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Gli effetti della ‘Casa di carta’ su Mario de la Rosa

E sul resto del mondo. In attesa del gran finale della hit spagnola, abbiamo incontrato l'attore (e scrittore) madrileno, alias l'ispettore Suárez. Che ci ha raccontato come la serie è diventata un fenomeno pop, ma anche del suo amore per l'Italia

Mario de la Rosa scattato da Peter Chelsom durante il Nations Award a Taormina


Se proprio dovessimo stilare una top 5 dei momenti topici della Casa di carta, in cui peraltro ricorre spesso Bella ciao – perché come mi ricorda Mario de la Rosa, «spagnoli e italiani sono fratelli di ritmo» – la scena in cui il suo ispettore Suárez è costretto dalla banda a cantare l’inno della Resistenza si merita di sicuro un posto. Incattivito, denudato, riluttante con i mitra puntati addosso, Suárez inizia a intonarla: «Una mattina…». E noi perdiamo la testa. Non rivendicheremo mai abbastanza la morte di Berlino ma intanto questo è il popolo che vince e sottomette il governo, è una roba di pancia, allora per Carnevale esageriamo con una tuta rossa ‘alla Tokyo’ che costa solo 20 euro, altri 5 per la maschera di Dalì, e poi ci scegliamo pure la città che avanza, ‘Roma’ suona bene. Tanto ‘Palermo’ l’hanno già presa. Sì, la banda siamo anche noi.

Ecco, quando incontro Mario De La Rosa (anche lui, insieme a Maggie Civantos, tra gli ospiti internazionali premiati a Taormina per la XV edizione dei Nations Awards, il Premio Cinematografico delle Nazioni) scopro che ne è assolutamente convinto: lo schieramento netto de «el pueblo» contro «el poder» è il cuore pulsante della serie, forse è perfino il segreto del fenomeno. E allora mi racconta dell’inizio di quest’avventura che lui chiama ‘locura’, di quando nessuno si era accorto di cosa c’era in ballo, e La casa di carta era poco più che una serie nazionale accolta con tiepidezza. Prima dell’arrivo di Netflix e di essere rilanciata come ‘il più grande colpo della storia’.

L’uomo al comando del gruppo speciale delle operazioni (colpo di scena) nella realtà è un madrileño passionale, innamorato della serie che l’ha reso famoso, in pieno countdown per l’uscita dalla quinta stagione. È uno scrittore, anche, e un romantico (sul serio: camminava per Taormina canticchiando incantato Sapore di sale di Gino Paoli). Niente a che vedere con Suárez: nel suo ultimo libro, Hemorragias, parla d’amore in versi. «E del disamore, soprattutto. Di quando l’illusione finisce. Delle ferite e delle cicatrici, dell’emorragia. Quando quel sentimento ti scappa dalle mani è superiore a te, come il sangue che sgorga via: e allora io scrivo».

Facciamo un passo indietro: com’era la tua vita prima della Casa di carta?

Non ho molti anni di carriera alle spalle, dal mio primo lavoro ne sono passati 11. Se consideri che tra poco ne compirò 46, ho iniziato tardi rispetto ad altri miei colleghi e non mi ero posto una meta. I primi anni facevo anche altro per vivere, i primi lavori in grado di sostenermi economicamente sono arrivati quasi a ridosso della Casa di carta. Infatti dovevo sempre ricordarmi che recitare non era solo qualcosa che amavo, ma che dovevo anche viverci per considerarlo un lavoro.

E invece come sei arrivato al provino per La casa di carta?

Questo me lo ricordo bene, perché non l’ho fatto! La casting director mi conosceva per altri progetti, soprattutto per Puente Viejo (Il segreto, nda), che credo sia piaciuto molto anche in Italia. Sono parecchie stagioni, e avevo un piccolo personaggio ma molto simile a quello che cercavano per Suárez. Anche lui molto serio e in uniforme. Per La casa di carta mostrarono qualche mia scena agli autori, che mi presero senza fare casting. ¡Qué suerte!

Ma è vero che prima che esplodesse il fenomeno, in Spagna quasi non si parlava della Casa di carta?

Sì, al principio era una serie nazionale per Antena 3. Era piaciuta, funzionava, ma niente a che vedere con quella locura che sarebbe arrivata dopo. Il mood era «Ah sì, La casa de papel. Next?». Quando dopo un anno dall’uscita spagnola subentrò Netflix, diventò una cosa seria. Diede una seconda vita al progetto e noi rimanemmo sconvolti, proprio perché in Spagna già la conoscevano tutti, non era una novità. Piaceva ma niente più.

Mario de la Rosa in ‘La casa di carta’. Foto: Netflix

Quando Netflix ha lanciato le prime due stagioni, la gente è letteralmente impazzita per la serie. Nel frattempo, voi siete tornati sul set per girare la terza: dalle stalle alle stelle. Quanto era cambiato il clima?
Per certi versi cambiò molto più per i creatori della serie che per noi attori. A quel punto si era convertito tutto in un fenomeno mondiale, la gente si aspettava qualcosa. Ma soprattutto Netflix investì molto denaro. Un esempio? Mentre giravamo le prime due stagioni dovevamo correre, essere sempre rapidi sul set. Quando è arrivato Netflix, invece? «Ma state tranquilli…». Prima giravamo tre o quattro scene al giorno, poi siamo passati a una scena al giorno. «Vamos a hacerlo bien», ci ripetevano. E allora giravamo prima con una camera, poi con l’altra, poi altre dieci. Pensa che quando abbiamo iniziato chiudevamo la scena con due punti macchina e via, «ce l’abbiamo». Insomma, più denaro e quindi più girato da poter lavorare in montaggio.

Paradosso: per il pubblico, però, le prime due stagioni (quelle low budget) restano imbattibili.

Penso che la storia possa piacere oppure no, nelle ultime stagioni, ma la qualità è altissima. Ricordo che quando abbiamo visto il primo episodio della terza, alla première, ci sembrava di guardare gli Avengers o Spider-Man. Caspita, se si notava la differenza! Ci sentivamo come se avessimo girato un prodotto Marvel. Percepivamo proprio la responsabilità di aver fatto qualcosa di grosso, sapendo che tutto il mondo ci stava guardando.

Le scene action sono diventate il punto centrale della serie, dalla terza stagione in poi. La Spagna sembra amarle particolarmente.

Anche qui è una questione di soldi. Per le scene action abbiamo iniziato ad usare moltissimi effetti speciali, ma la gente che crea i VFX costa molte ore di laboratorio. Penso sempre a quando ho lavorato su Terminator – Destino oscuro, e una sequenza che nel film durerà 40 secondi, sul set l’abbiamo girata in 4 giorni di riprese. Con 220 persone e tutto quello che comportano: hotel, viaggi, cibo, il cachet, le camere. Tutto questo per 40 secondi. L’azione costa.

Senti, ma durante le riprese vi divertite come sembra?

Sì. Io moltissimo, nonostante il mio personaggio non rida mai. È un uomo che vive sempre in tensione, disciplinato e arrabbiato. Ma nel frattempo, io dentro rido e festeggio di poter essere lì. Appena danno lo ‘stop’ iniziamo a ridere, soprattutto noi poliziotti della serie. Perché nell’universo della Casa di carta, anche da piano di lavorazione, siamo quasi mondi diversi: i poliziotti da una parte, la banda dall’altra.

Suárez non ride mai, non indossa la tuta rossa e fa fuori i membri della banda. Eppure il pubblico lo ama. Perché?

Credo che gli uomini d’azione piacciano sempre. Noi poliziotti siamo cinque o sei, ma stiamo sempre a sparare, a correre, a sfondare porte. La gente ama le tute rosse, sono loro le stelle. Ma è anche vero che personaggi come Suárez sono il braccio dell’azione, e forse questo è attraente. Pensa a quando, nella terza stagione, mi scontro con l’ispettrice Raquel…

Raquel che è diventata Lisbona: uno dei più grandi plot twist della serie. Se fossi stato al posto di Suárez, non ti saresti unito alla banda anche tu?

No. Guarda, c’è un elemento molto potente nella Casa di carta: la serie ha presentato la banda come il popolo, e la polizia come il potere. Per questo tutto il mondo vuole essere la banda. Perché i rossi sono come Robin Hood, rappresentano la lotta del popolo. Questo è intelligente, sia per come è scritto che per come è girato, al punto da rendere i rapinatori, i ladri e i sequestratori dei buoni. Mentre la polizia è il male. Nella vita reale è il contrario: pazzesco, no?

Sì, è il grande cortocircuito della serie.

Pensa che quando nella seconda stagione il mio personaggio e i suoi colleghi hanno ucciso Berlino, molte persone mi ha scritto: «Mataste al amor de mi vida». Ma proprio molte, molte persone…

Ah sì, forse c’ero anch’io tra loro.

Sì? Allora lo dico anche a te: guarda che l’amore della tua vita è un ladro, sequestratore, stupratore, machista e misogino. Penso tu abbia un problema se questo è l’amore della tua vita (ride, nda). Però capisci? È questa la forza della serie: Pedro Alonso ha interpretato un personaggio così meraviglioso che è impossibile non esserne attratti. Anche se è un cattivo.

Scusa, sto ancora pensando a come rispondi ai fan che ti accusano di aver ucciso Berlino, in pieno stile Suárez.

Sì, io dico alla gente: prova a privarti del telefono e della libertà, chiuditi in una casa o in una fabbrica, dormendo a terra e mangiando solo un sandwich, lavora per me senza poter comunicare con la tua famiglia. Prova a farlo per una settimana. A te piacerebbe? È folle, però tutto il mondo ama la banda. È questo il punto cruciale, perché è il trionfo della finzione quando viene raccontata in modo brillante.

Mario de la Rosa e Itziar Ituño in ‘La casa di carta’. Foto: Netflix

Fino a qualche anno fa la Spagna non era esattamente in cima ai nostri pensieri, quando si trattava di scegliere quale serie vedere. Cosa è successo poi, secondo te?

Credo che la fiction spagnola abbia fatto un passo avanti, migliorando su più livelli. E credo sia capitato perché, quando i primi progetti hanno iniziato ad avere successo, tutto il mondo ha cominciato a guardarci di più. Sicuramente le serie spagnole erano buone anche prima, ma non avevamo la responsabilità di dover soddisfare un pubblico internazionale. Questo alza la qualità.

Ok, ma come lo replichi un successo come quello della Casa di carta?

Vale a dire: perché certi progetti funzionano e altri no? Penso che alla fine sia un’equazione imprecisa, se potessimo ripeterla allora tutto avrebbe successo. Per esempio, io ho guardato Suburra e l’ho amata, è piaciuta davvero moltissimo in Spagna. Però perché La casa di carta è diventata un fenomeno anche in Turchia e Suburra no? Ecco, questo non lo so davvero. Dev’essere questione di ingredienti, come in cucina.

Tipo l’universo che La casa di carta è riuscita a creare?

Sì, le tute rosse, le maschere, il bene contro il male ma a ruoli invertiti, l’amore e l’azione. È un po’ come un film di supereroi, dove ogni personaggio è un carattere identificabile. Se pensi alla banda c’è l’uomo forte con la mitragliatrice, la ragazza furba che falsifica i soldi, e così via. E poi sono convinto che la linea di fondo, ‘el pueblo’ contro ‘el poder’, sia un sentimento davvero ben radicato.

Tra Suburra e Gino Paoli, mi sembra di capire che ami l’Italia e ci lavoreresti. Con quale regista, però?

Questa è una domanda compromettente, perché dicendotene due ne lascerei fuori altri duecento. Però Matteo Garrone, dio mio… Dogman, Gomorra. E Sorrentino? Ah… The Young Pope, Youth! Giusto per dirne due, che meraviglia. In Spagna diciamo sempre: «Españoles e italianos, ritmos hermanos». Mi chiedi se vorrei lavorare in Italia? ¡Ojalá!

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