panni di Kiki Camarena

Quando è stato deciso che dopo la Colombia sarebbe toccato al Messico?

Spostare lo show dalla Colombia al Messico era sempre stato nei nostri piani, in ossequio a quella che è stata l’evoluzione storica della Drug on War, con lo spostamento del principale quartier generale della produzione di cocaina mondiale più vicino al confine con gli Stati Uniti. Da un punto di vista visivo sappiamo bene cosa ha dato a Narcos la Colombia, un Paese meraviglioso sotto ogni punto di vista. Ma lo stesso vale per il Messico. Che, in più, ha il vantaggio di essere quasi un continente: non tutti realizzano quanto sia grande, è sterminato. Il Messico fornisce scenari diversi tra loro come le montagne, il deserto, e due coste oceaniche. Abbiamo semplicemente cercato di restituire la sua immagine in modo onesto.

Cosa vi ha fatto ritenere naturale il trasferimento della storia a Guadalajara e dintorni?

C’è una grande continuità storica tra le vicende dei diversi cartelli. Non avrebbe avuto senso raccontare ciò che è avvenuto in Messico senza aver prima trattato nel dettaglio i fatti colombiani. Sin da subito, tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, le avventure dei cartelli dei due Paesi si intrecciano: nascono partnership e relazioni molto fruttuose, le interconnessioni tra i rispettivi gruppi criminali sono infinite. Senza questi contatti difficilmente sarebbe potuto nascere il cartello di Guadalajara, della cui genesi ci occupiamo in questa quarta stagione.  

Quali sono i fatti raccontati in questi dieci episodi?

La stagione segue la conquista del potere del cartello di Guadalajara e la geniale intuizione del signor Gallardo, il protagonista della storia e l’uomo che riunisce tutti i cartelli del territorio, fino a renderli inarrestabili e a potersi permettere di trattare e ottenere accordi col governo messicano. Gallardo si lega a boss come Ernesto Fonseca Carrillo e Ernesto Cosio, che sono altri personaggi spettacolari, così come Rafa Quintero. Assieme creano un’organizzazione potentissima. Il fatto è che, come raccontiamo in questo capitolo della serie, decidono di volare troppo vicino al sole. E quando rapiscono, torturano e uccidono l’agente della DEA Kiki Kamarena (Michael Peña) per loro è l’inizio della fine. Da quel momento, con la disgregazione del cartello e la nascita di numerosi nuovi gruppi locali, le cose peggiorano ancora: perché, finita la stagione dell’unità, i vari narcotrafficanti iniziano ad ammazzarsi tra di loro per il controllo del Messico.

Diego Luna nei panni di Miguel Ángel Félix Gallardo (“Félix”), il leader del cartello di Guadalajara.

Diego Luna nei panni di Miguel Ángel Félix Gallardo (“Félix”), il leader del cartello di Guadalajara.

Quali sono le principali differenze tra il modo in cui si deve raccontare la Colombia e il Messico?

Culturalmente Messico e Colombia sono molto diversi. Pensare che tutti i Paesi latini siano simili è qualcosa di davvero sbagliato. Un errore tipicamente americano, o forse anche un po’ europeo. Anche le lingue sono diverse; seppur entrambi i popoli parlano spagnolo, i vocaboli che utilizzano sono completamente diversi. Ma le differenze sono sotto ogni punto di vista, e sono sensibili anche tra regione e regione di ciascuno dei due Paesi. E nella narrazione è fondamentale tenerne conto, per essere credibili. Da un punto di vista del set, invece, come detto, la principale differenza è che il Messico è enorme, a differenza della Colombia in cui abbiamo sfruttato al massimo determinati posti a noi particolarmente utili: in Messico hai infinite possibilità, ma devi sobbarcarti al contempo viaggi molto lunghi e impegnativi.

E che differenze ci sono tra un’icona (soprattutto grazie a voi) come Escobar e i boss messicani?

Pablo Escobar era uomo del popolo e delle tradizioni, con l’idea fissa che bisognasse ribellarsi al potere – quello esterno e quello interno alla sua Colombia -, quelli di Cali, invece, erano più cinici e pensavano che si potesse comprare il governo con i loro soldi (e quasi ce la fecero). Gallardo e i suoi compari messicani si spinsero oltre: erano convinti di potere essere loro il governo, di sostituirlo. Questa era la loro ideologia. E infatti in quegli anni lo Stato fu irrimediabilmente compromesso con le loro attività.

Nel settembre 2017, prima dell’inizio delle riprese, arrivò una notizia sconvolgente: Carlos Munoz Portal, vostro storico location manager, era stato ucciso mentre girava sui luoghi del futuro set. L’evento ha condizionato il vostro lavoro?

La morte di Portal fu qualcosa di terribile. Io sono convinto ancora oggi che sia stato scambiato per un investigatore, per via delle sue ricerche in cerca dei luoghi più adatti per girare, e per questo gli hanno sparato. Il suo omicidio ha rappresentato un modo tremendo di iniziare il nostro lavoro, un evento dolorosissimo. Abbiamo aumentato ulteriormente il livello di sicurezza, e devo dire che in seguito non abbiamo avuto alcun tipo di problema durante le riprese.

Avete utilizzato testimonianze dirette, oltre che fonti storiche?

Più che in passato, per la vicinanza nel tempo e nello spazio degli eventi narrati, abbiamo avuto la possibilità di entrare in contatto con testimoni, persone che ci potevano fornire racconti e dare il loro punto di vista informato. Li abbiamo ascoltati, perché il nostro primo obiettivo era essere accurati e raccontare una storia completa.

Teresa Ruiz è Isabella Bautista

Ancora più che nella passate stagioni, per motivi geografici e politici, il ruolo degli Stati Uniti risulta centrale.

Il rapporto tra Messico e Stati Uniti è ancora più profondo rispetto a quello con la Colombia, per ovvi motivi. Così come nei capitoli colombiani dello show, anche in Narcos 4 gli Stati Uniti hanno due ruoli diversi tra loro. Da un lato l’America è il primo mercato al mondo della droga, un Paese con un appetito per la cocaina davvero smisurato. Da questo punto di vista gli Stati Uniti hanno una responsabilità: senza di loro non ci sarebbero i cartelli della cocaina, o almeno non sarebbero così forti. Dall’altro lato, come sempre, gli Stati Uniti fungono da poliziotti del pianeta, non riescono a guardare a ciò che succede al loro interno e così affrontano la vicenda sempre del tipo “ehi, qualcuno sta mandando della droga dentro i nostri confini, dobbiamo fermarli”. Ma se ti concentri su chi garantisce l’offerta e non affronti davvero il tema della domanda, non risolverai mai davvero il problema.

Dove sarà Narcos 5?

Spero tanto che ci sarà una quinta stagione. E mi piacerebbe in futuro raccontare la mafia italiana. Anche se sarebbe dura fare meglio di Gomorra, di cui sono un grande fan. Però mi piacerebbe.

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