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Lior Raz: «‘Fauda’ è una serie che genera compassione»

Per l'uscita su Netflix della terza stagione della serie sul conflitto israelo-palestinese, abbiamo intervistato il co-creatore, che interpreta Doron: un personaggio «che non vince mai, vuole salvare tutti e invece perde tutti»

Lior Raz nella terza stagione di 'Fauda', dal 16 aprile su Netflix

Foto: Elia Spinopolos/Netflix

Le case di produzione in Israele non volevano saperne. D’altronde, racconta Lior Raz, attore protagonista e creatore di Fauda, «era il nostro primo progetto per la televisione. Una serie metà in arabo e metà in ebraico, sul conflitto israelo-palestinese. Troppo. Nessuno voleva parlare del conflitto». Cinque anni e tre stagioni dopo, Fauda non è soltanto di culto in Israele, ma è tra le uscite più attese di Netflix in questi giorni di pandemia. «Ti dico la verità: non so neanche io il perché del suo successo», ci dice Lior al telefono. «È una buona storia, lo spettatore sente di essere dentro il conflitto, all’interno del muro e dell’azione». Il muro è quello che divide i Territori palestinesi da Israele. Che divide anche a livello semantico, visto che c’è disaccordo persino su come definirlo: muro per chi rimane dentro, barriera difensiva per chi vive fuori.

Ad attraversare il muro sono soprattutto i militari. La serie racconta proprio l’attività di un’unità mitsa’arvim delle forze speciali israeliane, soldati che conducono operazioni sotto copertura tra la popolazione palestinese, parlano arabo, si vestono come gli arabi, conoscono usi e costumi locali. Fauda, che significa “caos” in arabo, è la parola che nello show i membri dell’unità gridano durante una missione quando le cose si mettono male.

Nella prima stagione Doron Kabilio, il personaggio interpretato da Lior Raz, dà la caccia assieme ai suoi compagni a un terrorista di Hamas, nella seconda a una cellula dello Stato islamico, nella terza entra sotto copertura a Gaza, un territorio dove, a differenza della Cisgiordania, gli israeliani non hanno alcuna presenza e collaborazione diretta con le autorità palestinesi locali, il movimento islamista Hamas.

Se non si è soldati, membri delle forze di sicurezza o giornalisti è difficile per gli israeliani conoscere quello che c’è oltre la barriera difensiva. Per raggiungere Ramallah o Betlemme ci vogliono pochi minuti da Gerusalemme, ma i civili israeliani possono entrare in Cisgiordania soltanto se diretti negli insediamenti; mentre è impossibile, per civili e militari, entrare nella Striscia di Gaza, un territorio costiero a 30 minuti di automobile da Tel Aviv, lungo 41 chilometri, più o meno la distanza tra Milano e Pavia, largo al massimo 12, che ospita 1,85 milioni di abitanti in 365 chilometri quadrati. I palestinesi possono uscire dai Territori soltanto con permessi medici e di viaggio. In Cisgiordania i loro movimenti sono limitati. E su Gaza è imposto da Israele ed Egitto un embargo sull’entrata di alcune merci. «Quando abbiamo scritto la serie, uno degli obiettivi era raccontare a chi è a Tel Aviv o Gerusalemme come vivono i palestinesi. Di loro, nella cultura israeliana, non si parla molto», ci dice Lior. «Volevamo mostrare l’altra parte e anche quello che fanno i soldati israeliani, l’alto prezzo che pagano per le loro azioni».

Lior Raz a Gaza e in Cisgiordania ci è stato quando era soldato. Come il suo personaggio, Doron, ha servito in un’unità mitsa’arvim. Figlio di genitori emigrati in Israele da Iraq e Algeria parla arabo fin dall’infanzia. L’altro autore e creatore, Avi Issacharoff, è un giornalista veterano che ha seguito per anni gli avvenimenti nei Territori. Anche se è prima di tutto uno show televisivo, in Fauda c’è molta vita vissuta. Nel 1990, in un placido quartiere residenziale di Gerusalemme, una soldatessa di 19 anni è accoltellata a morte a pochi metri da casa da un giovane arabo. A lei, Iris Azulai, il primo amore di Lior, è dedicata una puntata della prima serie. La morte in un attentato della fidanzata di uno dei membri dell’unità nasce da quel ricordo, ci dice l’attore. Accade però anche il contrario: che la finzione si stupisca di somigliare alla realtà, come quando due anni fa la missione di un commando israeliano sotto copertura è stata intercettata da Hamas. Sette palestinesi e un soldato israeliano son rimasti uccisi. È accaduto proprio nella Striscia, dove è ambientata la terza stagione: «Abbiamo voluto mostrare Gaza, un luogo molto più scuro e difficile rispetto alla Cisgiordania», spiega Lior. Certo, le riprese sono state fatte altrove, in una cittadina araba sulla costa settentrionale del paese, vicino al porto di Haifa, come altrove, nei villaggi arabi del Nord, sono state girate le scene delle prime due stagioni, ma il risultato è realistico.

Quelli raccontati in Fauda sono attacchi e operazioni che gli israeliani conoscono, anche se in Cisgiordania la violenza della prima e seconda stagione non esiste più da anni, dai tempi della Seconda Intifada, ci dice Anshel Pfeffer, giornalista del quotidiano israeliano Haaretz. «Quello che è interessante nello show è la relazione tra ebrei e arabi. Combattono tra loro persone con facce e nomi. La fiction, a differenza della cronache di giornale, rende tutto più personale».

È impossibile che una produzione televisiva sul conflitto israelo-palestinese non inneschi controversie. Le polemiche suscitate da Fauda hanno fatto subito rumore, a partire dal non coinvolgimento in fase creativa di una componente palestinese. Tra gli altri, il movimento BDS, la campagna globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, ha parlato di uno show che glorifica l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, altri hanno attaccato gli autori, accusandoli di mostrare soltanto il punto di vista israeliano e nascondere l’occupazione, il muro, i check-point, le restrizioni sui movimenti dei civili palestinesi, la distruzione delle case delle famiglie dei terroristi, le violenze dell’esercito. «Lo show è tutto sull’occupazione», sostiene Lior. «Chi dice questo non ha visto la serie: ci sono immagini realizzate con il drone in sorvolo sul muro, ci sono i checkpoint… Io e Avi non siamo palestinesi, siamo israeliani. Questa è la nostra narrativa e invitiamo i realizzatori palestinesi a creare uno show sul conflitto israelo-palestinese che mostri gli israeliani come noi mostriamo i palestinesi. Quando parlo a israeliani di destra mi dicono che davanti a Fauda hanno per la prima volta sentito compassione per i palestinesi. Siriani, yemeniti, libanesi mi hanno detto che davanti a Fauda hanno provato compassione per gli israeliani».

Se le prime due stagioni, ambientate in Cisgiordania, rievocano eventi di sangue del passato, la terza si aggrappa a un’attualità di violenza degli ultimi anni, alle eterne tensioni tra Gaza e Israele e alla costante minaccia di una nuova guerra. Per Lior è la stagione più scura. Sicuramente lo è per il suo personaggio, Doron, «che non vince mai, perde sempre: vuole salvare tutti e invece perde tutti». Doron non è solo in questo luogo scuro. Le storie degli altri protagonisti nella terza serie raccontano l’alto prezzo pagato per via del conflitto. E soprattutto, come ha detto l’altro autore, Avi Issacharoff, l’alto prezzo pagato dagli innocenti: «Vediamo persone che non vogliono andare in guerra, vogliono vivere in pace, che rimangono incastrate nel conflitto israelo-palestinese malgrado loro».

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