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Lorenzo Zurzolo, da baby a star

Recita da quando aveva 7 anni, ma è stata la serie Netflix a farlo conoscere in tutto il mondo. E ora vuole imparare bene l'inglese, casomai gli capitasse di incontrare Xavier Dolan o Timothée Chalamet

Appena arrivato all’aeroporto di Santo Domingo, Lorenzo Zurzolo va a cambiare gli euro in pesos, «e le due ragazze del cambio mi riconoscono: “Tú eres actor”. Non me l’aspettavo». Leggi che Netflix arriva a 150 milioni di persone in 150 Paesi, ma ti pare una cosa quasi astratta. Invece è tutto vero. «Di recente sono stato a Dublino, ad Amsterdam. Mi riconoscevano pure lì. E io pensavo: ammazza, pazzesco». La colpa è di Baby, in cui Lorenzo, vent’anni a marzo, interpreta il liceale Niccolò, cioè il fratello della regina delle mean girl (l’adorabile Chabeli Sastre Gonzalez) e l’amoretto giovane della prof di ginnastica (la vet Claudia Pandolfi). Siamo al primo Cana Dorada International Film Festival di Punta Cana, dove la serie Netflix è stata premiata, e lui è malato: «Non mi succedeva da anni, che nervi. Vabbè, ho la scusa per stare in camera a vedere la partita della Roma».

Domanda seria: essere già un attore riconosciuto pure fuori dall’Italia “allarga” la costruzione di una carriera?
Be’, c’è più possibilità di espandersi. Dall’estero, anche solo via social, cominciano a contattarmi. Su Instagram ha iniziato a seguirmi Xavier Dolan. Solo il fatto che registi importanti mi conoscano e sappiano chi sono è una cosa assurda. Ora, anche per questo, voglio mettermi a studiare l’inglese sul serio.

Torniamo agli inizi.
Ho cominciamo a 7 anni. Feci questo provino per la pubblicità della Vodafone, uno di quelli a cui vanno mille ragazzini. Mi presero e mi ritrovai sul set con Totti, che da romanista era già una roba incredibile. Mi son divertito tanto, ho voluto continuare a fare provini. A 9 anni feci il primo ruolo in tv in Amiche mie, una serie di Paolo Genovese e Luca Miniero con Margherita Buy, io facevo il figlio di Cecilia Dazzi. Poi, a 11 anni, Paolo mi richiamò per Una famiglia perfetta, dove ero il figlio di Sergio Castellitto e Claudia Gerini. Da lì ho continuato, devo dire che ho sempre lavorato abbastanza.

Lorenzo Zurzolo e Claudia Pandolfi in ‘Baby 2’

Netflix cambia il modo di lavorare?
Il lavoro è sempre quello, cambia l’approccio. È una grandissima multinazionale, sono super organizzati. Per Baby abbiamo passato un mese con l’acting coach, anche per conoscerci meglio tra di noi. E due giorni a Tarquinia per provare le scene con gli stuntmen. C’è un’impronta decisamente più cinematografica rispetto alle serie Rai.

Quando hai capito che, attorno a Baby, stava nascendo un nuovo star system?
L’ho visto sui social, che oggi sono il metro del successo, per così dire. Su Instagram non avevo neanche 10mila follower, nella settimana in cui è uscita la serie sono arrivato quasi a 200mila. Scrollavo e aumentavano in continuazione, e la cosa assurda è che era gente di tutto il mondo. Netflix, in questo momento, è l’unica realtà che può fare una cosa del genere. Una volta c’era la Disney, ma coi ragazzini più piccoli.

Questa velocità è un vantaggio o un danno?
È un’arma a doppio taglio. Se non hai la testa sulle spalle e non hai chiaro chi sei, quello che vuoi fare, può essere pericolosa. Io, per fortuna, ho sempre fatto qualcosa, non è stato un boom dall’oggi al domani. Ora è solo più lungo l’effetto. Quando ho girato Questo è il mio paese per la Rai, la gente mi scriveva nelle settimane in cui andavano in onda le puntate. Ma, una volta finita la serie, non c’era più niente. Ora è tutto più amplificato, immediato. Ma pure più bello.

Adesso che cosa verrà?
Un film sempre per Netflix, uscirà quest’estate. S’intitola Sotto il sole di Riccione, è un po’ il rifacimento di Sapore di mare, una commedia romantica adolescenziale dove siamo tutti ragazzi, io, Saul Nanni e Ludovica Martino, che ha fatto Skam. E Isabella Ferrari che fa mia madre, che è l’omaggio al film dei Vanzina. La regia è degli YouNuts, che sono fighissimi e finora hanno fatto solo videoclip. Quello di Salmo con Borghi (Lunedì, ndr) è una bomba.

Nel film Judy, i flashback ritraggono la giovane Judy Garland “controllata” dalla Metro-Goldwyn-Mayer. Il rischio di Netflix è quello di essere come i grandi studios di una volta, nel bene e nel male?
Che questo film sia sempre prodotto da Netflix è un caso, ho fatto il provino e loro manco lo sapevano. Poi però son stati felici di avermi. E io anche, alla fine è come far parte di una grande famiglia. A Netflix piace riutilizzare gli stessi attori. Lo fanno negli Stati Uniti, in Spagna, e ora anche da noi.

Che cosa guardi?
Un sacco di serie tv. Mi è piaciuta Euphoria. E Watchmen, che figata. Poi mi piacciono le cose un po’ psicologiche alla Mindhunter. E quelle tratte dai fumetti come Daredevil. Leggo un sacco di fumetti.

Un modello che osservi da lontano.
Tra quelli della mia età, dico Timothée Chalamet. È un grande, ammazza. Bravissimo. Sceglie sempre i progetti giusti, non ha sbagliato un film.

Un regista, a parte Dolan.
Christopher Nolan. Lo so, so’ nomi assurdi. Ma voglio imparare l’inglese anche per questo, sai mai…

I fan li hai già.
C’ho una scuola media sotto casa e ogni volta è un casino. Ora alcune ragazze hanno visto dove abito, hanno trovato pure il mio citofono. A volte diventa complicato, ma non mi dà fastidio. Anzi, odio quelli che dicono che gli dà fastidio. Ecco, magari non posso più scendere sotto casa in pigiama. Ma chissenefrega.

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