Il trionfo di Stephen Colbert

Un uomo ordinario conduce un programma straordinario. Come il nuovo re della TV USA ha sconfitto l’ansia e imparato a vivere.

È ora di alzarsi», dice Stephen Colbert reagendo a un segnale del suo Apple Watch. Si alza dalla scrivania e fa un po’ di stretching. «Ora sì che non morirò mai!», dice. Quello, oltre a un intermezzo durante il quale si gode in silenzio la malinconica All This Time di Sting e una pausa per mangiare «tonno con una specie di sesamo sparso sopra», è il suo unico momento libero in questo giorno di luglio.

Il suo mastodontico ufficio è diversi piani sopra l’Ed Sullivan Theater di New York, in precedenza regno di David Letterman, che probabilmente non aveva una coperta del Signore degli Anelli sul divano. Nel viavai di autori e produttori, Colbert è seduto dietro la sua scrivania, a prendere decisioni.

Indossa un cappellino da baseball del Montclair Film Festival, un residuo del suo weekend nei sobborghi, una camicia blu, pantaloni cachi e un paio di scarpe Allbirds. L’abito lo mette solo al momento di andare in onda, o al massimo per le prove. Per tutto il giorno Colbert emana calma e padronanza, come il direttore finanziario di una società della metà del secolo scorso che fa davvero qualcosa. Ma è meno rilassato di quanto sembri: «Non appena metto piede in questo edificio, entro in modalità riflesso pavloviano», dice, tra un boccone di tonno e l’altro. «Ho sempre fame, e il mio corpo si irrigidisce. Col tempo, impari a gestirlo».

Recentemente, Colbert ha superato una delle sfide artistiche più ardue della sua vita. Con The Colbert Report veniva da dieci anni di successo ininterrotto, ma il nuovo programma nei primi mesi ha faticato parecchio, guadagnandosi critiche scettiche e perdendo molto terreno negli indici di ascolto rispetto al Tonight Show di Jimmy Fallon. Come ci spiega nelle oltre due ore di chiacchierata del giorno dopo, Colbert è riuscito a invertire la rotta in corso d’opera, non senza qualche tormento. Attenuare la sua tendenza maniacale a controllare tutto e ingaggiare, con ritardo, il veterano di Cbs News Chris Licht come showrunner è stato soltanto il primo passo.

Colbert ha 54 anni, «un po’ vecchiotto per questo lavoro», dice. Ma sarebbe stato complicato riuscire in quell’inversione di marcia senza il mestiere costruito in oltre undici anni di The Daily Show e le quasi 1500 puntate di The Colbert Show.
Nell’ultima stagione, The Late Show è stato il programma più visto della seconda serata, con alcuni segmenti diventati virali. E se lungo la strada sono arrivati momenti di ansia, la soluzione è stata semplice: è bastato dirsi «continua a lavorare».

Qualche tempo fa, hai concluso un segmento della trasmissione dedicato alle teorie del complotto, affermando che “la gente deve diventare adulta, cazzo!”.
Non penso che uno possa dire “diventare adulto” senza aggiungere “cazzo!”. Le parole si sposano a meraviglia.

Ne vieni fuori come un adulto.
colbert Mi ci sono voluti solo 54 anni.

A mio avviso, lo sei molto più del presidente degli Stati Uniti.
Non sono mai stato più vecchio di un presidente. Ma più maturo emotivamente, questo sì. Durante il giorno ci sono momenti in cui non penso solo a me stesso.

Scommetto anche che oggi hai avuto più riunioni di lui.
Non ho giocato a golf. Non twitto fino al termine dello show. Non lo faccio fino a quando non ho finito di lavorare. Sai che ti dico? Twittare è un premio occasionale. Devo guadagnarmelo.

Agli inizi del The Daily Show eri solo un padre che viveva in periferia?
Sì, indosso pantaloni cachi. Ho una camicia button down. Vado a messa – non che questo sia un sintomo di maturità. Sono un uomo medio della metà del secolo scorso. Quando una persona dice “vorrei che in questa stanza ci fosse un adulto”, di solito si riferisce a qualcuno con un’esperienza di vita molto ordinaria. Presentare uno show simile è realmente straordinario, ma per il resto sono piuttosto ordinario.

È quasi un cliché citarlo quando si parla con i creativi, ma Flaubert ha detto: “Nella tua vita sii regolare e metodico come un borghese, così potrai essere originale e sfrenato nella tua opera”.
Non l’avevo mai sentita, ma mi piace. E sono assolutamente d’accordo. Tengo separati vita e lavoro. Sono completamente concentrato sul lavoro, ma anche sulla mia vita. Amo davvero essere un padre che vive in periferia, e prende l’auto per andare in lavanderia a ritirare i pantaloni cachi. Le due cose non si escludono. Anzi, ricordo che quando ero giovane pensavo che più osavo sul palco o davanti alle telecamere, e più avevo bisogno di stabilità nella vita privata. Poco prima di sposarmi mi ricordo nitidamente di aver pensato: «Che bello sposarsi. Così avrò una certezza, nella mia vita».

Sei diventato papà prima che la tua carriera spiccasse il volo, il che apparentemente ha generato in te un po’ di ansia. C’è una vecchia registrazione di un provino in cui tieni in braccio tuo figlio e implori aiuto, e ti domandi perché hai scelto la strada della recitazione e non hai fatto l’avvocato come i tuoi fratelli. Non era solo una battuta, vero?
Durante quel provino scherzavo, ma fino a un certo a punto. Quando ero più giovane ho preso medicinali per curare l’ansia di aver buttato via la mia vita cercando di fare qualcosa in cui sono in pochi ad avere successo. Lo Xanax è stato piacevole per un po’. Poi mi sono accorto che gli ingranaggi stavano ancora fumando. Sentivo la scatola del cambio che si surriscaldava e il fumo che usciva. Ho avuto una sorta di esaurimento nervoso dopo il matrimonio, tipo attacchi di panico. Mia moglie andava a lavorare e quando tornava a casa – io lavoravo di sera – ero che lì che giravo intorno al divano. «Cosa hai fatto oggi?», mi chiedeva. «Questo». Girare intorno al divano.

Puoi inserirlo cronologicamente nella tua carriera?
Avevo 29 anni. Lavoravo ancora al Second City, a Chicago. Paul Dinello e Amy Sedaris, i miei amici più intimi – per 15 anni ci siamo sentiti quotidianamente – si erano trasferiti a New York. E mi ero ritrovato da solo sul palco con uno spettacolo che avevamo ideato assieme. L’ho fatto per un anno. Ed ero così in panico che non ho più ideato nulla di nuovo.

Come si manifestava il panico?
Andavo a teatro e mi raggomitolavo sul divano dietro le quinte aspettando la mia battuta d’entrata. A quel punto mi tiravo su e salivo sul palco e mi sentivo bene. Tanto che all’epoca mi ricordo di aver pensato: “Quando sono lì, sto alla grande”. Poi, non appena uscivo di scena, tornavo a raggomitolarmi. Nessuno mi ha mai chiesto cosa avessi! (Ride) È andata avanti così per mesi.

Come è finita?
Ho smesso di prendere lo Xanax dopo poco. Mi sono detto: “Non mi sta aiutando”. E così l’ho superata soffrendo. Ogni tanto prendevo in mano la bottiglietta, per dire: “Potrei dare un taglio a tutto questo, se solo lo volessi, ma non lo farò. Perché so che se smettessi di provare questa sensazione, in un certo senso non sarei in grado di superarla”. E poi un giorno mi sono svegliato e la mia pelle non era bollente. Mi ci è voluto un po’ per capire il motivo. La mattina dopo mi alzo e sto benissimo, anche se il mio corpo sta ancora ronzando. Ma in realtà il suono vero e proprio era svanito, perché quel giorno avevo le prove di un nuovo show. E così ho pensato: “Non potrò mai smettere di esibirmi!”. Creare qualcosa mi è servito per non girare su me stesso. E da allora non ho più smesso. Anche quando facevo l’autore dovevo stare davanti a una telecamera, almeno per un po’. Devo esibirmi.



Sarebbe stato terribile se tu non l’avessi mai capito.
Sì, senza dubbio. Chi lo sa perché qualcuno diventa un intrattenitore? Chi lo sa perché qualcuno diventa un comico? Non ne ho idea: ci sono persone che vengono dal mio stesso ambiente, che hanno avuto un’infanzia simile alla mia e non sono diventati dei comici. Io sono davvero grato. La comicità è stata la mia salvezza da bambino. E lo è ancora. L’altra notte, sono tornato a casa e mi sono sparato un barattolone di gelato davanti a tre episodi della seconda stagione di Veep. Fantastico.

Il tuo primo lavoro importante è stato per The Dana Carvey Show, cancellato dopo 7 puntate. Cosa hai imparato da quella esperienza?
Che non per forza le persone più talentuose fanno centro. E non è necessariamente colpa degli autori, anche se a volte è così. E non è nemmeno colpa del pubblico. Bisogna mettere insieme le due cose. Un anno più tardi sono stato preso al The Daily Show. Un anno durissimo. Nessuna entrata, un bambino piccolo… Non lo auguro a nessuno. Quando sono passato a Comedy Central, venivo pagato un’inezia. Ci sono rimasto per anni. Senza essere pagato. Ma lì avevi davvero l’opportunità di metterti alla prova e di fallire.

Louis C.K. era uno dei tuoi capi nel The Dana Carvey Show. Come hai preso le rivelazioni sui suoi comportamenti offensivi?
colbert È un comico brillante. Ti spezza il cuore sapere che qualcuno ha mentito agli amici e ha trattato male altre persone. Resti deluso. E Bill Cosby? Qui siamo a livelli di dolore che cambiano radicalmente il tuo modo di vedere il loro lavoro. Non ho grande confidenza con il lavoro di Louis. L’ho conosciuto vent’anni fa, per 5 mesi, e lo considero un amico, e di tanto in tanto ci sentivamo. Ma la vicenda di Cosby è così straziante, cambia i ricordi formativi della tua vita.

Hai mai pensato che c’erano uomini che si comportavano peggio di quanto immaginassi?
Considero gli uomini cattivi, e quindi la cosa non mi ha scioccato. Non ho mai avuto grandi aspettative sul comportamento sessuale degli uomini, ma qui siamo a livelli davvero bassissimi.

Parlando di cose che si sono dimostrate peggiori di quanto credessi, abbiamo visto la tua reazione in tempo reale all’elezione di Trump durante lo speciale di Showtime. Quanto sei rimasto scioccato?
Ero scioccato, costernato, e ti dirò di più: nulla di ciò che è accaduto da quando è diventato presidente è una sorpresa, per me. Tutti gli orrori che trasparivano sul mio volto durante quello speciale sono stati confermati. La sua galleria di decisioni prese in barba alle regole, a favore dell’inquinamento, contro i sindacati, le sue parole contro le donne… è proprio come me l’aspettavo. Ed è il motivo per cui ero terrorizzato. Poi, però, il giorno dopo mi sono detto: “Ok, hai solo mezz’ora per stare male”. Ci siamo riuniti, ci siamo sentiti male per mezz’ora e basta, eravamo già lì a dirci: “Ok, pensiamo a qualche battuta”.

Una volta hai dichiarato che The Colbert Report è stata una confessione lunga dieci anni. Ti va di approfondire un po’?
È stata una confessione e al tempo stesso una domanda. Era un enunciato su cosa sembra giusto, in contrapposizione a ciò che accade nella realtà. Ma la domanda era perché io, Stephen Colbert – maschio, bianco, etero, cristiano, americano – sono una personalità egemone? Nella mia vita, non soltanto il personaggio. Perché devo essere io a dire come stanno le cose? Ed è un sentimento che abbiamo provato in maniera molto forte con Bush: ero tra quelli costretti a dire come stavano le cose. E a tal proposito, io non sono distinto dal mio personaggio. Sono attaccato a molte delle cose che diceva. C’era un lato oscuro. Un desiderio malsano di appagare il mio personaggio che aveva un che di possessivo, di pornografico. Sì, anch’io provavo quei sentimenti. Ma la vera domanda è: perché quei sentimenti sono ammessi in America?

Avevi anche paura che se avessi continuato a farlo, avresti rischiato di ferire qualcuno. Che cosa significa?
colbert È una cosa a cui penso molto. Il mio produttore esecutivo usava una metafora: “Noi, e in particolar modo tu, siamo barre di carbonio che si abbassano nel bacino radioattivo di ciò che è accaduto e il nostro compito è di assorbire tutte le radiazioni e irradiarle a nostra volta verso il pubblico, riducendone la potenza”. Mi ritrovavo spesso a pensare che stavo scendendo delle scale reggendo dei bicchieri. Mentre scendevo, pensavo “scivolerò, rovinerò lo show e farò a pezzi tutto questo vetro”. Perché era tutto molto delicato. È stato difficile, lo show è stato duro.

E quello di adesso?
Anche questo è duro, ma prima dovevo anche mantenere il personaggio, dovevo fare del mio meglio per conservarlo. Credevo che avrei fatto male al programma, ma poi ho iniziato a pensare che fosse il programma a far male a me. Penso che la velocità del programma – all’epoca ritenevo che lo facessimo davvero velocemente, ma questo è quattro volte più veloce – richieda grande disciplina, altrimenti rischi di essere superficiale. Senza perdere di vista le tue intenzioni e la realizzazione. Ciò che ho detto su Trump e Putin (ha definito la bocca di Trump una custodia per il cazzo di Putin, nda), che ha causato molto dolore perché percepita come omofoba? Ecco il classico esempio di come muovendosi di fretta si rischia di compromettere le intenzioni durante la realizzazione. Se qualcuno lo ha considerato omofobo, chi sono io per affermare il contrario? Era una cosa che accadeva sempre nel vecchio show, dove dicevo intenzionalmente cose estreme.

Come è stato il tuo processo di apprendimento?
Ritengo che i nostri istinti fossero molto buoni. Quando il programma è partito, eravamo estremamente politici e centrati sulle notizie. Non facevamo molti monologhi. E poi a un certo punto il programma non era più lo stesso, e penso che la gente ne sia rimasta un po’ delusa, anche se non erano monologhi tradizionali. La gente non sapeva che farsene. Penso che abbiamo male interpretato le reazioni iniziali e ci siamo allontanati delle notizie. Siamo diventati tutti super ridicoli, una cosa che amiamo fare. Ci piace fare gli stupidi.

E facevi tutto da solo.
Non riuscivo a trovare la voce, non riuscivo a trovare il tempo per trovare la voce perché non riuscivo a trovare uno showrunner, e stavo andando fuori di testa. Di notte non dormivo più. Nella mia testa c’erano riunioni, e non sogni. La mattina mi svegliavo e mi rendevo conto di aver avuto riunioni per tutta la notte. Ed è lì che mi sono presentato alla rete e ho detto: “Ok, avete ragione. Ho bisogno di uno showrunner. Chi avete sottomano?”. Trovare una voce è stato un compito di Chris Licht, che ci ha dato spazio e ci ha detto: “Siete bravissimi a reagire velocemente alle cose, perché non fate questo?”. È stato semplicissimo, e ci siamo limitati a dire: “Ok, vediamo di ricominciare a puntare il nostro laser su ciò che è accaduto oggi. Parleremo di questo”.

Qualcuno ha detto che lavori meglio al servizio di una persona o di un’idea. Che idea stai servendo?
Che tu non sei pazzo. In un certo qual modo stai servendo il pubblico, mentre Trump lo fa ammattire. Da cattolico, mi è stato insegnato che la cosa peggiore è l’eresia, perché non solo stai peccando, ma anche perché trascini qualcun altro con te. Beh, Trump è un eretico contro la realtà, vive in un mondo di fantasia dove contano soltanto le sue emozioni, e dove quindi solo la sua realtà è vera. Ma sta anche affermando: “La realtà di tutti gli altri non è vera”. E quindi devi dirti: “Guarda che non sei pazzo”. Le tue reazioni, le tue emozioni sono valide: ti senti davvero così. Il mondo è come lo percepisci. Non permettere a nessuno di darti del pazzo. L’America non è questa.

L’altra sera, hai accusato il presidente degli Stati Uniti di tradimento. Non penso che Johnny Carson l’abbia mai fatto.
Vorrei solo aggiungere che mi stavo collegando a un comportamento indicato da un senatore repubblicano e dall’ex capo della Cia (ride). Non me lo sono inventato. Ed è importante. Rifletto una conversazione già in atto. Non che non lo stia dicendo, ma non l’ho tirato fuori dal nulla. Ancora una volta, irradiamo il pubblico con quello che c’è nel bacino.

Hai avuto Trump come ospite. Che opinione hai di quell’intervista?
Buona. Ai tempi di The Colbert Report girava questa leggenda per cui politicamente tirassi sempre fuori i coltelli. In realtà non era così. Se riguardi le mie interviste, ero una fighetta. E così quando è iniziato lo show, volevo invitare tutti. Volevo un candidato repubblicano la prima sera. Ti ricordi di Jeb? Volevo lui.

Qual è stato il tuo approccio con Trump?
Non sapevo come farlo aprire. Non sapevo come fare per evitare che si chiudesse. Perché l’ho visto utilizzare il suo teatrino nelle interviste, e non è divertente. E così il mio produttore esecutivo mi fa: “Lui non si scusa mai. Perché non lo fai tu per le cose che dicevi con i tuoi personaggi, e poi gli chiedi se c’è qualcosa di cui vorrebbe scusarsi”. Dovevo limitarmi a evidenziare che non si scusa mai per nulla. All’inizio del programma ero deciso a deporre la spada, per vedere se esisteva un modo per evitare la rissa. Ero deciso a non affondare i colpi. Prendermi gioco di lui, mettere in dubbio le sue promesse, e ipotizzare la sua follia. Sono molto felice di come è andata. Ma non so se vorrei un altro morso di quella mela, non sono certo che ci sia un modo di mangiarla senza venire avvelenato.

Si può dire che hai ripreso in mano la spada?
Non sono sicuro di aver ripreso in mano la spada. Perché non penso che ci sia nulla di eroico nel mio lavoro. Non sono un cavaliere. Una delle ragioni per cui volevo deporre la spada è che sono un comico. Direi che è un coltello da burro molto affilato. È un coltello da burro su cui si mette una lama molto affilata. Sai, no? La satira è tagliente…

Si torna così al problema di restare feriti, di ferire le persone.
È il motivo per cui metti giù quel coltello: il timore di tagliare la cosa sbagliata. Speravo davvero di non essere sempre nell’arena. È pericoloso perché rischi di dimenticarti dove sei e, come ti dicevo, finisci per tagliare, sparare o accoltellare qualcosa in cui credi perché sei in mezzo alla mischia. A lottare con i maiali, ricoprendoti di fango.

Hai pensato a una versione post-Trump dello show, dando per scontato che il mondo esisterà ancora e avremo l’elettricità?
No. Non ho pensato nemmeno alla puntata di domani. Una delle cose che si imparano è che il programma è ciò che sta succedendo ora. Non so cosa funzionerà domani. E solo Dio sa come sarà il mondo quando Trump se ne andrà. Sono curioso. Non penso di essere originale dicendo che la Storia non sarà benevola nei suoi confronti. Ma forse lo sarà ancor meno per le persone che lo hanno difeso.

Cosa pensi che accadrà?
Non ci sarà mai una commissione per la ricerca della verità e per la riconciliazione, perché non è nella nostra natura di nazione. Noi tendiamo a dire: “Andiamo avanti, non guardiamo indietro”. Ma ci sarà una vendetta pazzesca quando tutto sarà finito – quando non saranno più al potere. Sarà davvero sgradevole. Anche tra la gente che ha sostenuto il presidente. Finirà male. Mio padre era un medico legale nell’esercito di occupazione in Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale, e ripeteva sempre che le persone sono morte in modi molto strani dopo la guerra. C’è stata parecchia vendetta. Una volta ha dovuto fare un’autopsia a un uomo arrivato in tre pezzi perché caduto da un treno. Sotto un treno. E agli uomini che avevano portato il corpo, aveva chiesto: “Come fai a cadere da un treno e finirci sotto?”. La loro risposta era stata: “Beh, è successo”. E gli hanno consegnato il cadavere (ride). Penso che ci saranno molte persone che cadranno da un treno e ci finiranno sotto, metaforicamente.

Cosa ti ha insegnato essere padre?
È una domandona. Hai visto Lady Bird? C’è un momento in cui la suora più anziana mentre parla con Saoirse Ronan dice: “Oh, mi è davvero piaciuto il tuo scritto, si vede che ti piace Sacramento”. E l’altra risponde: “Mah, non so se Sacramento mi piace”. “Beh, ne parli in maniera così dettagliata”. “Immagino perché presto attenzione”. E la suora replica: “Non pensi che siano la stessa cosa, l’amore e l’attenzione?”. Sai, un figlio merita attenzione, ed è la maniera più pura di amarlo. Perché l’attenzione non è qualcosa che detti. C’è un momento in cui presti attenzione solo a tuo figlio; non lo stai più istruendo. Ed è una cosa che per me ha un senso sia come padre che come figlio. Io non sono bravo a farlo. Voglio ficcare il naso negli affari altrui tutto il tempo. E per mio figlio non deve essere semplice. Conosci le Sweet Honey in the Rock?

Il gruppo gospel?
Sì. Hanno adattato una poesia di Khalil Gibran sui figli. “I vostri figli non sono figli vostri… Sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita. Nascono per mezzo di voi, ma non da voi. Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono. Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee”. Essere un padre mi dà speranza. E come dice mio suocero: “Il futuro non mi preoccupa, dopo aver visto questi bambini”. E io mi sento così. Nutro grande fiducia sul fatto che ci sia un ampio gruppo di giovani che è meglio di me. Meglio della generazione che li ha preceduti. E questo mi dà speranza.