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La prima regista donna di ‘Star Wars’: «Come ho fatto recitare Baby Yoda»

Deborah Chow, che sarà dietro la macchina da presa anche per la serie su Obi-Wan Kenobi, racconta il terzo episodio di 'The Mandalorian' tra jetpack e la nuova ossessione dei fan

Foto: Disney +

Questa settimana Deborah Chow è entrata nella storia di Star Wars in due modi, uno più ufficiale dell’altro.

Con la regia The Sin, la terza puntata di The Mandalorian (uscita negli USA venerdì su Disney +), Chow è diventata la prima donna a dirigere un’avventura di Guerre Stellari in live action – un traguardo di cui non era a conoscenza fino all’inizio della produzione. E con l’esaltante climax dell’episodio – in cui un gruppo di compagni mandaloriani atterra con i jetpack per salvare il nostro eroe Mando (il protagonista interpretato da Pedro Pascal, ndt) dai cacciatori di taglie rivali – è riuscita a realizzare i sogni dei fan di Star Wars che hanno visto nel Ritorno dello Jedi la breve sequenza in cui Boba Fett usava il suo jetpack. E ne vogliono ancora (*).

(*) Sì, Jango Fett usa un jetpack nei prequel, ma la parole chiave è ‘prequel’.

Chow ha anche diretto Baby Yoda – fatto meno storico, ma il pupazzo è troppo adorabile per non parlarne. Dopo diversi episodi di The Mandalorian, Chow sarà la regista principale della serie Disney + su Obi-Wan Kenobi con Ewan McGregor. Ha abbandonato un attimo il suo nuovo progetto per parlare con noi della sua rivoluzione all’interno del mondo di Guerre Stellari.

Cosa comporta la regia di una grande sequenza d’azione come quella in cui i Mandaloriani volano con i jetpack per salvare Mando?
È servita parecchia pianificazione. Ovviamente è una sequenza molto impegnativa, ed è stata una sfida. Stiamo cercando di offrire la portata e la qualità di una grande film all’interno di un modello televisivo. C’è voluto un sacco di lavoro, ma è stato incredibile dirigere quella scena, nel senso che c’era davvero di tutto e di più: armi, gente che volava… È stato davvero fantastico.

Foto: Salangsang/Shutterstock

Eri una di quei fan di Star Wars che aspettavano altre avventure con il jetpack in stile Boba Fett?
Data la profondità della fanbase, non direi mai di essere tanto hardcore. Sono stata sicuramente una fan, sono un grande appassionata del genere, e questa è una specie di nave madre. Dirigere la scena dei Mandaloriani che scendono dal cielo è stato sicuramente un grande momento nella mia vita di regista.

A livello sia tecnico che emotivo, com’è lavorare con Baby Yoda?
È molto speciale. Sul set erano tutti innamorati di Baby Yoda. Speravamo che si capisse, e direi che è così. Quando anche i più tosti si inteneriscono davanti a una creatura così piccola, sai di avere per le mani qualcosa di grosso. Era un mix strepitoso di effetti visivi e marionette, sembrava così umano, un essere vivente a tutti gli effetti, che respira. È sicuramente uno dei miei personaggi preferiti da dirigere.

Nell’episodio lo mostri un pezzo per volta: vediamo i suoi occhi che sbirciano da sopra la culla sospesa o la sua mano che afferra la leva di controllo della cabina di pilotaggio, ma quasi mai Baby Yoda a figura intera. Necessità tecnica o scelta creativa?
Non c’è nessun motivo pratico o tecnico, è stata una scelta. E in gran parte è dovuta alla direzione tracciata da Jon Favreau e Dave Filoni, i creatori dello show: ‘meno è meglio’. L’idea era di non utilizzare eccessivamente Baby Yoda, in modo che fosse ancora più speciale quando lo vedi.

Quante indicazioni puoi dare a chi muove il pupazzo per convincere Baby Yoda a fare quello che vuoi? O ci sono alcune cose per cui devi per forza aspettare gli effetti digitali?
Abbiamo fatto tanto sul set, è stato straordinario. I marionettisti erano fantastici. Parlavo con loro proprio come faccio quando dirigo un attore. Ho cercato di concentrarmi sull’emozione che Baby stava provando in quel momento, e non di entrare nel campo tecnico. Dicevo: “La porta si apre e Baby Yoda ha paura. Cerca conforto e protezione in Mando”. Ne discutevamo come se stessimo dirigendo esseri umani e cercassimo di catturare l’emozione di un bambino.

Foto: Disney +

Visto che hai parlato di come la regia può suscitare emozioni, come sei riuscita a comunicare quelle di Mando, nonostante il volto di Pedro Pascal sia nascosto sotto un casco?
È stata una delle sfide maggiori, da quando abbiamo iniziato a girare. Non hai il vantaggio di una faccia o di un paio d’occhi a cui appigliarti. Abbiamo sfruttato la combinazione di vari elementi. Il primo è Pedro, e come usa la sua fisicità. La sua recitazione è diventata un dialogo tra fissità e movimento, e un saggio su come talvolta un gesto da niente può tradursi in qualcosa di molto più profondo. Da un punto di vista prettamente registico, abbiamo dovuto usare la macchina da presa per aiutarlo ad esprimere tutto questo. Nella scena ambientata nella cabina di pilotaggio in cui decide di tornare da Baby Yoda, abbiamo usato la cinepresa in modo ‘emozionale’.

Essere la prima donna a dirigere un’avventura di Star Wars in live-action è un traguardo raggiunto? Oppure vuoi essere considerata solo come un qualsiasi regista che ha fatto il suo lavoro?
È una sensazione strana. Essendo cresciuta in Canada, non era un traguardo che avrei mai pensato di raggiungere. Onestamente, quando ho ottenuto l’ingaggio, non ho pensato a questo ‘primato’. E credo che nemmeno Jon e Dave ne fossero coscienti. Da un certo punto di vista, è bello che nessuno si sia focalizzato sulla questione. Voglio dire: sono molto orgogliosa, è ovvio. Allo stesso tempo, però, mi sento una regista e basta. E voglio essere giudicata solo sulla base del mio lavoro, come tutti gli altri.

Ti ricordi quando hai scoperto di essere la prima?
Qualcuno me l’ha detto durante il primo giorno di riprese, o poco dopo. Non so come mai non mi fosse venuto in mente prima. Bryce [Dallas Howard] avrebbe diretto l’episodio successivo, e Vic [Victoria Mahoney] stava lavorando nella seconda unità dell’Ascesa di Skywalker, che però deve ancora uscire. Perciò non avevo calcolato che sarei stata cronologicamente la prima donna regista della saga. Ho semplicemente pensato: “Uh, interessante”. Quando stai dirigendo qualcosa, sei troppo concentrato sul tuo lavoro per pensare ad altro.

Durante la lavorazione, avevi capito che stavano pensando a te anche per la serie su Obi-Wan Kenobi?
L’ho capito poco dopo la fine delle riprese. Una delle cose più belle di questo progetto è stata sentirmi parte di una famiglia. Se non mi avessero coinvolt0osulla serie di Obi-Wan, mi sarei fermata a The Mandalorian. Ho provato davvero un senso di famiglia. Perciò sono grata di rimanere in questo universo.

Qual è il primo film di Star Wars che hai visto?
La trilogia originale. Ero troppo piccola per capire il primo film, ma mio fratello e mio padre erano così appassionati alla saga da trascinarmici dentro. Ho sempre amato il genere. Sono diventata una fan di fantascienza e fantasy molto presto.

Come ha reagito la tua famiglia al tuo ingresso nel mondo di Star Wars?
Credo siano rimasti tutti piuttosto scioccati. Non penso abbiano capito del tutto l’entità della cosa, soprattutto mia madre. È ancora parecchio confusa su quello che faccio esattamente. Credo sia troppo impegnata a guardare Orgoglio e pregiudizio.

Ultima domanda. Nelle scorse settimane, hai avuto modo di seguire le reazioni del pubblico alla serie?
Ne ho intercettate un po’. Non moltissime, ad essere sinceri, perché sono molto impegnata nel prossimo progetto. Ma sono molto felice di quello che ho letto. Ci siamo impegnati moltissimo, The Mandalorian si è portato via quasi un anno della mia vita. Abbiamo curato ogni dettaglio. Vedere che oggi è così apprezzato mi riempie di gioia.