Ludovico Tersigni, l’ora X | Rolling Stone Italia

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Ludovico Tersigni, l’ora X

Da teen idol (leggi: ‘SKAM Italia’ e ’Summertime’) a erede di Alessandro Cattelan a ‘X Factor’. L’attore romano è atteso all’esame di maturità, ma lo prende ‘surfando’ sulla paura e sulle emozioni. «Non è scontato uscire fuori dagli schemi, ma io sono così, voglio fare tante cose». Nel segno di Paz, Pessoa e la sua musica: quella che finalmente rivela di fare, e la playlist che ha scelto per noi prima del debutto sul palco di Sky

Non lo devi sottovalutare, Ludovico Tersigni. Per quello sguardo limpido che a volte sembra rasentare l’ingenuità, l’inflessione romana entusiasta nella voce, il fatto che sia bello anche quando gli mettono addosso, nei cambi d’abito del set fotografico, capi impossibili per chiunque altro (un talento che chi scrive, in passato, ha visto solo in Alessandro Borghi). Di solito un’intervista è nella peggiore delle ipotesi un interrogatorio, anche piuttosto annoiato, nel migliore una chiacchierata stimolante. Con lui è dialettica, scoperta, concentrazione. Mentre fa una battuta, mentre fa una digressione, è sempre profondamente presente. E non ti puoi distrarre, altrimenti ti perdi la parte migliore. Ecco perché può prendere il posto di Alessandro Cattelan. Lo capisci dalle pillole che in questi giorni vanno su SkyUno (i Cosa so di te, per esempio: ha di fronte due giudici, in mano un quiz banale; mentre loro rompono il ghiaccio, lui li scuote con l’ironia, la complicità, la capacità di rimanere in scena senza sparire né invadere), da come sta affrontando questa avventura che annichilerebbe chiunque. Ormai siamo a un passo, ma lui sembra la scelta più adatta a un’edizione rivoluzionaria in cui, tranne i giudici, cambia tutto. Il conduttore, appunto, ma anche le regole (niente più categorie, solo l’obbligo per ognuno dei quattro moschettieri di avere in squadra almeno un solista e una band), un ribaltamento tale da rendere l’edizione italiana pioniera in tutto il mondo. Come as you are, singolo meraviglioso dei Nirvana e motto di X Factor Italia 2021, la quindicesima edizione qui nella penisola, va benissimo anche per Tersigni. Da SKAM Italia e Summertime (ma anche da Slam – Tutto per una ragazza di Molaioli e Arance & martello dello “zio” Diego Bianchi aka Zoro), affronta tutto con un sorriso disarmante ma mai disarmato. Dal 16 settembre su SkyUno e NOW (poi in chiaro su Tv8, la prima e ultima puntata in contemporanea, le altre con una settimana di differita), scopriremo se in effetti riuscirà nella sua mission impossible. Ci sarà da divertirsi. Anche a leggerlo qui, vi avvertiamo. Tra domande, risposte e la sua playlist. Da ascoltare, se volete un consiglio, mentre imparate a conoscerlo.

Ludovico, una carriera lanciata da attore e teen idol, e ora ricominci da capo in tv. Ma chi te l’ha fatto fare?
Se lo stanno chiedendo tutti quanti, tocca trovare il responsabile di tutto questo. Scherzi a parte, è una delle cose più belle che mi siano successe nella vita, sono molto felice di aver iniziato questo percorso.

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Dai, te la stai facendo sotto, confessa.
Paura ne ho, certo. Ma anche tanta energia, attesa, molti sentimenti positivi. Mi sento come al ritorno dai 100 giorni, che sai che il conto alla rovescia verso gli esami di maturità è cominciato, ho quelle sensazioni contrastanti che hai prima di un esame importante, di un momento di svolta. Ma, sono sincero, ora prevale la felicità, è il sottofondo di questo periodo, è come quell’argilla leggera che si poggia sul letto di un fiume. Mi sto preparando meglio che posso. E poi posso confessarti una cosa? A me la comfort zone fa paura. Fin da ragazzo, nello sport, mi ha sempre fatto gola andare oltre. Per questo ho provato più discipline. E l’obiettivo, ora come allora, più ancora che arrivare primo o di raggiungere l’eccellenza in ogni campo, è conoscere, amare e interessarsi a cose nuove, entrare in altri mondi e farli propri.

Foto: Chiara Stampacchia. Assistente: Giulia Cerri. Styling: Veronica Bergamini. Shirt: Federico Cina. T-shirt: Dolce & Gabbana. Grooming: Maria Livia Igliozzi per Making Beauty di Chiara Corsaletti

Sport. Quali?

Ora, per esempio, mi sono appassionato all’arrampicata e al surf, sport faticosi e bellissimi che spesso ti costringono ad anni di attese e allenamenti per quei pochi secondi in cui prendi l’onda giusta o in cui realizzi e concludi una scalata e arrivi sulla vetta che hai sempre sognato. Perché per un attimo sei dove volevi stare e ne sarà valsa comunque la pena, quale che sia la fatica che ti è costata arrivare lì. In questa esperienza sto mettendo a frutto queste nuove passioni: sto lavorando duro e cercando i punti di riferimento per poi poter affrontare l’impresa, anche se so che il live, che è tutto un qui e ora, sarà ancora un altro sport. Io ce la metterò tutta, ma non garantisco nulla.

Surf e arrampicata. Due specialità in cui non hai mai tutto sotto controllo
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Esattamente come sul palco. Quell’adrenalina ti sale perché sai che potresti sbagliare e sai che devi evitarlo, che se succede non potrai tornare indietro. Se stai scalando, devi vincere la sensazione del vuoto, non c’è corda a salvarti o salvagente a tenerti a galla. E il pubblico può diventare un grande buco nero, un vuoto che ti inghiotte, un muro d’acqua che ti abbatte, se non sai come affrontarlo. E proprio come nel caso di queste due discipline, è fondamentale non sbagliare, perché ti potrebbe essere fatale. Devi essere lucido, rimanere alla giusta distanza ma trovando con tutto e tutti un punto di contatto. E poi fare quello che devi fare: nel caso di X Factor, presentare.



Cosa ti emoziona di più ora, a pochi giorni dal via?

L’emozione ha sempre due volti: la paura del nuovo, di quello che non hai mai fatto, e l’attesa di gettarcisi a capofitto e scoprire cos’è, com’è, dove ti porterà. Ma una paura o un’emozione specifiche non le ho.



Ti dico di cosa avrei paura io: anche se lo adoro, io sarei terrorizzato da Manuel.
Con lui ho legato, ho già rotto il ghiaccio e ci siamo piaciuti. Per fortuna (sorride, confermando che pure a lui faceva una certa paura, nda).

Dài, qualcosa che ti fa tremare le gambe deve esserci.

Ecco, forse gli ospiti. Quelli davvero grossi ho paura che possano togliermi il respiro quando li avrò davanti. Mi chiedo che farò se potrò parlare, condividere uno spazio con Ben Harper, Anderson.Paak o Alicia Keys. Con Chris Martin. E potrei continuare per giorni quest’elenco. Penso alla poesia, alle parole, all’arte e alla ricerca di Vinicio Capossela quanto mi emozionano e come lo farebbero se lo incontrassi. Magari li vedo dal vivo, mi emoziono e non dico più una parola.

Finalmente ti sei deciso a svelare al mondo il nome del tuo gruppo.

Hotel Bajaran. Non avevamo equalizzato bene la traccia che è in giro, tecnicamente ancora non era perfetto il disco e allora ci tenevo nascosti. Stavo pensando a It’s Not My Dream, che è la nostra ultima traccia ed è curioso perché è perfetta per questa nostra chiacchierata, il dialogo immaginario tra due personaggi di fantasia, anzi: è proprio un’intervista. Inizia con «I’m gonna interview you». La prima domanda è «Where are you now?», e lui «I’m in my body». E da lì inizia un percorso di ricerca di sé stessi, con poche domande, in due minuti e mezzo, che vuole però costruire un’identità, uno sguardo su chi si è, su chi siamo. L’abbiamo scritta e composta fuggendo in una casetta e dedicandoci solo alla musica. Stiamo crescendo tanto, ma non siamo ancora pronti per suonare in pubblico.

Non ci credo che non li porterai sul palco di X Factor.

Forse, con delle maschere. Senza dichiararci, magari!

Foto: Chiara Stampacchia. Assistente: Giulia Cerri. Styling: Veronica Bergamini. Total look: Gucci. Grooming: Maria Livia Igliozzi per Making Beauty di Chiara Corsaletti

Ci saresti mai andato come concorrente?

Eh chissà, Mattia non è molto per questi show, è più per la teoria del bozzolo, preferisce una crescita graduale nell’ombra. Però sì, penso che l’avrei convinto. X Factor lo seguivo fin da bambino con papà, che mi ha passato la passione per la musica e i primi accordi con la chitarra, e mi ricordo che la voglia di andarci c’era fin da allora. E so anche perché: è un’arena, non una competizione nel senso stretto del termine, è qualcosa in più, è un luogo in cui sai che per andare avanti devi dare il meglio di te. Ed è qualcosa di più profondo, di più bello, di più intimo, ti mette di fronte ai tuoi limiti, ti sprona a migliorarti. E alla fine il sogno si è realizzato, in un altro ruolo ma farò proprio questo. Come diceva quel filosofo? Fai attenzione ai tuoi sogni, potrebbero realizzarsi. Intanto mi preparo come un matto riguardando dieci anni di audizioni!

E pensare che poteva saltare tutto per un telefono rotto…
Mi ha avvertito il regista di SKAM, avevo il telefono rotto da due settimane e non volevo ripararlo, mi piaceva essere fuori da tutto, non essere raggiungibile. Trovati i messaggi con la proposta a telefono riparato, ho richiamato. Così è partito un lungo viaggio, prima con un colloquio in agenzia, poi con più provini. E ogni volta uscivo con un bagaglio più ampio di esperienze e curiosità, di cose che dovevo lasciare e cose da portare avanti, di cose che avevo e cose che mi mancavano. Ho fatto un vero e proprio inventario dei miei talenti e di capacità che invece dovevo trovare e allenare per avere il ruolo. Un ruolo nuovo, perché recitare e presentare sono due mondi a parte. Ho iniziato a lavorare su me stesso, sui miei movimenti, sul gesticolare, sulla padronanza del palco, su questo nuovo modo di mettermi in scena. In realtà sono anche tornato indietro di anni, quando alle medie facevo teatro, musical, e contavano molto queste qualità. Ma le avevo dimenticate, la mia fortuna successiva è stata non filarmi mai troppo la macchina da presa, qui invece devi fare il contrario. Devi guardare in macchina – cosa che sui set è “proibita” – e convogliare l’attenzione su di te, sapendo dove stai andando e portando il pubblico con te. Ho dovuto ribaltare tutto. Sono tornato indietro per proiettarmi nel futuro, insomma.



Cosa ti stuzzica di più di quest’avventura?
Il fatto che, messi i paletti necessari, avrò un recinto in cui è possibile prendersi grandi libertà.



Che, come dice Guccini, “può fare male se non sai bene come domarla”.
Esatto. La libertà va amministrata, un eccesso di libertà ti può portare a errori grossolani o a essere grezzo, poco rifinito. E io invece voglio lavorare con la lima, costruire uno stile di conduzione personale, e non è facile. L’esperienza sarà fondamentale, so già che le prime due-tre puntate saranno di rodaggio e atterraggio, poi spero che vedrete il vero Ludovico.

Cosa invece ti riuscirà più difficile?
Non so, ma mi viene in mente il giorno del colloquio decisivo, mi chiesero: “Se i giudici si mettono a litigare, tu avrai il coraggio di dire stop, dobbiamo andare avanti?”. Io, sinceramente, gli ho detto: “Io, Ludovico, non ce l’avrei. Ma con i poteri che mi avete conferito come conduttore, me la devo sentire per forza. Lo faccio e basta”.

Hai fatto una telefonata a chi ti ha preceduto?

No, non ho sentito Cattelan, non ho il suo numero. Vorrei chiederlo a qualcuno, ma si fa? Gli chiederei cosa fa nella mezz’ora prima del live. Ma io non lo dirò mai. Sul set, però, te lo dico: faccio un pisolino.



Un robot, dormi addirittura prima del ciak. Nessun panico, davvero?
Il panico è fondamentale, è la risposta alla domanda più importante: sto facendo la cosa giusta oggi, qua? E se senti quell’emozione, quella vibrazione, vuol dire che la passione per quello che fai è ancora, sempre, altissima. La vera paura è pensare che potrebbe esserci un giorno in cui non ci sarà più, quel terrore.

Quindi: hai paura o no?
Io sono il coraggioso che ha paura, perché ha paura. Pino Cacucci, nel libro Oltretorrente, racconta del discorso di Ceri, grande anarchico, agli uomini di Parma Vecchia, che dovevano contrastare l’avanzata fascista. Dice, vado a memoria, “la paura è il vostro sentimento più importante, è la carica e l’energia ma soprattutto vi avvisa in un momento di massimo pericolo. Se non la sentite, la vita è persa”. La paura è un campanello d’allarme, e se lo ascolti ti salvi. Non dimentichiamoci che una ritirata fatta bene è un indietreggiare infliggendo perdite all’avversario, e che spesso un assalto all’arma bianca serve solo a morire ingloriosamente.

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Il telefono rotto che non ripari al massimo della tua notorietà. Pessoa e Paz come rockstar. Citi Cacucci. Scusa se te lo dico, ma sembri una mosca bianca nel tuo ambiente.

Sì, mi sento diverso. Ma più che una mosca bianca, sono un cigno nero. Lo so che faccio cose strane, dal telefono rotto a quello che leggo. E che magari racconto di me anche le fragilità che altri nascondono. Ma io non ho paure specifiche e neanche tanto quella di fare errori, quanto di perdere la concentrazione. Ma nel senso più ampio del termine. Ho una paura più diffusa, alla fine, che è quella di non poter cogliere le occasioni giuste, il rischio di non usare, soprattutto ora che sono giovane, il tempo al meglio, così da non avere rimpianti. E quando mi prende questa strizza, mi torna in mente quando, a 16 anni, facevo pallavolo e il mio migliore amico calcio. Lo mandarono a fare allenamenti di atletica perché dicevano che era troppo lento – quando tornò, gli altri neanche riuscivano a prendergli la targa – e io mi allenai con lui. In quei tre mesi l’allenatore ci disse: “Tu e Simone siete portati, ecco gli scarpini coi chiodini, perché non provate?”. Me li porse proprio. Io gli dissi di no. Ora li accetterei. Per sapere quanto avrei fatto, che tempi avevo nelle gambe, e invece quel treno l’ho perso. A 26 anni mica ci puoi andare, alle Olimpiadi. Puoi sognarle a 6, a 16 se sei matto. Ecco, non voglio più sentirmi così. Non voglio più guardarmi indietro e sapere che una certa cosa non potrò più farla. Ecco perché per me la felicità, quella che mi sto costruendo, non dipende dai successi, dalla carriera, dal contesto in cui lavori e che frequenti, ma da una solitudine che è sempre ricerca, e non per trovare qualcosa, ma più per continuare a cercare. Mi è successo col surf: mi aveva sempre impaurito, l’acqua non è un elemento naturale per un essere umano, ci puoi affogare, ci sono animali strani, è qualcosa di fondamentalmente sconosciuto e immenso. Ho capito che il surf l’ho scelto perché ho sempre avuto paura dell’acqua: e mi sono chiesto, come posso vincerla? E così con un mio amico in Australia, per un mese, ci ho dato dentro. E a Nettuno mi son fatto la tavola sapendo che non l’avrei più lasciata per la vita.



Di’ la verità, X Factor è aver accettato quelle scarpe chiodate?
Sì, alla fine mi rendo conto che X Factor è aver accettato quelle scarpe chiodate. Non pensavo di poterlo ancora fare, non per vecchiaia, ma perché in Italia è davvero difficile uscire dal ruolo che ti è stato assegnato dall’industria, dall’immaginario comune. E non è scontato uscire fuori dagli schemi, ma io sono così, voglio fare tante cose. Forse pure troppe. Anche con il rischio di non farle tutte bene. Ma vedo la vita come una scala in cui andare sempre su un gradino più alto, per fare quello che fa storcere il naso ad altri. Certo, devi stare attento che questa inquietudine non ti consumi l’esistenza. Ma è fondamentale perché portare a casa una nuova esperienza ti rende, sul lungo periodo, più sicuro e consapevole, oltre a darti nuove armi, nuove cose da mettere nel tuo bagaglio.



Nella tua valigia dell’attore?

E chi ti dice che rimarrò davanti alla macchina da presa per sempre? Devi sempre costruirti una via da fuga.

Già pensi alla regia?
Non lo so, forse la regia è un mondo troppo vasto. Ma non voglio precludermi la possibilità. E comunque l’idea che non farò o non saprò fare solo l’attore mi rende sereno, felice. Non sopporto le cornici, e il paradosso è che di lavoro sto dentro un rettangolo. Devo uscire da ’sto rettangolo.

Sembri un personaggio tra Hugo Pratt e Pazienza.

Frate’, non me cita’ Pazienza che me esplode er core. Quando me so’ letto Gli ultimi giorni di Pompeo, l’anno scorso, ho pianto un quarto d’ora (“Pure io, mortacci tua”, gli fa eco Valentina, il suo ufficio stampa, nda). Mi ha cambiato la vita, è un maestro per me, sta là tra le stelle e non je devi rompe er cazzo. Vorrei così tanto fare qualcosa su di lui, un Ranxerox mi piacerebbe tanto, ma pure un Pentothal.

Dove ti vedi a 30 anni?
A 30 anni starò su una spiaggia, su un’isola, a bere dalla cannuccia da una noce di cocco su una spiaggia esotica. Devo essere sincero, dopo tanti anni di lavoro anche duro sento che avrò bisogno di un anno sabbatico per ricaricarmi e tornare. Vorrei essere soddisfatto dei miei ultimi dieci anni e girare il mondo, magari a cercare la mia onda.

Foto: Chiara Stampacchia. Assistente: Giulia Cerri. Styling: Veronica Bergamini. Shirt: Federico Cina. T-shirt, shoes, denim trousers: Dolce & Gabbana. Grooming: Maria Livia Igliozzi per Making Beauty di Chiara Corsaletti

Una previsione: tu presto lavorerai all’estero.
Un altro Paese, mi piacerebbe tanto. Ricordo il dispiacere per un provino per un film greco che passai e poi non riuscirono a montare la produzione. Era un cast internazionale – Francia, Grecia, Italia – e mi ero appassionato tanto a quei mondi che si incontravano. Ora siamo arrivati a quella linea lì, siamo troppo cosmopoliti per evitare questo tipo di globalizzazione, percorsi e progetti possono e devono mescolarsi. Qualcuno lo farà prima, altri dopo, ma non possiamo più esimerci. Ecco, io vorrei essere in prima fila in questo cammino. Anche perché solo così potremo migliorare tutti. Penso all’esperienza con un’attrice spagnola (Amparo Piñero Guirao, nda) in Summertime, mi ha insegnato più lei in pochi mesi che altri in tre anni, mi ha insegnato la leggerezza rigorosa nel lavoro, recitare come se non ci fosse la macchina da presa, ma nello stesso momento di non lasciare nulla al caso. Sono affamato di ciò che non conosco, voglio imparare. E poco importa se dovrò andare a cercarlo in Spagna, in Francia, in America o in Germania come Luca Marinelli, che secondo me ha fatto una grandissima scelta. Già solo studiare un’altra lingua ti apre il cervello, è come se avessi altre note da suonare, altri strumenti. Londra, New York, un anno lì alla fine lo farò, credo che tu abbia ragione.

Curioso, ma forse anche irrimediabilmente inquieto. Ti riconosci in questo identikit?

Stai citando, evocando Fernando Pessoa. La mia è un’inquietudine che rimarrà, lo so, non se ne andrà mai, sarò sempre scalmanato. Mio nonno mi chiamava ’na cinanca, che nel suo dialetto voleva dire movimento perpetuo. Lo diceva Nietzsche, che solo dal caos può nascere una stella danzante. Che poi pure Vasco l’ha cantato, vabbè stiamo surfando, così non mi fermo più.



Ok, allora torniamo su X Factor. Un aggettivo per ogni giudice. Sua maestà Manuel Agnelli.
Manuel? Elettrico. Potente, può essere letale. Sembra sempre in uno stato di calma apparente, ma poi lo tocchi e magari ti prende la scossa. E allo stesso tempo devi assorbire l’energia che ti dà e saperla amministrare, sfruttare, è tanta e può farti girare a mille.



Emma Marrone.
Criptata. Perché ha un linguaggio che in alcuni momenti sembra chiaro, ma in realtà sta cercando di capire se sei lì con lei, se sei sulla sua lunghezza d’onda. Il più bel ricordo finora con lei è un’intervista alla fine delle audition in cui per dieci minuti non abbiamo fatto altro che fissarci, guardarci negli occhi mentre parlavamo. Eravamo tutti e due lì, saldi, presenti. Una bella sensazione. Di lei devi saper cogliere ciò che è per te e tu per lei, devi conoscere il suo alfabeto, condividerlo.

Hell Raton.

Manuelito è forte. Uno che fa mille cose, tutte difficili, e te le fa apparire elementari, facili, come allacciarsi le scarpe. Lui si è inventato una scena musicale a un’età in cui io e te non avevamo neanche imparato a guidare. Ed è pure simpatico ed empatico, c’è una bella dialettica tra noi.



Mi sa che non è un caso che ti sei tenuto Mika per ultimo.
Mika, non ce n’è uno di aggettivo. Energico, nonsense, spumeggiante, gioioso, colorato, luminoso, può tirarti su di morale con uno sguardo. Poi, se ti deve fare una ramanzina, te la fa senza giri di parole o mezzi termini, dritto e anche feroce se serve. E questa sua chiarezza spudorata, quasi come se fosse un bambino, mi piace proprio tanto. Non la trovi altrove, soprattutto dalle nostre parti. Ed è così con tutti, con gli addetti ai lavori come con i ragazzi di X Factor. Se sai ascoltarlo, soprattutto quando ti rimprovera, ti fa crescere tanto. I suoi giudizi sono ficcanti e profondamente centrati, anche in me ha generato processi virtuosi di autocomprensione.

Ti ricordi il primo X Factor?

Altroché, ricordo la prima edizione, avevo 12 anni, era su Rai 2. Mi conquistò subito. Poi nell’adolescenza ho vissuto un periodo difficile, ero carico di emozioni negative che non riuscivo a sprigionare e non sopportavo nulla: musica, libri, tv, niente. E mi sono preso una pausa pure da XF.

Poi per fortuna è arrivato Arance & martello, a chiudere il periodo buio.
E Venezia. Bellissima esperienza, e ricordo che su quel set ero costantemente alla ricerca di informazioni, chiedevo a tutti qualcosa, agli operatori di macchina domandavo delle ottiche che usavano, così come ho fatto poi con Ludovico Bessegato (showrunner e regista di SKAM Italia, nda). In entrambi i casi – molti non i registi – si lamentavano di questo, non puoi disturbare troppo sui set chi lavora, si hanno sempre i minuti contati! Ma sono fatto così.

E a zio Zoro hai chiesto consiglio per questa nuova avventura?

A Diego chiedo spesso consigli. Anzi, sempre. Lui è molto contento per me, mi supporta e sopporta da tanti anni, il venerdì con la replica in chiaro saremo concorrenti, speriamo mi voglia ancora bene!



Cosa vorresti che si dicesse alla fine della tua prima edizione da conduttore di X Factor?
Spero si dica: “Ok, poteva anna’ meglio, però è stato bravo. Ce l’ha messa tutta”.