Marco Giusti: «Il cinema è finito, Netflix è il futuro»

Una chiacchierata con uno degli autori italiani cult, anzi, Stracult e collaboratore di Rolling Stone. Il cinema, la tv, Alfonso Cuarón, Guadagnino, Asia Argento, il #MeToo. Ce n’è per tutti

Quando parli con Marco Giusti parli con la televisione. Lui ha scritto alcune tra le pagine più belle e significative del piccolo schermo italico, da Blob a Cocktail d’amore. Con Stracult ha dato sfogo al suo grande amore per quello grande, di schermo. Dopo due speciali veneziani, in occasione della Mostra del Cinema, il programma di Rai2 torna in onda dagli studi di Saxa Rubra, da giovedì 13 settembre, alle 23:45. Oltre a Giusti c’è il confermatissimo cast: Andrea Delogu, Fabrizio Biggio e G-Max.

Partiamo dalla Mostra del Cinema di Venezia che si è conclusa sabato scorso. Com’è stata?
La mostra è stata bella, con film pazzeschi, soprattutto nella prima parte. Nella seconda parte ci sono stati, tutti attaccati, dei filmettoni da tre ore. Tipo quattro film da tre ore – non bellissimi – in tre giorni. Roba che ammazzerebbe un elefante. Questa cosa ha pesato. Rimane che è stata la migliore edizione in assoluto che ha fatto Barbera. Come qualità di film, come titoli.

Nessun difetto?
Forse c’era poca sperimentazione. Anche i film un po’ più strani si sono rivelati dei flop, come Mountain di Rick Alverson.

E per quel che riguarda gli italiani?
Molti film italiani – a eccezione dei tre in concorso che per la prima volta erano buoni – sono stati modesti. Questa cosa pesa per chi li vede. Non c’è nemmeno una pellicola che è venuta fuori, a parte quella su Cucchi.

Arriviamo ai vincitori. Sei d’accordo con i premi assegnati dalla giuria?
Sono stati molto legati a Netflix e a Fox Searchlight. Io avrei dato un riconoscimento a Suspiria. Due premi a The Favourite sono troppi: o gli davano la Coppa Volpi per la migliore attrice o il Leone d’Argento per la regia. Questa cosa non mi è piaciuta. Inoltre Fox ha prodotto il film The shape of water di Guillermo Del Toro, che poi ha vinto l’Oscar. Ecco, non è stata una cosa simpaticissima, ma magari sbaglio, magari è stato soltanto un caso. Certo, se avessero dato un premio alla regia di Guadagnino o all’interpretazione di Tilda Swinton, saremmo stati tutti più contenti. Anche i due riconoscimenti – seppur minori – al film della Kent sono troppi. Insomma, qualcosa non andava.

Che mi dici di Roma, il film vincitore di Alfonso Cuarón?
È bellissimo. Doveva vincere perché ha messo d’accordo tutti, ma il regista, Cuarón, è troppo legato a Guillermo Del Toro. Forse sarebbe stato meglio inserirlo Fuori Concorso, perché ha creato imbarazzo.

Ti è piaciuto?
Il problema vero è che il film è molto bello. Per i miei gusti è fin troppo perfettino. Preferisco il vecchio cinema italiano, più sporco, con un bianco e nero vissuto. Questo è levigato, leccato, laccato.

In generale, che idea ti sei fatto, che aria si respirava?
I giovani film maker interazionali – cresciuti con il cinema sociale, con i grandi temi, come quelli dei Dardenne e Ken Loach – hanno notato che i 21 film presentati sono stati giocati sulla grande messa in scena, con il regista come padrone assoluto dell’immagine. A parte Assayas con Double vies, scritto benissimo, tutti gli altri hanno puntato su questa grande messa in scena autoriale. Rispetto a Cannes – dove ha vinto Shoplifters di Kore-eda, scritto da dio, dove la messa in scena è secondaria a quello che viene raccontato – questi devono farti vedere come fanno bene il cinema. C’erano quattro o cinque pellicole davvero insopportabili, come Sunset di Nemes o Nuestro Tiempo di Reygadas. Le cose si possono dire con meno tempo e meno effetti visivi. Questo non è colpa di chi ha scelto i film, è propria voglia di girare pellicole in un certo modo.

Parliamo della polemica: esercenti e produttori si sono scagliati contro la vittoria del Leone d’Oro a un film prodotto da Netflix. Che ne pensi?
Se Cannes ha difeso i produttori e i distributori europei, ha perso quattro o cinque film buoni che ha guadagnato Venezia, facendo il festival. Roma, Sulla mia pelle su Cucchi e The ballad of Buster Scruggs dei Cohen sono prodotti da Netflix. Effettivamente così si è fatto un lancio della madonna a Netflix. Per conto mio significa vendersi un po’ agli americani, alla rete, cedere le armi. È pure vero che il cinema è finito, quello è il futuro. Inutile fare guerra, quando sai che la perderai. Sono anni di cambiamento.

Sei d’accordo con la scelta di portare il serial L’amica geniale in una kermesse cinematografica?
Bisogna pensare all’impegno di Rai Cinema sul festival e calcolare che L’amica geniale va realmente in tutto il mondo. È un evento che è stato riportato sulle prime pagine, non è Don Matteo 15. A Capalbio, cinque giorni prima, c’erano tutti, da Procacci a Sorrentino. Tutti lì per vederlo. Inoltre il contesto – dove c’è Netflix e il film dei Cohen che era una serie diventata lungometraggio – era una caciara tale che poteva starci bene anche un Don Matteo diretto da Quentin Tarantino (ride, ndr). C’è stato tutto tranne i film comici. L’unico presente, quello sui radical chic firmato da Assayas, non è stato premiato.

Perché secondo te?
Perché il cinema comico è contro il cinema d’arte, quello spettacolare. Far ridere con una scoreggia o una battuta è considerato di serie B. E in questa edizione ci sono stati tanti film di genere come l’horror, il noir, il polar. Tutto tranne il comico, che non viene ancora considerato da festival.

Passiamo a Suspiria. Guadagnino divide sempre, perché sta così tanto sul cazzo?
Stava molto sul cazzo prima, perché sbeffeggiava produttori e registi italiani, parlava troppo, diceva che facevano tutti schifo. Si metteva in una situazione antipatica. Per colpa sua, certo, ma un po’ di ragione ce l’ha. Del resto riesce a girare film con budget minimi che vanno agli Oscar dimostrando che si possono fare. Ha avvalorato la tesi che il problema, in Italia, sono quelli che fanno il cinema a Roma. A parte rari casi è strano che non si riescano a fare film internazionali. Luca è riuscito – e in questo è stato fantastico – a fare pellicole internazionali con piccoli budget non legati solo all’Italia o, al massimo, alla Francia.

Tornando a Suspiria?
Suspiria, in realtà, ha diviso i critici americani. I nostri critici sono stati rispettosi, hanno anche capito il film. Non si può dire non l’abbiano appoggiato. I critici americani parlano di noia, di poca sessualità. Secondo me non l’hanno compreso bene perché è un film molto difficile, molto colto, molto intellettuale. Forse troppo pieno di cose. Anche i ragazzetti giovani erano divisi, ma credo che stavolta i conti si faranno in sala: se andrà bene lì, allora funzionerà. È una pellicola molto strana perché troppo saggia per un festival, saggia sull’horror, su Dario Argento, sul cinema tedesco. È poco kolossal per il pubblico del Lido, però forse Luca – che è molto intelligente – punta a un pubblico molto giovane che non c’era lì.

Perché pensi questo?
Perché lui spiega tutto, è come se fosse un film per un pubblico internazionale di 12 o 13 anni. Se becca quello ha vinto. E poi il problema è che, essendo un horror, è limitato, fa più fatica a piazzarsi rispetto a un film come Roma.

So che Tarantino si è commosso dopo averlo visto, ma Guadagnino non si è espresso su cosa pensa Dario Argento. Tu sai qualcosa?
Dunque, Argento ha detto due cose: in privato ha ammesso che non è un horror, a Luca ha detto che gli è piaciuto. È chiaro che ad Argento piace, perché il suo film è trattato come se fosse Via col vento, come se fosse Chaplin. E poi Guadagnino è rispettosissimo dell’originale, ha fatto una rilettura in chiave moderna che sviluppa cose in più. I fan del vecchio film erano prevenutissimi, ma è piaciuto a tutti. Su questo vince Luca, la pellicola è come The hateful eight di Tarantino: piace molto a chi è dentro alla cosa e piace meno a quelli che vogliono un film più popolare.

Che mi dici del film A star is born con Lady Gaga?
Non è male. Molto in linea con Judy Garland e Barbra Streisand. In questo è molto interessante, un remake giusto, molto Hollywood antica. Bradley Cooperpiacione, ma Lady Gaga è davvero interessante. La parte lacrimosa non mi piace mai, nemmeno negli altri film, ma la prima parte è molto bella.

Arriviamo a The Nightingale e alla bagarre sull’insulto alla regista Kent.
Il fatto era una cosa ridicola: un ragazzetto scemo che ha tirato fuori ‘sta cosa. Però è tutto legato a questa polemica sul cinema machista. C’erano 20 film fatti da maschi che parlano, quasi tutti, di femmine. E non è stata una cosa simpaticissima, in anni di questo tipo bisogna pensarci un po’. The Nightingale – che a me è piaciuto molto fino ai 20 minuti finali che sono un po’ ripetitivi – è un tipico revenge movie femminista, molto spinto, sul gore. Questa cosa ha spaccato. Per conto mio era giusto che prendesse un premio, anche se non è stato apprezzato dai critici italiani, ma molto da quelli internazionali. E poi a me la Kent piace molto, avevo gradito anche l’altra sua opera, Babadook. Forse la bagarre dell’insulto ha tirato fuori un premio in più.

Ma com’è diventato il cinema ai tempi del #MeToo?
Oggi, con il #MeToo, è difficile muoversi, bisogna starci attenti. Anche se immagino che la scelta l’abbiano fatta in buona fede, è vero che erano tutti film di maschi – che si credono grandi autori di cinema – con imponenti messe in scena e con figure di donne delle quali loro sembrano capire tutto. Questa cosa può dare noia.

Continuiamo a parlare del #MeToo. Non posso non chiederti di Asia Argento. Pensi che abbia scalfito il movimento?
Penso gli abbia dato una bella botta. Il fatto in sé è davvero ridicolo. Lei che colpa ha? Secondo me poteva, forse, stare un po’ più zitta su Roman Polanski. Asia è comunque preda, non predatrice. Va difesa, ricordiamoci di Weinstein. Questo fatto l’ho trovato una trappola infernale per lei. E hanno fatto molto male a toglierla da X Factor, l’ho trovata una cosa sbagliata. Questa ventata di moralismo è tremenda. Non può che fare male a tutti il moralismo americano. Noi siamo cresciuti in anni di completa libertà, non posso essere dalla parte di chi vuole soffocare qualsiasi cosa.

Arriviamo a Stracult. Cambia qualcosa?
I The Pills dentro casa invece che fuori. L’anno scorso abbiamo sperimentato un late night show live sul cinema. Ora vedremo se è stata una scelta giusta oppure no. Quando era montato era molto meno forte. Adesso c’è più adrenalina: siamo più carichi, ci prendiamo più rischi ed è più divertente. È come andrebbe fatta la tv.

Perché continua ad avere così successo?
Stracult fa quello che deve fare rispetto ai suoi costi. Il successo è quello di parlare liberamente di cinema, non solo cercando di recuperare temi, personaggi e registi che hanno avuto pochissimo spazio nella storia della settima arte. È sempre stata la sua forza, specialmente quando tanti di loro erano vivi. Cerchiamo sempre di avere un appiglio a un’attrice o un regista non ancora trattati. Abbiamo avuto un cinema fantastico fino agli anni ’70 e cerchiamo di capire cosa è accaduto, perché lo abbiamo amato così tanto e poi lo abbiamo perso. Non avrei mai pensato che il cinema di un Castellari fosse più considerato del cinema di Citto Maselli o Bolognini, che allora sembravano nomi intoccabili. Questa cosa è capitata veramente: ci sono i poliziotteschi, Tomas Milian, ma mancano i film che andavano di moda prima. Sono proprio scomparsi. Stracult è stato importante per scrivere una controstoria del cinema italiano.

Si dice spesso che la tv italiana sia qualitativamente bassa. Tu cosa guardi?
Film, serie tv, i tg e, quando mi voglio fare del male, i talk politici.

Quale tv non ti piace?
Da quando ho Sky e sono scomparsi i canali Mediaset ho capito che sto meglio. Questo vuol dire che, forse, non erano così positivi. Non mi piacciono nemmeno i reality, sono troppo vecchio per appassionarmi. Però i serial me li guardo tutti, sono spettacolari. Sono fan di Games of Thrones, Patrick Melrose e Westworld.

Ma davvero non guardi altro?
I grandi contenitori non mi piacciono perché non imparo niente. Sono per una tv educativa, devo sempre imparare qualche cosa.

E la tv trash?
L’ho adorata. Ogni tanto, se ci capito, torna il vecchio fascino. Se ritornassi a fare Blob troverei bello anche il trash, quando lo facevo ero fan della tv deficiente (ride, ndr), ma basta pochissimo per tornare ai vecchi amori.

Tra i tuoi programmi c’è Cocktail d’amore.
Be’ sì, è di grandissimo culto.

Pensa che Malgioglio vorrebbe rifarlo.
E tu pensa che era vietato farlo entrare.

Cioè?
Amanda Lear aveva detto «Non deve entrare Malgioglio!». Non so cosa fosse successo tra di loro, resta che inserimmo il Malgioglio finto di Max Giusti. Ricordi?

Già…
E la cosa buffa è che Marano, all’epoca direttore dei Rai2, mi disse che un grosso capo della Lega scambiò Malgioglio finto per quello vero e sentenziò «Ma noi mica si può fare una tv per culattoni eh!».

Tu che hai scritto delle bellissime pagine del piccolo schermo, adesso che programma vorresti fare?
Mi mancano solo due anni alla pensione, quello che ho fatto, ho fatto. Non ho fatto carriera, ma ho lavorato a quello che mi piaceva. E ho avuto la fortuna di collaborare con grandi nomi.