Luca Zingaretti: «Nessuno di noi, tranne Putin, è una merda totale» | Rolling Stone Italia
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Luca Zingaretti: «Nessuno di noi, tranne Putin, è una merda totale»

Nemmeno il Bruno Testori della nuova serie Sky ‘Il re’, forse il personaggio più oscuro e controverso incarnato dall’attore. Siamo partiti da lui per finire a parlare di fortuna, Ucraina, Montalbano. Ha risposto a tutto, tranne che a una domanda

Luca Zingaretti è Bruno Testori nella serie ‘Il re’

Foto: Sky

Ci sono interviste in cui ti senti un dentista, in cui devi tirar fuori dall’intervistato le parole a forza, e in cui quest’ultimo soffre come su quella poltrona spesso sede di sofferenze. E altre da cui ti devono portare via le forze dell’ordine, perché tu rimarresti tutto il giorno a conversarci. Luca Zingaretti fa parte di questa seconda categoria: amabile, generoso, schietto, appassionato. Come i suoi personaggi, anche quelli più scuri, cupi, tormentati, come il Bruno Testori, sorta di titano e monarca del carcere San Michele, giustiziere e giudice che segue una sua etica del potere per un bene che considera superiore. E che a quella missione, a quella ossessione è disposto a sacrificare tutto, a partire da se stesso. Dal 18 marzo su Sky Atlantic, su Sky On Demand e in streaming su NOW partono le otto puntate di questa indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, stretto tra tre figure femminili straordinarie – la solita monumentale Anna Bonaiuto, inquirente ruvida e carismatica; quel pozzo di talento che è Isabella Ragonese, mai così “cattiva”; e la sempre eccellente Barbora Bobulova, donna combattuta e combattente – e la sua fragilità potentissima. Zingaretti sa dare a questo direttore-re uno spessore e un pantone di sfaccettature che ti inchiodano alla poltrona e ti costringono a guardare nel buio che vorresti ignorare. Merito anche della scrittura di Stefano Bises, Peppe Fiore, Bernardo Pellegrini e Davide Serino e della regia di Giuseppe Gagliardi, capace di uno stile serrato ed essenziale che valorizza location bellissime come Trieste (gli esterni) e Civitavecchia e Torino (il carcere). Torna, Gagliardi, dopo la trilogia 1992-1993-1994 figlia di quella Fremantle (qui in produzione con le sue due società The Apartment e Wildside) che non sbaglia un colpo.

In questi tempi in cui i prison drama invadono cinema e tv, era difficile fare un prodotto così originale.
Lì è stato bravo Giuseppe. Ce lo siamo subito detti di non cadere nel cliché moderni dei prison drama, con un cattivo senza redenzione e le solite dinamiche relazionali e criminali. Dovevamo rovesciare gli stereotipi, gli schemi del genere. Lui ha iniziato dagli obiettivi, ha scelto gli anamorfici, quelli dei western per intenderci. Avevamo addirittura un 35 usato per Apocalypse Now, talmente vecchio però che distorceva tutto. E lui quelle distorsioni le ha usate per creare un’estetica ancora più unica. Volevamo autenticità, qualcosa di vero, non una serie tra le tante. E il racconto anche per questo, bello o brutto che possa sembrarvi, ha una forza particolare. Gagliardi è stato bravissimo, ha asciugato tanto la serie in montaggio, ha tagliato, per dare credibilità a tutto e tutti.

Fondamentale è stata la scelta di incentrare tutto sul personaggio del direttore di un carcere, solitamente usato in questi film e serie in modo meramente funzionale.
Mi interessava molto la figura di quest’uomo. L’idea nasce da me, sono io che la porto a Lorenzo Mieli. Nasceva da questa immagine che avevo di un uomo che perde la bussola e lo fa in un carcere. Ci abbiamo messo quattro anni a farla, e quello spunto è diventato altro, quello che vediamo ora, ben più complesso. Ma volevo seguire la parabola di chi insegue un ideale di giustizia completamente personale e, persa la trebisonda, va altrove, smarrisce la retta via e sacrifica alla sua missione, alla sua ossessione, tutto. Famiglia, amore, forse pure il lavoro e quello in cui crede. Ma ha una consapevolezza: qualcuno quel lavoro sporco lo deve pur fare. Qualcuno quel peso deve sopportarlo.

Luca Zingaretti con Anna Bonaiuto. Foto: Sky

Un grande sceneggiatore diceva che i buoni film abbassano o alzano l’asticella della morale dei personaggi. I capolavori quella degli spettatori.
Bruno Testori passa talmente tanti limiti da perdere l’orientamento morale. Ma la domanda è sempre: cosa avrei fatto io al posto suo? A uno che non deve far passare nessuno, che è una guardia tra due mondi, cosa è permesso, cosa è consentito? La risposta è molto più complessa di quello che immaginiamo. E se tu fai muovere l’asticella della morale a uno spettatore, se non lo fai stare comodo, hai già vinto. Se si fa delle domande, per te è un trionfo.

Ho sempre trovato affascinante una cosa in particolare del tuo talento: saper incarnare l’ambiguità del bene e del male. Non c’è una puntata in cui Montalbano non violi una regola, non c’è una regola che Testori rispetti. Eppure provi empatia per entrambi.
L’ambiguità di Bruno sta nel suo essere umano, in quella sua debolezza riconoscibile e abissale, in cui è impossibile non immedesimarsi. Credo che sia qualcosa di diverso da quanto fatto finora. La sua fragilità è la nostra. Uomini e donne non sono blocchi di granito, sono pieni di contraddizioni, e quello li rende così affascinanti. Quando fai un eroe, tu devi mettere in scena subito la sua paura: il vero eroe si caga sotto. Ricordo Puglisi (che Zingaretti incarnò nel bellissimo Alla luce del sole di Roberto Faenza, nda), immenso, che dice al suo sodale: “Non lasciate troppo solo il mio corpo”. Ma come, credi al Paradiso, cosa te ne frega? Ma è come Gesù che chiede a Dio di allontanargli l’amaro calice, è una paura, un desiderio del tutto umano, e questo rende entrambi straordinari nell’andare incontro al proprio destino.

Come si entra e si esce da uno come Bruno Testori?
Giro sempre con un taccuino. Prendo appunti per capire, entrare dentro il mondo del personaggio, imparare a conoscerlo e sì, anche ad amarlo. Magari non li rileggo neanche, ma già scrivere porta alla coscienza quelle riflessioni. Lo faccio spesso, sempre. Fissi un dato inconsciamente, senza filtri, con l’azione del portarlo su un foglio e fatto questo lavoro hai il personaggio. E ti crei un percorso per diventare lui. E se funziona, tu non hai bisogno di eccessi, di andare sopra le righe, anche il pubblico capisce che i suoi, i tuoi gesti sono inevitabili. Non devi sottolinearli, la naturalezza con cui lo senti la percepisce anche chi guarda. Il personaggio non deve diventare prevedibile, ma chi guarda deve trovare le sue azioni coerenti. Vicine.

Ma come ci si difende dall’oscurità che uno come lui ti porta dentro?
Immergersi in un personaggio non è esserne ossessionati, avere le visioni se fai un santo non è la strada giusta. Lo è ragionare come lui quando cerchi risposte, condividere con lui un’energia. Un’energia che spesso ti fa sentire inadeguato, quando per esempio interpreti grandi uomini inarrivabili. Altre volte pure schifoso con personaggi più difficili, controversi. Come nella vita: se stai con un depresso vedi tutto nero, se poi esci a prenderti una birra con un amico solare e divertente cambi la tua prospettiva su tutto. Devi entrare in una sorta di empatia potente, anche invasiva, in cui volere bene al personaggio, accoglierlo senza remore. Perché nessuno di noi, tranne Putin, è una merda totale, Mi viene sempre in mente Gemma Calabresi che va al processo agli assassini del marito e guarda Bompressi con la figlia e capisce che persino chi le ha tolto il marito, l’amore, un pezzo di vita non è solo il male, il nero assoluto. Qualsiasi sia stato l’orrore vissuto lei ha saputo guardare oltre e altrove. Tanto da capire che magari in un pezzo della sua vita quell’uomo che le ha portato tanto dolore è stato un ottimo padre, marito, amico. Anche se con le armi in mano ha ucciso chi ama.

Gary Oldman una volta mi disse: “Sarò anche bravo a incarnare il male, ma a vent’anni non sarei mai stato capace”. Bruno Testori è figlio anche della tua maturità di uomo e di attore?
Ha ragione, è completamente diverso prendere un ruolo così ora e invece farlo a vent’anni, quando potrebbe farti troppo male, annichilirti. Faccio un esempio: è come andare a vela. A vent’anni si alzano mare e vento, arriva la bufera e tu ti ribalti e ci rimani, a cinquanta ti godi tutto e sai come portare la barca in porto, conosci le difficoltà e hai la consapevolezza di avere i mezzi per cavartela. A questo proposito benedico la mia lunga e dura gavetta, mi ha dato tanti strumenti e difese. Ora se pure mi dovessi trovare, che so, su un grande set internazionale, proverei grande rispetto, ma paura no. Di niente e nessuno. Più cose vedi, più situazioni vivi, più sai fronteggiare quello che ti trovi davanti, per quanto difficile e complesso. Sono uno che è rimasto umile, ma che non ha più timori reverenziali.

Per costruire una figura così titanica hai collaborato anche alla sceneggiatura?
Ho collaborato molto alla scrittura, soprattutto del personaggio. Ci sono cose che Bruno “deve” fare, e le senti solo quando lo indossi. Ho spesso aiutato gli sceneggiatori a togliere una battuta, o a sottolinearla perché lo identificava. Ma mi sono concentrato ancora di più sulle dinamiche interne al carcere: per dire, il direttore i detenuti non possono sfidarlo con sguardi torvi e diretti. Se lui parla, loro devono stare a occhi bassi, quello è il rapporto instaurato in quel contesto. Lì non devono esserci contraddizioni. Lui governa con mano ferma il San Michele, con metodi autoritari e a tratti benevoli, come un padrone con i propri cani. E allora devono abbassare lo sguardo, anche perché lì dentro sono e si sentono solo bestie. In questo mi ha aiutato il teatro, so che il contesto è tutto: se ti avvicini arrabbiato, deciso, serio contro un altro ma io rido, tu sembri solo un cretino. Ma se io appaio terrorizzato, tu diventi un gigante. Il resto lo fa un cast davvero all’altezza: qui c’è una scenografia umana pazzesca, facce e recitazione di livello altissimo. E senza trucchi, senza tatuaggi finti, è tutto vero, sono tutti veri.

Mi permetto una provocazione. Se penso ad attori come te o come Alessandro Borghi, penso a grandi talenti che vengono snobbati dal cinema d’autore. Entrambi avete lavorato con grandi autori, ma non quanto meritereste. Ti sei mai chiesto perché?
Certo che so perché. Ma non te lo dico, non posso. La risposta ce l’ho ed è chiarissima, elementare, ma non voglio farmi dare dello sfigato. In questo Paese è come nel calcio, non si dicono le cose di spogliatoio. Te lo dico a microfoni spenti. Ma hai ragione, è un fenomeno che esiste, c’è uno scollamento tra valore e scelte. (A registratore spento me lo ha detto: rispetto il patto di fiducia con lui, ma mi permetto di dire che ha ragione da vendere, nda)

Provo a rovesciare la domanda, allora: come mai un prodotto come Il re sa farlo solo la tv?
Perché la tv ha un pubblico, il cinema non sempre. Io ho lavorato per vent’anni su un mezzo dove il primo giudice, peraltro il giorno dopo, erano i risultati. Se andavano bene, si continuava, altrimenti ci si fermava. E la cosa, non lo nego, ha lati positivi e altri negativi, ma ti insegna che non puoi e non devi ignorare il pubblico, lui fa la fortuna e la sfortuna di noi attori, non puoi far finta che non esista.

Come si fa a essere credibile e “nuovo” nei panni di Bruno Testori dopo tanti anni a fare un personaggio che ha così condizionato il nostro immaginario come il commissario Montalbano?
Io ci sono riuscito fregandomene. E credo che nella vita sia un traguardo riuscire a farlo. Non sono mai riuscito ad agire per convenienza o strategicamente. Con Montalbano nel 2008 ci ho provato pure, eh, a lasciarlo, me lo diceva anche Camilleri: l’attore deve abbandonare il campo un attimo prima che il pubblico si stufi. Ma poi mi mancava, e nel 2010 ci ho riprovato. Per me il tuo lavoro deve farti felice, nutrire il tuo Io profondo, e di certo questo non succede se sei ossessionato da tattiche e tatticismi magari anche efficaci. Io amavo quel personaggio, non smetteva mai di essere un’esperienza meravigliosa, a partire dallo spiare gli scritti di Andrea per vedere ogni anno che si era inventato. Avrò fatto pure per vent’anni lo stesso personaggio, ma se non ho annoiato per vent’anni e anzi ho aumentato i consensi, persino in replica, vuol dire che sono riuscito a continuare a sorprendere chi mi guardava, pur sempre con le stesse fattezze e un certo tipo di caratterizzazione. Voglio vedere chi riuscirà a farlo, e fatico a ricordare molti che ci sono riusciti in passato. Nella mia sventatezza non me ne sono mai occupato, proprio come in quel famoso 2010. Fu una scommessa vinta, siamo arrivati a fare il 45% in Italia. Ma soprattutto io mi sono divertito, e sai che ti dico? Ricomincerei domani. Senza paure.

Un altro ritratto di Luca Zingaretti nella serie. Foto: Sky

Rimane il fatto che è una sorta di miracolo. Per molti Montalbano sei tu e tu sei Montalbano.
Magari è delirio di onnipotenza, ma se hai un rapporto con il tuo pubblico, se lui sente la tua buona fede, se capisce che desideri raccontargli una storia che ti piace, magari non ti riuscirà sempre al meglio, ma sentirà sempre la tua autenticità e che non sei un paraculo. E io voglio quel rapporto lì, sincero e diretto. E allora anche quando cambi radicalmente ti accetta. L’altro segreto è che siamo in un altro mondo. Montalbano era l’iperuranio della commedia dell’arte, l’Arlecchino servitore di due padroni, per questo si poteva metter dentro Catarella o protagonisti di puntata di un certo tipo, ma questo è un altro genere, un’altra storia. Credo che sia merito di tutti, della passione che ci abbiamo messo e della cura di ogni dettaglio in ogni parte de Il re. Per me la passione per il mio mestiere è ed è stata sempre fondamentale, non mi ha fatto stancare mai di imparare, di rubare a quelli più bravi e più esperti. E soprattutto mi ha tolto ogni paura di rischiare, onore e gloria a chi sa ricominciare ogni volta uscendo dalla propria comfort zone. Anzi, fuggendo proprio da lei.

La tua capacità di proteggere Luca dal personaggio pubblico e il personaggio pubblico da Luca ha influito?
Forse è anche quello, sì. Non ho mai fatto sforzi per proteggere Luca Zingaretti dall’attore e viceversa, il punto è che io sono uno solo. Ripeto, non sono uno che riesce a privilegiare il guadagno alla felicità, né uno che sa venirti incontro e fare chissà quali compromessi. Ma non perché io sia chissà chi, ma per serenità personale: banalmente tra lo stare scomodo e lo stare comodo, io preferisco stare nei panni del secondo. Non posso piacere a tutti, ma il non essere a disagio nei propri panni magari non ti porterà la felicità, sarebbe troppo, ma quanto ti fa divertire? Scusa il francesismo, ma che cazzo di senso ha ‘sta vita se non te diverti? Poi per carità, ne ho fatte di cazzate quando non avevo una lira, ho fatto delle robe in teatro di cui ancora mi vergogno. C’era un buon motivo, il fatto di dover mangiare. Ma ora che ho il privilegio di poter scegliere, devo a quel ragazzo squattrinato e al me stesso di ora di farlo in un unico senso: divertirmi, stare bene. Sarei uno scemo a seguire carriera e convenienze, ma chi te lo fa fare, per me se lo fai sei un deficiente, pensa a stare bene e basta. Non penso di fare una cosa chissà quanto rivoluzionaria. Io sono fatto così, altrimenti non riuscirei a stare bene con me stesso, non mi incenso, la verità è che non sarei capace di essere altro. La mia storia mi ha fatto diventare così e non mi dispiace, e poi devo pure ringraziare il fattore C, perché nella vita è fondamentale.

Ti senti un uomo fortunato?
Ma certo che mi sento fortunato, mio padre diceva sempre che nella vita devi avere la fortuna di non avere sfortuna, una grande verità che ignoriamo troppo spesso. Non parlo solo di me e non solo di come mi è andata sul lavoro. Noi non pensiamo abbastanza a quanto siamo fortunati già alla nascita, a essere italiani e non essere ucraini, ora. O nati in Burundi, nel mezzo di una guerra civile. Invece siamo qui, in un albergo bellissimo a chiacchierare, facendo due mestieri che amiamo. Ma che cazzo vogliamo, ma come potremmo definirci non fortunati? Sarebbe un’infamia e un insulto alla sorte. Eppure l’Occidente con prosopopea è convinto che tutto gli sia dovuto, e chi ci vive si lamenta continuamente. E vogliamo pure cacciare quelli che attraversano il mare, il Mediterraneo, per stare meglio qui da noi, li vogliamo rimandare a casa loro. Ma dove cazzo possono andare, che gliel’abbiamo rubata, la casa! Se non allarghiamo il campo di coscienza per sapere chi e dove siamo, non potremo mai capire quanto siamo fortunati.

Torniamo a Il re. La scena più difficile e quella più facile?
Non ti posso dire qual è la scena che è stata più difficile per me, farei uno spoiler troppo grande, ti dico solo che sapevo cosa volevo, sapevo di dover comprimere l’aggressività facendo uscire solo un rivolo di rabbia che facesse intuire che se quella diga avesse ceduto sarebbe successo il finimondo. Ed era difficile e soprattutto giravo a vuoto, non trovavo la cifra giusta, in quella situazione in cui non sai se insistere o mollare e riprovare dopo o l’indomani. Le più divertenti quelle della rivolta, ti dà il senso di questo lavoro, è il momento massimo di finzione. E quindi nel menarci tra noi, tutti attori, non riuscivamo a non divertirci anche grazie a un regista che faceva il suo lavoro molto seriamente ma senza prendersi e prenderci sul serio.

Casa Zingaretti, suona il telefono. Chi sogni possa esserci all’altro capo del telefono?
Martin Scorsese. Una bella telefonata in cui mi dice che ha deciso di raccontare la storia di un vecchio boss italiano emigrato in America e che fa i conti con la vecchia mafia newyorkese. Sto scherzando, ma se devo sognare, allora ti dico che vorrei lavorare con lui, De Niro, con Anthony Hopkins, e con tanti altri. Io sono cresciuto a pane e film di Scorsese. Però non me ne faccio una malattia, eh. Sono felicissimo di chi sono e di come è andata finora.

E in Italia?
Su tutti Paolo Sorrentino, lo trovo un talento unico di quelli che nascono ogni cento anni, non è solo un regista e un autore, è un fanciullo che ha un mondo meraviglioso dentro e ha una facilità e una felicità di scrittura uniche nel proporcelo. Lui è un maestro di cinema, le sue storie sono incredibili. E ora che l’ho visto lavorare, quando sono andato a trovare sul set Luisa (Ranieri, sua moglie, tra i volti di È stata la mano di Dio, nda), ne sono rimasto ancora più abbagliato, che meraviglia vederlo all’opera con troupe e attori, capisci che statura di intellettuale e artista sia. Ma io questo lo dico da tempi non sospetti, mi ricordo quando uscii dalla sala dopo aver visto L’uomo in più. Ero frastornato, ammirato, continuavo a ripetermi: “Ma chi cazzo è questo, che fenomeno”. E poi Andrea Renzi e Toni Servillo in quel film sono bravissimi, Paolo è una benedizione per gli attori, quei monologhi cos’erano, non mi ci far pensare. Ma sai qual è il problema di questo Paese? Che noi italiani facciamo fatica a riconoscere il genio quando è tra di noi.

Ti immagino felice come un bambino sul set di È stata la mano di Dio. Quindi tu e Luisa vivete l’uno il lavoro dell’altra serenamente?
Ma certo che ne parliamo, che lo viviamo, come potrebbe essere altrimenti? Tutti i giorni, è la vita nostra, il nostro non è un semplice lavoro, è qualcosa che caratterizza ogni grammo di te. Lo facciamo a partire dal consigliarci bei libri e film fino a raccontarci cosa facciamo, è uno scambio e un confronto che è parte integrante di noi. Un attore non chiude la bottega o va via dall’ufficio, certo cerchiamo di proteggerci dagli aspetti più negativi, da nervosismi e invasioni, ma non possiamo né vogliamo non condividerci. Certo, siamo sempre molto attenti a tutelare le nostre figlie, che si sentono giustamente un po’ invase dal nostro mondo.

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