Miracolo al Corviale | Rolling Stone Italia

Foto: Matteo Graia/Sky

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Miracolo al Corviale

L’opera di Tvboy diventata la nostra digital cover si intitola ‘Christian facci il miracolo’. E la nuova serie Sky Original – ‘Christian’, appunto – di miracoli ne fa davvero. Inventare un genere nuovo. Fare di un canto di borgata una parabola epica e universale. E trasformare l’eterno secondo Edoardo Pesce in un protagonista assoluto

Tvboy ha battezzato l’opera che ha pensato per Christian – e poi diventata la nostra esclusiva digital cover – Christian facci il miracolo, e dentro quel titolo c’è un po’ tutto lo spirito della nuova serie Sky Original (dal 28 gennaio su Sky e in streaming su NOW). E cioè: una produzione che è nuova per davvero, che mischia qualsiasi cosa. Dove la sacralità è insieme celebrata e sconfessata; la borgata sullo sfondo è un posto in cui ci si fa la guerra ma non ci si lascia mai soli; l’epica di strada echeggia tra le connotatissime case popolari (quelle, oggi si direbbe iconiche, del Corviale) ma sa essere racconto universale. La stessa frase può essere applicata a Edoardo Pesce: Christian ha fatto il miracolo di trasformarlo da eterno secondo (l’approdo e il simbolo resta il David di Donatello come non protagonista per il sommo Dogman di Matteo Garrone) in un protagonista assoluto, addirittura quello che ha il nome del titolo. Ma forse non è un miracolo: è il giusto destino, la parabola quasi biblica che è la stessa del suo (anti)eroe.

Miracolo al Corviale digital cover

L’altro piccolo miracolo borgataro di Christian è riuscire ad essere una serie ugualmente indie e mainstream, tragica e comica, che gioca coi codici del genere (di tanti generi: il crime, l’action, il gangster, persino il mélo) e che punta, ambiziosamente ma non avventatamente, a inventare uno nuovo. Ispirata al romanzo a fumetti Stigmate di Lorenzo Mattotti e Claudio Piersanti – «ma in questo caso bisogna davvero aggiungere “molto liberamente”», dice lo showrunner e regista Stefano Lodovichi – è la storia del personaggio del titolo, delinquentello di periferia al soldo del fratello putativo Lino (Giordano De Plano, anche lui sul proscenio, era ora). Ha una mamma devota e svanita (Lina Sastri, applausi a lei e al casting), una più-che-amica disgraziata (Silvia D’Amico), una gang di amici (con dentro il meglio del nuovo panorama nostrano: da Gabriel Montesi, già grande in Favolacce e Speravo de morì prima, ad Antonio Bannò, visto di recente come “figlioccio” di Verdone in Vita da Carlo). E, un giorno, due buchi sulle mani, esce sangue, i morti tornano in vita, miracolo, miracoli! L’emissario del Vaticano Claudio Santamaria, stavolta lui perfetto supporting, indaga.

L’altro miracolo, dei tanti, è il registro che continuamente cambia. «’Na fatica fa’ ’st0 Christian, ma me so’ divertito», attacca Pesce. «È un ruolo fighissimo, anche se mi fanno sempre usare ’sto vernacolo. Però dentro c’ho buttato dei momenti di commedia. Quando ti danno, come in questo caso, una base così buona, allora sai che certe scene puoi un po’ riscriverle. Cioè non proprio riscriverle, ma farle tue rispettando i dialoghi. In una scena ci sono tre punti: A, B e C. Io so che devo toccarli tutti, e a volte ci arrivo a modo mio, mi sembra più naturale». È l’anti-metodo di Edoardo Pesce, senza cui probabilmente Christian non esisterebbe. «È l’attore con cui ho lavorato di più, ci ho fatto un film e due serie (il film è La stanza, distribuito da Amazon Prime Video, le serie Il cacciatore e questa, nda)», osserva Lodovichi. «Ha un talento indescrivibile ma anche un’intelligenza molto viva, rapida, che gli permette di lavorare su più registri contemporaneamente. Che poi è quello che chiedo a tutti i miei attori già in fase di provini. Ma Edo in particolare sa passare come nessuno dai toni drammatici, intimi – penso qui alle scene con Lina Sastri – a momenti più leggeri».

Edoardo Pesce con Antonio Bannò e Gabriel Montesi. Foto: Matteo Graia/Sky

È come se ci fosse sempre un misto di libertà e controllo. «Conosco bene Stefano, è giovane, ti tutela, e quindi dentro la scena ti puoi esprimere», spiega Pesce. «Ma stavolta c’era una responsabilità diversa, era una delle prime volte in cui facevo il protagonista in una serie, e allora devi conoscere bene dove stai. In Dogman giravamo in sequenza e tutto nello stesso posto, quindi sei più concentrato sul personaggio. In una serie giri prima l’episodio 5 e poi il 3, devi avere presente tutto molto bene, soprattutto se vuoi metterci un po’ di creatività». Il controllo, continua Lodovichi, stava soprattutto nell’arginare la forza naturale di Pesce: «Edo ha come predisposizione quella di fare l’alfa, tende ad essere leader da subito. Qui invece doveva essere il contrario: Christian è uno degli ultimi, non mira al potere; ma poi, quando un grande potere gli arriva, inizia ad essere anche lui stuzzicato, che poi è il classico destino dei supereroi».

Pesce che vive la contraddizione di essere l’eterno secondo, la spalla, e che intanto sotto tiene a bada l’alfa, il leader. Pure quando gli dici che è stato protagonista – penso al film Il colpo del cane, alla biografia Permette? Alberto Sordi – lui minimizza: «Vabbè, solo quello… Sono stato contento di fare Sordi, è stata una cosa molto faticosa, ma anche molto Rai… Io non so veramente cosa sono, ho sempre saputo che non volevo diventare una tinca. Sai ’sta cosa dei ruoli tinca? Romeo, anche se è il protagonista, è una tinca. E infatti tutti vogliono fare Mercuzio, quello che c’ha la ciccia, le scene fighe. Ecco, Christian è il protagonista ma non è una tinca: è un personaggio figo. Può fare tutto. Può essere politicamente scorretto: anche perché, diciamolo, del politically correct non se ne può più. Può dire quello che vuole perché stiamo a fa’ cose di periferia, e allora vale tutto».

Edoardo Pesce e Claudio Santamaria. Foto: Matteo Graia/Sky

Lo spirito (e il miracolo) di periferia è l’altra cosa che ti fa dire: Christian non poteva che essere Edoardo. «Edo ha una doppia identità», dice Lodovichi. «È di Tor Bella Monaca ma ha studiato al Mamiani (liceo classico del pieno centro di Roma, nda). È Davide e Golia allo stesso tempo, ha un animo gentile nascosto dentro questa fisicità prorompente che non è neanche da palestrato: Edo è massiccio, imponente, sembra il classico buttafuori. Ed è molto carismatico, e quel carisma fa sì che, quando entra in una stanza, la sua fisicità venga ancora più amplificata. E poi ha questa identità periferica, popolana, che ti porta a volergli istintivamente bene. Ma che non sai mai in cosa può trasformarsi».

Quindi è Pesce il vero miracolo al Corviale, e anche un po’ il miracolo di un cinema (è una parola che ormai vale per tutto, no?) che investe sempre di più su volti non canonici. Che poi sono gli stessi di questa serie: citavo Montesi e De Plano, ma anche Silvia D’Amico “nata” con Non essere cattivo, e Francesco Colella, Milena Mancini, un grande coro tragico e popolare, tra Monicelli e Caligari. «Io so’ così, quello che vedi è…», sospira Pesce. «Sono nato in quel mondo, non posso più de tanto fare il figo. Anche se in qualche inquadratura ero pure figo, con la luce buona, l’occhio azzurro… A me basta che racconto una storia, per il resto i ciak manco li vedo. Lo faccio solo i primi giorni insieme al regista, giusto per dire: “Ok, va bene, mi taro su questa cosa e vado avanti”».

Silvia D’Amico ed Edoardo Pesce. Foto: Matteo Graia/Sky

Quando parla dei film che ha fatto, lo fa con un distacco quasi da spettatore: «La cosa bella di Dogman è stato vedere come lavora Matteo. Mi ha preso perché ho queste corde da romano di periferia, e in più avevo un po’ di esperienza, quindi potevo fare da perno a Marcello (Fonte, nda), che non aveva mai recitato al cinema. Abbiamo fatto un mese di prove, all’inizio il mio personaggio era molto più coatto, parlava un sacco. Poi abbiamo pensato: “Forse è meglio se non dice nulla, sembra più matto, ti mette più paura di uno che sta sempre a sbraitare”. Quando poi ho visto il film, ho pensato: “Chi è ’sto mostro?”. Era come vedere Lo squalo di Spielberg. Era un cattivo, e qualcuno doveva pur farlo, punto. Poi è arrivato il David, e tutto il resto, vabbè… Io ho solo fatto il mio lavoro. E ora mi piacerebbe trovarmi altre cose, la parte del villain l’abbiamo esplorata, sono anche un po’ stanchino».

Chiacchierando, dice spesso che ora ha «il lusso di scegliere», ma non parla mai di svolte, di prima e dopo. «Ho 42 anni, faccio questo da lavoro da 14 anni. Il lusso oggi è poter fare due-tre cose l’anno e avere il tempo di prepararle bene. L’unica cosa che è cambiata in 14 anni è il bonifico… ma non lo scrivere. Lo so che lo scrivi». Lo scrivo, perché fa comprendere molto bene l’etica professionale di questo ragazzone di Tor Bella Monaca. «È da 14 anni che lavoro, e magari non ho avuto le occasioni di, che so, Elio Germano, uno che stimo moltissimo. Però, anche prima di poter scegliere, ho sempre detto: “Io faccio l’attore”. Ho sempre vissuto da solo, mi sono sempre pagato l’affitto con questo lavoro. Quindi, quando il tipo che me sta a schiaccia’ er mojito mi chiede “Cosa fai?”, io dico “Faccio l’attore”, che per me è come schiacciare il mojito. Ho sempre avuto un’etica del lavoro semplice: il lavoro per me è la cosa che ti dà da mangiare. Ora è fare l’attore, tanti anni fa era fare l’autista, e infatti dicevo: “Faccio l’autista”. Adesso sono più tranquillo, mi arrivano tante proposte, posso scegliere, sto cercando anche di scrivere dei soggetti miei».

Farsi raccontare un soggetto da (e di) Pesce è come stare dentro Christian. «Stiamo per girare questo film che abbiamo scritto con Enrico Maria Artale, che lo dirigerà. Si chiama Julio Cesar, è nato nel 2015, poi il trattamento ha vinto un concorso a Berlino, e da lì l’abbiamo seguito come un figlio. È la storia di un ragazzo italo-colombiano che vive con la madre a Fiumicino. Lei taglia la coca, tra loro c’è un rapporto castrante… vabbè, non t’oo dico come va avanti, o se vuoi sì, ma mi giuri che non lo scrivi?». Lo giuro, e stavolta, a malincuore, non lo scrivo. Peggio per voi.

Stefano Lodovichi, showrunner e regista, ed Edoardo Pesce. Foto: Matteo Graia/Sky

A sentire soggetti come questo (come Christian), mi viene da dire che il cambiamento ormai è normalità, che tutto è davvero possibile, anche nel nostro sistema audiovisivo periferico. «Il cinema indie italiano è ancora molto legato a un’identità autoriale che a volte si dimentica di dialogare con il pubblico», commenta Lodovichi. «Poi, come in questo caso, ci sono realtà mainstream che invece chiedono una visione personale, ma unita alla capacità di comunicare con lo spettatore. È un fatto che, a livello audiovisivo globale, ci si sia spostati totalmente sulla serialità. E l’arrivo delle piattaforme ha permesso anche in Italia di diversificare il tipo di narrazione. Le emittenti oggi vengono da noi e ci chiedono cose diverse da quelle che si sono viste finora. Ma che abbiano sempre uno spirito universale, come avviene, secondo me, nel caso di Christian».

Pesce non ama parlare di svolte, di passaggi, di miracoli. E nemmeno di cambiamenti. «Per questo film che abbiamo scritto ci sono voluti comunque sette anni, abbiamo fatto tutto il percorso, abbiamo cercato i finanziamenti… non è stato facile come credi. Poi certo, a volte delle cose diverse le vedo. L’altro giorno ho finito Landscapers (la miniserie BBC con Olivia Colman e David Thewlis da noi distribuita su Sky, nda), meravigliosa, hanno saputo mischiare il teatro con il cinema, e c’è quel finale western con lui a cavallo e io con la lacrima… meno male che stavo da solo sul divano». Eccola, la fragilità di Davide nascosta sotto Golia. «Hai voja… Ho scelto questo lavoro proprio per sfogarla, la fragilità. Se no dove la mettevo?».

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