Guglielmo Poggi, ‘poraccio’ e me ne vanto | Rolling Stone Italia
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Guglielmo Poggi, ‘poraccio’ e me ne vanto

L’attore, ora su Sky con ‘Cops 2’, fa sua la lezione di Mastroianni: siamo solo poveri saltimbanchi alla corte del re. E continua a scegliere ruoli brillanti per trovare il suo (meritatissimo) spazio su piccolo e grande schermo. Raccogliendo premi e conservando le critiche: «Certe stroncature sono una soddisfazione»

Guglielmo Poggi

Foto: Davide Musto

Guglielmo Poggi è scatenato: parliamo del suo ruolo nella serie tv Cops 2, certo, dove lo vedrete “molto biondo, molto omosessuale e pure molto incazzoso” (su Sky Cinema 1, il 6 e il 13 dicembre), ma anche di questa intervista dove emerge tutta la sua anima da “poraccione”. Ed è una citazione testuale. Mettetevi dunque comodi perché il Poggi-universo è un mondo imprevedibile, rocambolesco e che sprizza talento da tutti i pori. Per dire, Poggi è uno di quei giovani attori che sono diventati famosi senza essere prima influencer. 30 anni, ha già vinto un Nastro d’argento. Che tiene in bagno. “In fondo è il posto dove vanno tutti, no?”, spiega.

Tu ti diverti come un matto, di’ la verità.
Ora sì, ma all’inizio…

In che senso?
I primi anni ho faticato al cinema perché sentivo che mi mancava un po’ di tranquillità, così come di conoscenza del mezzo. Per esempio, se due persone litigavano sul set, mi prendeva un’ansia pazzesca… Poi sono cresciuto, ho fatto le mie esperienze e ora va meglio. Cops in particolare è stata un’esperienza esilarante, una vera e propria vacanza fisica e metafisica: abbiamo girato d’estate, in Salento, con un gruppo di attori che è ormai la mia famiglia… non sai che sbronze mi sono preso in compagnia con Claudio Bisio, Dino Abbrescia e Francesco Mandelli! Ma è stata anche una vacanza da me stesso – per questo metafisica – perché mi sono calato in un personaggio diametralmente opposto: biondo platino, molto omosessuale e molto incazzoso…

Però posso dirtelo? Il capello color platino ti sta malissimo!
Lo so bene! Abbiamo volutamente reso Tommaso inguardabile. L’idea del biondo è del regista Luca Miniero, e io ho accettato a patto di poter decidere taglio e tonalità. Se ci sarà una terza stagione, come spero, voglio la tinta rosa! (ride) Comunque non ci siamo mica fermati qui: in questi nuovi episodi Tommaso tira fuori la sua vera natura, abbraccia la propria identità fino in fondo, anche dal punto di vista estetico… Al biondo platino si aggiungeranno orecchini, tacco 15, tutine sexy. Il tutto senza scadere nella macchietta perché una delle mie regole è: recitare “contro” il personaggio.

Prego?
Vuol dire che devi prendere le caratteristiche principali del tuo personaggio e superarle per entrare ancora più in profondità. Nessuno di noi infatti è una cosa sola, ossia “il buffone” o “il gay”. Prendi per esempio Gigi Proietti, con cui ho avuto la fortuna di lavorare a teatro. Lui sul palco era spassosissimo, ma fuori era un uomo molto serio. Ecco, in Cops evito ogni genere di caricatura tranne quando mi viene richiesto: allora in quel caso, ma solo in quel caso, esagero volutamente. Per il resto del tempo Tommaso potrebbe sembrare un barese molto eterosessuale.

Foto: Davide Musto

Tommaso polemizza spesso per i termini a suo avviso omofobi usati dai colleghi: una provocazione per riflettere sugli eccessi del politicamente corretto?
Ci è sempre piaciuto giocare sull’idea che Tommaso fosse l’unico a vivere come un problema il proprio orientamento sessuale: tutti i suoi colleghi non gli danno minimamente peso, ed è così già dalla prima stagione. Poi c’è da dire che la serie tende ad affrontare temi molto delicati, andandoci giù pesante. Pensa alla religione: l’anno scorso abbiamo fatto esplodere la faccia di Padre Pio imbottita di cocaina, con una pistola k47. Non è che siamo stati leggerissimi! Anche in questo caso, quindi, da un lato vogliamo irridere il politicamente corretto e dall’altro sdoganare un tema che è sempre più centrale, soprattutto alla luce di quello che è successo quest’anno.

Ti riferisci alla bocciatura del ddl Zan?
Esatto. Crediamo sempre che il Paese sia migliore di quello che sembra, invece… Mi spiace molto che il ddl Zan non sia passato: ci contavo, tanto che avevo già pronto un post da pubblicare su Instagram. Per festeggiare avrei spoilerato il mio nuovo look in Cops, invece l’anticipazione è rimasta nel cassetto. Purtroppo.

Veniamo a te. A teatro ti cimenti con spettacoli tragicissimi, mentre al cinema e in tv ti diletti nei ruoli brillanti. Un chiaro segno di bipolarismo incipiente: il tuo analista che ne pensa?
Ah, guarda, lui mi ha snocciolato tantissimi disturbi: istrionismo, narcisismo… (ride) La verità è che, come sosteneva la mia vecchia maestra Annabella Cerliani, “il teatro lo fai, il cinema ti sceglie”. Nel cinema io sono andato a riempire un vuoto che c’era tra i giovani attori brillanti: di fatto molti di loro erano anche caratteristi, quindi fisicamente fatti in un certo modo. Da qui, la mia fortuna al cinema. In ogni caso la brillantezza è arte drammatica prestata ad altro. Per esempio, il grande pubblico mi ha scoperto con Tuttofare, che è, sì, un film comico, ma interpretato da un personaggio drammatico, a cui succede una tragedia dopo l’altra. Io lo interpretavo come se fosse Macbeth!

Resterai dunque bipolare e fiero di esserlo?
A teatro, dove posso fare quello che voglio, continuerò a darci dentro con i drammoni: garantito! Al cinema… ok, te lo dico, anche se non posso entrare nei dettagli. Mi vedrete in un ruolo super cattivo in un film drammaticissimo, ma questo solo perché il regista è una persona molto visionaria. In generale è difficile che pensino a me per questo genere di ruoli: di solito mi prendono quando serve un volto giovane con buoni tempi comici e un’esperienza tecnica teatrale alle spalle. Comunque io sposo la filosofia proiettana del “a piagne semo boni tutti, a ridere non è bono nessuno”. La commedia non è certo un genere di serie B.

Comunque sei riuscito a sfondare senza nemmeno essere un influencer. Guarda che è notevole.
Sono un vero disastro con i social! In molti mi hanno suggerito di essere più attivo online, magari di inventarmi una rubrica sfruttando le mie diverse passioni, ma niente: non ce la posso fare. I social mi sembrano la morte del mio lavoro. È un giudizio del tutto personale, intendiamoci. C’è chi li usa molto bene e riesce, attraverso il seguito riscosso online, ad avvicinare molte persone al cinema e al teatro. Tuttavia ho l’impressione che il mestiere dell’attore si stia allontanando da quello che era realmente: voglio dire, noi eravamo dei poracci, che andavamo alla corte dei re e venivamo trattati a pesci in faccia. Noi siamo quella roba lì: siamo gli Scarpetta, dei saltimbanchi… Ben venga il divismo, però non dimentichiamoci che Mastroianni recitava per comprarsi le scarpe e andare a cena fuori. Oggi invece c’è quasi un bisogno ossessivo di comunicare tutto quello che facciamo e, di questo passo, c’è il rischio di cancellare il mistero, che è una parte fondamentale del nostro lavoro.

Foto: Davide Musto

Resta il fatto che molti responsabili dei casting valutano gli attori anche alla luce dei loro follower: alla lunga, il tuo snobbare i social non rischia di rivelarsi un autogol?
È molto probabile, anche se io per fortuna appartengo alla generazione a cavallo di questo fenomeno. Se avessi avuto dieci anni di meno, avere un profilo social sarebbe stato d’obbligo. Però, di nuovo, mi chiedo: siamo proprio sicuri che gli attori debbano per forza assurgere a modelli social, perfetti, strafighi e stra-filtrati? Eppure Clive Owen è un patatone più che un sex symbol e Willem Dafoe non è certo un modello di Dolce & Gabbana: loro dove gli vogliamo mettere? È il personaggio che, al massimo, deve essere bello per esigenze di copione, non il suo interprete. Sul set posso diventare uno strafigo, ma nella vita io voglio la verità: per me stesso e per le persone che mi circondano.

Senti, ma è vero che conservi gelosamente le stroncature dei tuoi film?
Certo, io sono un masochista… Dài, non lo si era capito da questa chiacchierata? Le conservo perché alcune sono una goduria: essere stato stroncato da Sallusti è, per esempio, una soddisfazione pazzesca. Altre le tengo da parte perché sono curioso di vedere se, tra qualche anno, quelle stesse persone mi incontreranno e mi faranno un peana solo perché ho preso parte a uno di quei film intoccabili. Poi, non ultimo, alcune critiche sono molto utili perché ci sono dei critici capaci. Quindi, per farla breve, le tengo perché o sono utili o sono spassose… comunque conservo anche le buone recensioni. E i premi, ovviamente. Anche se quelli li tengo in bagno.

In bagno?
Be’, come spiegava Mastroianni, è il posto dove vanno tutti. Però lo faccio soprattutto per ricordarmi il senso del mio lavoro, che è, come ti dicevo, da straccioni. Quello dell’attore è un mestiere fondamentale ma non passa in primis per i premi o i red carpet. È altrove dove facciamo la differenza ossia quando riusciamo a far empatizzare le persone e veicolare loro nuovi concetti. Per esempio, anni fa mia mamma soffriva di anoressia, ma finché non ha letto quella parola su Famiglia Cristiana non sapeva che esistesse quel disturbo. Solo in quel momento ha potuto scegliere. Ecco, noi attori facciamo questa mediazione culturale tutti i giorni perché mettiamo lo spettatori davanti a qualcosa che forse non conosce e diamo un nome ai sentimenti e ai pensieri.

A proposito di stroncature, come hai preso il basso gradimento riscosso da Luna Park?
Purtroppo non abbiamo raggiunto il risultato ottenuto, non solo in termini di recensioni ma anche di visualizzazioni. D’altronde siamo usciti in un periodo molto denso di proposte, a partire da Squid Game, il cui fenomeno è esploso proprio nello stesso periodo di Luna Park. Mi è spiaciuto molto, io ho amato la serie e spero si possa comunque fare una seconda stagione. Tuttavia penso che la critica ci sia andata giù un po’ troppo pesante. Qualcuno ha scritto cose del tipo “è una serie tecnicamente scarsa, interessante solo per le famiglie di giostrai”. Ma dai, ti rendi conti? E poi come non si fa a non cogliere, per esempio, la fotografia pazzesca? Mi sono sembrate delle critiche ferocemente gratuite.

Toglimi una curiosità: tu hai anche una vocazione da cantante e continui a suonare. Quale delle due anime, attoriale e musicale, prevale dentro di te?
Prevale l’anima de ‘li mortacci mia! (ride) Il mio sogno è sempre stato fare la rockstar, ma ho scelto di scommettere sul campo dove ero più bravo. Diciamo che tra me e Damiano dei Måneskin ci sono un po’ di differenze… Tuttavia faccio parte dell’Orchestraccia e non passa anno che non suoni almeno una volta. Anche perché se dovessi smettere mi deprimerei… Per me la musica è un aspetto fondamentale. Pensa che da ragazzo facevo così: ogni volta che soffrivo per amore, iniziavo a imparare uno strumento nuovo.

A quanti sei arrivato?
Ben sette! Ma ci sta. Se ci pensi bene, è giusto così: il cantautore deve avere un animo triste. Se è felice esce di casa: resta chiuso in camera a scrivere solo se sta male.

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