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Haroun Fall, I have a dream

Il sogno, da ragazzo nero nato e cresciuto in Italia, che “di seconda generazione” voglia finalmente dire italiano e basta. E quello, da attore, di poter interpretare qualsiasi ruolo, anche quelli scritti per i bianchi. Lo sta già facendo. E adesso su Netflix arriva ‘ZERO’, che è un vero punto di partenza

Foto: Fabrizio Cestari. Grooming: Emanuela Di Giammarco using Sisley Paris


«Rolling Stone per me è una rivista iconica, perché ho sempre avuto come riferimento artisti musicali che hanno fatto cover molto importanti: da Lil Wayne a 50 Cent a Jay-Z. Nel corso della storia, hanno avuto un impatto enorme sulla comunità nera, ma anche sul mercato internazionale. Questa intervista con voi è un sogno». Siamo solo al minuto due dell’ora e mezza (!) che ho passato al telefono con Haroun Fall, ma questo dice già moltissimo di lui: fare l’attore è un po’ una missione. Non a caso è stato l’unico del settore chiamato a parlare alla manifestazione #BlackLivesMatter della scorsa estate a Roma (ci torneremo), e ancora meno a caso è uno dei protagonisti di ZERO (dal 21 aprile su Netflix): «È proprio il punto zero (sorride), per la prima volta c’è un cast prevalentemente nero in una serie Netflix Italia, è una cosa enorme. Forse non sarebbe mai potuto succedere se fossimo rimasti al retaggio della nostra tv, c’è voluto un colosso che veniva da fuori per mettere in piedi un progetto del genere. Ma soprattutto c’è voluto uno scrittore nero: se non ci fosse stato Antonio Dikele Distefano a scrivere questa storia, nessuno avrebbe avuto la necessità di raccontarla». Ma arriveremo anche a ZERO. Qui la mia, di missione, è quella di restituirvi quell’uragano che è Haroun: uno che non ha mai avuto la sua età, parafrasando il titolo del romanzo dello stesso Dikele da cui è stata liberamente tratta la serie: «È un po’ la sintesi della vita dei ragazzi neri di seconda generazione, che sono dovuti crescere prima per comprendere quello che gli succedeva». Haroun è uno tosto, ha le idee chiarissime ma pure capacità di esprimerle e di catalizzare l’attenzione, non smette un attimo di parlare. È come se dentro di fuochi ne avesse due: quello dell’arte e quello dell’attivismo. Che uniti a tenacia, realismo, determinazione e entusiasmo fanno un incendio, ve ne accorgerete. Ma partiamo dall’inizio, che di roba da dire Haroun ne ha parecchia.

25 anni, nato a Torino da padre senegalese e madre italiana, Fall è stato adottato da una famiglia italo-inglese all’età di otto mesi, «ma il Tribunale dei minori mi ha fatto fare diversi passaggi avanti e indietro tra i miei genitori adottivi e il mio padre biologico, che voleva tornassi da lui. Tutti questi movimenti hanno determinato moltissimo la mia personalità, ho faticato a trovare un punto di riferimento, e mi hanno dato anche dei problemi come l’iperattivismo. Giocavo a calcio nella giovanile della Juventus e, oltre alle sedute dallo psicologo e alla psicomotricità, a un certo punto hanno consigliato ai miei la teatro-terapia». Così a 13 anni Haroun inizia a recitare: «Alle medie ho partecipato al mio primo spettacolo, in cui interpretavo uno dei bravi nei Promessi sposi. Ho amato l’idea di vivere nel corpo di qualcun altro per raccontare una storia, e ho trovato un modo di imparare le cose attraverso l’azione, di studiare recitando, era qualcosa di unico per me».

Se ne accorgono al Teatro Nuovo di Torino, uno dei pochi licei in Italia in cui si studiano sia le materie curricolari che quelle artistiche: «Il primo anno sono stato bocciato a causa della condotta, però ero scelto costantemente per andare in scena, e quella era l’unica cosa che mi interessava. Non andavo male a scuola, ma avevo difficoltà a seguire le regole». Questo però cambiava ogni volta che si apriva il sipario: «Il teatro come chiave della formazione e del rigore, l’idea di investire tempo nelle prove, di fare fatica nel rileggere e ripetere, imparare a memoria, vivere il testo. Ero dotato, ballavo bene, ero l’unico del curriculum teatrale a esibirsi con gli allievi di quello coreutico. I docenti mi avevano capito e mi facevano comunque partecipare agli spettacoli, cercando di farmi recuperare le materie, un po’ come si fa con i calciatori paradossalmente, no? (sorride)».

Foto: Fabrizio Cestari. Grooming: Emanuela Di Giammarco using Sisley Paris

Dopo il diploma, Haroun si guarda allo specchio: «Sono un ragazzo nero di seconda generazione in Italia, ho 19 anni e voglio fare l’attore. Lo spettacolo è pur sempre un mercato, e per questo devi capire dove collocarti: in che modo può funzionare la mia immagine? È la prima cosa che mi sono chiesto, ed è la domanda che si dovrebbero fare tutti. Riesci davvero a esprimerti solo quando hai la piena consapevolezza di te stesso». Iniziate a capire cosa intendo quando dico che Haroun ha le idee chiare? Ma c’è di più: «Mi sono interrogato su cosa sapessi fare meglio: canto, ballo e mi piace recitare, ho una buona fisicità. E allora proviamo il musical». Fa l’audizione alla Bernstein, l’accademia del musical di Bologna, e lo prendono subito: «Bellissimo eh, ma siamo a Londra o a New York? No, siamo in Italia, qui il musical non venderà mai, così ho rifiutato l’ammissione». Di nuovo, il realismo. «Dov’è il mercato cinematografico e teatrale qui da noi? A Roma».

Fall parte con una valigia e, senza conoscere nulla della città, prova subito l’ammissione alla Silvio D’Amico, ma nulla: «Bisogna essere tenaci. Se non sei il primo fan di te stesso, perché lo devo essere gli altri? Ed è molto dura perché nessuno ti sta aspettando là fuori, sei tu che ti devi far scoprire mettendo in gioco le tue capacità e senza dimenticare che bisogna avere una preparazione e un messaggio, qualcosa da dire, da offrire al mercato».

Nel frattempo ha scoperto Roma portando curricula in giro, «anche solo per fare il commesso o il cameriere e guadagnare un po’ di soldi, e ho continuato a chiedere informazioni finché non ho scoperto di un provino al MAXXI. Mi sono presentato, mi hanno chiesto se mi ero iscritto via mail, io ho risposto di no ma che ero pronto a esibirmi. C’era una fila impressionante, alle otto di sera mi hanno fatto entrare e ho portato il monologo di Leonardo DiCaprio in The Wolf of Wall Street, che avevo già preparato per il diploma. Ero in giacca e cravatta, rappresentavo un nero che però era un milionario, l’opposto della concezione che abbiamo di una persona nera, e che parlava del denaro in maniera sprezzante, capitalistica. A valutarmi c’era anche colui che poi sarebbe diventato il mio agente, Luca Rubenni. Qualche giorno dopo, mi è arrivata a casa una lettera: avevo vinto il Roma Creative Contest come attore emergente e il premio era l’ingresso in agenzia, la Promoter Artist, proprio con Luca, la persona che ha creduto da subito in me e che mi ha detto: “Non avere fretta, perché molto probabilmente non avremo le parte adatte a te, ma dovremo andare sui ‘fuori ruolo’, lottare costantemente per far vedere ai registi che tu puoi interpretare personaggi che hanno un nome diverso dal tuo o un aspetto diverso dal tuo”. Mi sono trovato subito benissimo con lui, perché ha capito immediatamente la mia necessità espressiva e la volontà che avevo di costruire pezzo per pezzo qualcosa».

Restava però la questione della formazione: «Io credo nello studio della recitazione, sono un attore assolutamente accademico, avendo iniziato la formazione a 13 anni penso che il nostro mestiere vada fatto con una base di studio. Non potevo iniziare a lavorare così, senza fare una scuola». Così Haroun tenta il Centro Sperimentale di Cinematografia: «Dovevamo proporre un monologo e una poesia. Grazie al bagaglio che mi sono portato dietro dal liceo, ho scelto di interpretato Terrore e miseria del Terzo Reich di Bertolt Brecht, dove impersonavo un operaio in uno degli atti che si intitola La croce col gesso. Per la poesia invece ho scelto Rimani, che Gabriele D’Annunzio aveva dedicato a Eleonora Duse». Lo interrompo: sicuramente non parliamo di opere di icone black, anzi. «Esatto, perché la mia idea è quella di interpretare personaggi che il pubblico vede e iconizza come bianchi. Noi purtroppo abbiamo un’idea delle persone nere che è stata tramandata tramite degli stereotipi. Pensa a Nascita di una nazione di Griffith, dove si vede un uomo bianco dipinto di nero che viene trattato come un animale».

Torniamo al Centro Sperimentale: «Alla prima audizione c’erano più di mille persone, siamo arrivati in 32 alla fase finale: ne avrebbero presi 14». Sempre per tenere i piedi per terra, Haroun cerca sul web quanti attori neri erano entrati al Centro dalla sua fondazione nel 1935 con Mussolini: «Solo due: Germano Gentile e Miguel Gobbo Diaz. Il primo è nero, italiano di seconda generazione, ma il secondo invece è ispanico, che è un’altra cosa, però viene considerato “of color”, come dicono in America. Ho potuto dimostrare anche capacità che mi distinguevano dagli altri come la danza e l’acrobatica, e sono entrato. Per me era una notizia incredibile. Ero il terzo ragazzo nero che veniva ammesso nella storia del Centro».

Haroun Fall con Daniela Scattolin e Dylan Magon sul set di ‘Zero’. Foto: Francesco Berardinelli/Netflix

Il punto per Haroun non è solo quello di fare l’attore, ma poter essere un attore nero che fa ruoli da bianco: «L’altro giorno ho letto l’intervista di Michael B. Jordan sul Venerdì per Senza rimorso, il film diretto Stefano Sollima tratto da Tom Clancy, che appartiene a un immaginario bianchissimo. Jordan ha deciso di autoprodurselo proprio perché voleva vedersela con un pubblico conservatore e repubblicano, invertire la tendenza e dare la possibilità alle persone nere di ambire a qualsiasi ruolo. La carriera a cui protendo io è quella, il poter essere versatile come lui, Will Smith, Denzel Washington. Li vedi nei panni di grandi icone nere come Malcolm X, ma anche di un poliziotto corrotto in Training Day oppure di un professionista nel Diritto di opporsi, dove Jordan interpreta un avvocato».

Il problema, però, è che in Italia non c’è questa rappresentazione nella società reale: «Ci bombardano dicendo che i migranti sono tanti, “veniamo invasi”, “ci rubano il lavoro”, ecc. Peccato che parliamo solo dell’8 per cento della popolazione, considerando tutte le etnie… Quindi i neri in realtà sono molto pochi, e le opportunità che vengono date loro a livello lavorativo sono ancora meno. L’unica persona che abbiamo di rappresentanza all’interno della politica è l’ex ministro Cécile Kyenge, a cui lanciano le banane addosso, capisci?! E per quanto riguarda il resto della stratificazione sociale, è molto complesso trovare un parlamentare nero, un avvocato nero, addirittura semplicemente un autista dell’autobus o un tassista».

Non solo: «In Italia purtroppo abbiamo anche avuto dei modelli di riferimento sbagliati per quanto riguarda la cultura nera, come ad esempio Mario Balotelli: aveva un potere comunicativo enorme, ma non l’ha usato nella giusta direzione. E non gliene faccio una colpa, magari era troppo giovane o guadagnava troppi soldi. Per noi però la difficoltà è doppia: se uno fa bene una cosa, sta facendo il suo, è giusto. Per emergere devi essere il meglio del meglio, perché sennò vieni sottovalutato. E se un nero fa un errore, la colpa se la suddividono tutti: non si dice “Balotelli è un coglione”, si dice “i neri sono coglioni”, si generalizza. E i media in questo sono fondamentali».

Ecco, quello di Haroun più che un sogno è diventato una responsabilità sociale: «L’unico modo che si ha per cambiare le cose in questo Paese è avere risonanza: questo ti permette di avere un megafono, di essere visto, di dire ciò che pensi, di promuovere un cambiamento artistico e sociale. Oggi non avrei mai avuto la possibilità di fare questa intervista se non avessi preso parte a ZERO». Un sacco di persone gli chiedono “come si fa a farcela”: «Io rispondo che non ho fatto ancora nulla. Questa serie per me rappresenta il meridiano di Greenwich, è l’inizio, tutto quello che ho fatto prima – tournée a teatro, la tv, le fiction Mediaset e Rai – mi ha preparato per questo, ma ZERO è l’inizio della mia carriera. E spero che questo mi possa aiutare a fare anche progetti diversi, in cui si rappresenta un’inclusione vera, come Alberto Malanchino in DOC – Nelle tue mani: siamo arrivati entrambi in finale per la parte e sono contento che l’abbia ottenuta lui, perché un medico nero in una serie così seguita in prima serata su Rai 1 rappresenta un tassello importantissimo. Se poi pensi che l’anno scorso a Catania una signora non si è fatta curare da un medico perché era nero…».

ZERO, dicevamo. Una serie ora più che mai politica, il punto di partenza di una rivoluzione: «È politica per quello che sta succedendo con il #BlackLivesMatter, ma soprattutto perché c’è davvero una necessità di cambiamento, le persone sono stanche e, man mano che si va avanti, le seconde generazioni sono ben integrate nel tessuto sociale rispetto al mio padre biologico, che aveva difficoltà lessicali, economiche. Siamo nati qua e non ci puoi raccontare la stessa storiella. E ti dirò di più: chiediamoci perché ZERO racconti la storia di un supereroe e incanali la questione nei canoni della fantasia. Nel libro di Antonio non esiste nessun superhero, Zero era descritto semplicemente come un ragazzo timido, che non veniva notato, ma è diventato letteralmente invisibile – questo è un mio parere – perché l’Italia non è ancora pronta a pensare che quello che stiamo raccontando è fottutamente reale». Vedi la questione dello ius soli: «Se sono nato in Italia, sono cresciuto qui, ho studiato qui, perché non sono riconosciuto come cittadino italiano? Oppure devo aspettare i 18 anni per avere i documenti, per occupare un posto di rilievo nella società? Il problema dei neri è che sono poveri, perché tu un nero ricco non lo tratti nello stesso modo. Jay-Z e Beyoncé che vengono a Capri con lo yacht fanno figo, ma invece non vanno bene tutti i ragazzi di colore che cercano solo di scappare dalla guerra o di trovare un lavoro o una sistemazione migliore come tutti gli italiani che in passato sono emigrati in America».

Haroun nei panni di Sharif in ‘Zero’. Foto: Francesco Berardinelli/Netflix

Nella serie Haroun interpreta Sharif: «Il suo problema è che, come un sacco di giovani in generale e non solo di seconda generazione ì, non trova il suo posto nel mondo, non riesce a collocarsi. È mulatto, non è abbastanza nero per i neri e non è abbastanza bianco per i bianchi, un conflitto che si vede tantissimo con il fratello Honey, che invece si reputa il “vero nero”. Sharif cerca un suo percorso cercando di emulare anche un po’ questo fratello gangsta, perché venendo dalla strada pensa che sia lui il punto di riferimento. Reagisce a tutto con molta impulsività perché non gli è stato insegnato a vivere in un contesto: tira fuori la pistola anche solo per un minimo sospetto, ed è la stessa cosa che fanno i poliziotti in America nei confronti dei neri».

Nel veicolare il messaggio della serie – da Zero a superhero – la colonna sonora è centrale: «Il music supervisor dell’ultimo episodio è Mahmood, un artista di seconda generazione che ha vinto Sanremo e con cui tra l’altro ho fatto il videoclip di Rapide. È uno che come noi ha dovuto vivere la discriminazione, ma ha dimostrato di avere un talento esagerato e a livello musicale. Incarna lo spirito di ZERO. Così come Marracash, l’italiano del Sud che è stato trattato come un immigrato quando è arrivato a Milano, lo spiega bene in un’intervista che abbiamo fatto per Netflix. Vivere in un contesto sociale del genere ti porta a due conclusioni: o distruggi ancora di più, oppure vuoi creare qualcosa di nuovo per riscattarti da quello che hai vissuto. E noi vogliamo costruire».



La serie ha rappresentato un po’ lo “zero” anche a livello affettivo per Haroun e gli altri ragazzi del cast: «Non mi era mai capitato su un set. Sapevamo tutti che stavamo trasmettendo un messaggio enorme, che in qualche modo stavamo facendo la storia, siamo stati chiusi tre mesi dentro un hotel perché è esplosa la pandemia. E abbiamo creato una famiglia, ci sentiamo tutti i giorni, io ho scoperto tante realtà di ragazzi di seconda generazione in diversi parti dell’Italia, mi sono fidanzato con Daniela Scattolin (che nella serie interpreta Sara, nda)». Questa serie cambierà davvero le cose? «Io ci credo moltissimo, la cultura è l’unico strumento di cambiamento effettivo della società, è l’unica cosa che ti permette di essere davvero libero. Tutti noi abbiamo compreso il dramma da cui venivamo e la responsabilità che avevamo nel dover raccontare la nostra storia. E l’importante era rispondere a chi ci ha disprezzati, umiliati, messi da parte, considerati invisibili non con la stessa ignoranza, ma con l’arte. Dobbiamo creare un melting pot prendendo il meglio da tutti, e spero che ZERO possa essere una piccola porta che apre a un po’ luce, che possa dare un’opportunità a persone che prima vivevano nell’ombra come Zero: io ho avuto tanti amici neri che sono scappati in Inghilterra o in Francia, perché qui non avevano possibilità, non potevano permettersi certe università e dovevano aiutare la famiglia. E così non gli è mai stata data l’opportunità di avere un lavoro di rilievo. È una catena infinita».

Haroun Fall, Giuseppe Dave Seke, Daniela Scattolin, Madior Fall e Dylan Magon sul set di ‘Zero’. Foto: Francesco Berardinelli/Netflix

Il cambiamento può partire proprio dal cinema «che, come mi ha insegnato lo storico del cinema Flavio De Bernardinis al Centro, ha sempre un valore socio-politico. E può affrontare tematiche diverse, ma senza aver paura di essere “troppo”, deve essere libero e avere la possibilità di comunicare i tempi in cui viviamo». Sul discorso dell’inclusività, il lavoro va fatto sulla scrittura, che condiziona tantissimo il casting: «È fondamentale, perché lo sceneggiatore decide a chi dare voce rispetto a un personaggio, se ne crea un paio italiani senza mai pensare che potrebbe interpretarli un attore nero, l’attore nero non verrà mai nemmeno provinato. E se non trovi due stronzi come me e il mio agente, che vedono il copione di Space Monkeys di Aldo Iuliano in cui il personaggio si chiama Stefano Fiorelli e si propongono… Dopo sei provini, Aldo mi disse: “Vorremmo raccontare la storia di Stefano Fiorelli con la tua faccia”: il film non è ancora uscito, ma non puoi capire che soddisfazione! Perché ovviamente era un “fuori ruolo”». A giugno Haroun inizierà a girare La classe migliore, tratto dallo spettacolo teatrale che ha già portato in tournée, La classe di Giuseppe Marini e Vincenzo Manna: «Parla di un gruppo di ragazzi borderline chiusi in un liceo per motivi disciplinari, ognuno rappresenta etnie o ha problematiche diverse. È iperattuale e ipersociale, perché si parla di come coesistono le realtà all’interno del contesto scuola, che è il microcosmo del mondo. Per me era fondamentale fare almeno un paio di progetti che avessero un valore sociale importante, poi mi piacerebbe dedicarmi a qualcosa di più spensierato per ricaricarmi un po’, magari proprio un musical».

In America nel mondo dello spettacolo si gioca a un altro livello, «perché per la prima volta la comunità nera ha dei possedimenti economici reali, Tyler Perry sta facendo la Black Hollywood, girano e autoproducono film importantissimi, vanno a prendere i premi perché ci sono attori bravissimi che sono in grado di competere e si dedicano a raccontare storie di questo tipo, con questa forza. Rispetto ai diritti civili purtroppo non hanno fatto dei passi avanti, stanno ancora vivendo il massacro fisico e sociale, e hanno la necessità di raccontare quanto hanno già lottato, quanto sangue è stato versato: la settimana scorsa è morto un ragazzo a Minneapolis, gli hanno sparato, aveva 17 anni, è l’ennesimo». Ecco perché Haroun ha deciso di partecipare alla manifestazione #BlackLivesMatters della scorsa estate: «Sono andato in piazza per George Floyd perché è stato un esempio globale che ha mosso il mondo ed è stato terribilmente cruento, violento, malato, pensare di soffocare una persona per più di otto minuti perché è nera». Quando l’hanno chiamato per parlare alla protesta davanti a cinquemila persone, Haroun si è confrontato con il suo agente, che avrebbe appoggiato qualunque sua scelta: «E per un agente non è conveniente che io faccia una cosa del genere, perché questo magari mi può precludere di lavorare con produttori più conservatori che non hanno la mia stessa idea. Non è certo vantaggioso, ma io sono uno che si prende sempre la responsabilità di quello che dice. E troppa gente è stata denigrata, insultata, disprezzata, arrestata. Troppa gente ha perso la vita. Dovevo fare qualcosa. Devo fare qualcosa».

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