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Luca Bizzarri: «Genova deve alzare la testa, il nostro modo di costruire i ponti è questo»

La satira contro Toninelli, il ricordo del Morandi e il ruolo di presidente a Palazzo Ducale con la mostra ‘Paganini Rockstar’, perché la rinascita della città riparta anche dalla cultura

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Foto di Ian Gavan/Getty Images

Se volete immaginare Luca Bizzarri a Genova, nella sua città, visualizzatelo in Vespa: una parentesi curva che scarta le auto, nel sali e scendi ripido e stretto tra le colline e il mare. «Certo che ho la Vespa, altrimenti che genovese sarei?», dichiara orgoglioso, in sella da quando era un ragazzo e frequentava il liceo classico più tosto della città, mentre al Teatro Stabile sudava ad ogni provino, fino alla volta buona, e all’incontro con Paolo (Kessisoglu), da allora suo compare su molti palchi e lungo tutta una carriera da attore che lo rende oggi popolare e riconoscibile. Parcheggia la Vespa rossa classe 1980 in piazza de Ferrari, dove si affacciano le porte di Palazzo Ducale.

«Tutti qui mi chiamano ‘Presidente’, è incredibile», commenta Bizzarri, da un anno ai vertici del Palazzo. Imprevedibile soprattutto, come la chiamata a cui rispose nell’estate 2017, che, ammette: chi se l’ aspettava? «Sti cazzi (o belin?), all’inizio ho detto no, non mi sentivo adatto, insomma, faccio il comico, non avevo mai amministrato un posto dove si consuma cultura colazione pranzo e cena. Comprendevo benissimo i motivi della scelta su di me, si appoggiavano alla mia popolarità televisiva, che poteva diventare un richiamo per attrarre investimenti, nuovi visitatori, e magari un taglio diverso sulla fruizione della cultura in città. Pensavo di essere inadeguato ma il mio ruolo, invece, è soprattutto d’indirizzo e rappresentanza, e fortuna c’è un direttore che decide più di me (adesso Serena Bertolucci, ndr)! Ho sentito, riflettendoci, una specie di ‘chiamata alle armi’, e quindi ho accettato: sarebbe stato un modo per restituire qualcosa a una città che, nonostante tutto, mi ha dato tanto».

“Nonostante tutto” significa molte cose, in genovese stretto. Sottintende combattere quotidianamente con una città priva di servizi, di lavoro e di opportunità. Significa confrontarsi con una popolazione anziana e mugugnona (lamentosa in genovese) e può includere addirittura nascere tifosi del Genoa, come Luca Bizzarri, e abituarsi a tribolare con i patimenti fin da piccoli. Ma soprattutto può voler dire essere condannati a un’appartenenza ruvida e a tratti fanatica, di tutto un popolo “con quella faccia un po’ così”, che tende a isolarsi, a nascondersi tra le pieghe dei vicoli, a partecipare con riserva.

Come va la mostra su Paganini Rockstar?, chiedo, mentre lui si rifocilla con verdure e bistecchina ai ferri, attento al look e alla linea, come fu anche Niccolò Paganini, il violinista rockstar dell’Ottocento, che si vestiva di nero e non ripeteva mai una performance.

«La mostra va, ma soffriamo, come tutta la città – spiega Bizzarri- È un momento così, di crisi e dolore. Eppure Genova non è isolata, anzi, è proprio oggi che deve alzare la testa, non mollare, reagire. Il nostro modo di creare ponti è questo: continuare a costruire una rinascita, proporre mostre, eventi, momenti di condivisione».

Sono storie di resilienza anche quelle raccontate al piano nobile di Palazzo Ducale, dove la mostra sul violinista genovese, (fino a marzo 2018) che improvvisava con il suo “cannone“ (il violino di Paganini) spartiti indiavolati, è inondata di musica, testimonianze di rockstar contemporanee, e dettagli del potente corpo di Roberto Bolle, che danza, occupando un’intera sala, sui virtuosismi del Capriccio 24.

«Nell’ultima sala, dove sono esposti gli strumenti dei musicisti, il violino di Paganini e un frammento della mitica Fender Sratocaster di Hendrix, ci faccio un giro sempre, ogni volta che vengo a Palazzo Ducale», spiega Bizzarri, ricordandomi che nello spazio accanto è ospitato un ricordo a un altro genovese illustre: Enzo Tortora, con la mostra La tv spezzata.

«Adesso al Ducale abbiamo due esposizioni che riguardano due genovesi: Tortora e Paganini, che hanno contribuito alla città e non hanno avuto nulla in cambio. Ci è sembrato naturale rendere loro omaggio. Di Paganini non abbiamo neppure la salma, lui che era figlio di un camallo, è seppellito a Parma. Di Enzo Tortora festeggiamo i 90 anni dalla nascita, e ne accendiamo il ricordo, sperando di addolcire le ingiustizie».

Sembra gridare all’ingiustizia anche lo scheletro del ponte Morandi, da quattro mesi appeso alla politica, e da incalcolabili ore in attesa di soluzioni. «Ci sono andato a ferragosto, il giorno dopo il crollo. In vespa. Avrei preferito non andarci. E adesso non lo rifarei. Mi sono sentito perso, come molti, credo. Come se mi avessero dato un pugno in testa. Un collasso interiore, come se fosse crollato, per ciascuno, un pezzetto d’identità. Ho girato la vespa e sono tornato a casa».

Hai pianto? «Ho frignato parecchio, certo» confessa.

C’è da dire che Bizzarri piange molto, lo ammette lui stesso: «Frigno per molto meno. Ogni 48 ore, dai, un piantino me lo faccio. E non è la vecchiaia eh, perché ho frignato molto anche da giovane. Mi emoziono per tutto: film, musica, comici, cartoni animati! L’ultima volta? Non lo so, mi succede continuamente. Mi piace commuovermi». Si sorprende ancora di essere riuscito a leggere tutta intera, deglutendo con fermezza il groppone che gli saliva su, una delle storie più incredibili avvenute sul ponte Morandi: la nascita di un bambino! È una storia vera, e soltanto uno dei 500 racconti arrivati sul suo profilo Facebook quando ha invitato ognuno a raccontare “quella volta sul ponte” (la mostra dedicata inaugura il 14/12).

«Quella volta non ho pianto», ricorda, abbassando il tono, come se si sentisse, improvvisamente, un po’ invecchiato. Era il 14 settembre, un mese dopo la caduta del ponte, e tutta piazza De Ferrari, emozionata, si stringeva al vicino. «È stata la prima volta che sono riuscito ad arrivare in fondo al racconto senza singhiozzare. Forse, non mi sono sentito solo».

Sul futuro del ponte a giorni dovrebbe decidersi tutto: il progetto del ponte, chi lo fa, quando sarà demolito….secondo te i genovesi ci credono o, come ha dichiarato il ministro alle Infrastrutture e ai trasporti Danilo Toninelli, ci vorranno mesi, o forse anni? chiedo. «I genovesi credono a poco. Anche a troppo poco. Facciamo molta fatica a fidarci delle persone. Forse però, in questo caso, arrivare così tardi con le idee così confuse, non è un bel segnale».

Il ministro Toninelli, già bersaglio della parodia I tre Ninelli, nel programma Quelli che dopo il tg (condotto insieme a Paolo Kessosoglu e Mia Ceran su Rai2, nda), è di sicuro un’ottima ispirazione per la satira, ma, commenta Bizzarri: «Emergono profonde lacune e anche un’inadeguatezza, soprattutto mediatica, che fa di Toninelli il politico più attaccabile. Io dico sempre: ma non ce l’hanno un amico, questi, che gli consiglino, li blocchino prima che la sparino grossa? No. Non li hanno questi amici».

Luca dichiara di essere lontano dal mondo della politica, anzi, precisa: «La politica è troppo machiavellica per me, io sono la persona meno machiavellica del mondo», ma sa tutto di quel che succede a Montecitorio, twitta quasi quanto un cinque stelle e soffre di una latente addiction ai social, è informatissimo, appassionato di video cult, fan di Mara Carfagna, teledipendente di Roberta Petrelluzzi(Un giorno in pretura), e coltiva tante altre ottime qualità da persona curiosa.

Salvini è machiavellico? chiedo. «Sì – risponde – lo sono tutti quelli. Tutti, tranne Toninelli».

E con il sindaco Bucci, in quota e Lega, e con Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, un uomo di Forza Italia, come vanno i rapporti? insisto. «Con i politici locali è un po’ diverso, ci sono buoni rapporti, tanto lavoro vero, e ne apprezzo la volontà di farsi sentire a livello nazionale».

A volte la sensazione di essere tagliati fuori è così netta, da ipotizzare nuove formule geografiche, qui nel nord ovest. Fantastichiamo con Bizzarri su una Genova gestita dall’efficienza milanese; «Io faccio il pendolare tra Genova e Milano e ogni volta penso che se ci fosse un treno che mi porta da lì a lì in un’ora, abiterei a Genova – spiega Bizzarri e ricorda: «Marco Bucci, quando era ancora in campagna elettorale per la corsa a sindaco, buttò lì una frase che suonò come una provocazione: “Genova potrebbe diventare il più bel sobborgo di Milano”, si scatenarono le polemiche, ma se ci fossero infrastrutture migliori, forse sarebbe un guadagno anche per noi».

Trasformarsi nella Key Biscayne della metropoli milanese è un miraggio soltanto per una parte di genovesi, forse quelli che, come fa anche Luca, ogni volta che rientrano a Genova hanno un rito sulla sopra elevata: «L’unica strada che si può fare per entrare in città – ricorda Bizzarri – io ogni volta che arrivo, e sto sospeso tra le navi del porto e le creste dei palazzi, abbasso il finestrino, e tiro fuori una mano. Per accarezzare l’aria».

Come nella miglior tradizione della scuola artistica genovese, anche Bizzarri fa il cosmopolita soltanto se è sicuro di poter tornare a casa. Che è dove lo aspetta Smog, il suo lupo dall’espressione umana, dove lavora mamma Rosalina, tenente degli affari di famiglia e faro per Luca e il primogenito Roberto e, prima che fosse spazzata dalla mareggiata, casa era anche la passeggiata di Zoagli. «Adesso non c’è più. Ma Genova è viva», ribadisce, e diventerà una rockstar, aggiungiamo noi.

Anche se dal 14 agosto scorso i genovesi pendolari consumano un nuovo rito: se viaggiano sulla A 7 verso Milano c’è un punto in cui si vede il ponte, lo hai proprio a fianco, te lo lasci a sinistra. E tu ti giri a guardarlo? chiedo a Bizzarri, «Tutte le volte».

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